“L’Ucraina subito nella UE”, la promessa difficile della trojka

I fatti simbolici contano, talvolta più dei fatti della politica e della diplomazia. Così il primo atto della storica visita (storica davvero, non è un’iperbole) dei capi politici dei tre paesi più importanti dell’Unione europea in Ucraina è stato recitato davanti alle rovine e alle tombe di Irpin, teatro dei delitti e delle infamie dei primi giorni della brutale invasione russa. Mario Draghi, Emmanuel Macron e Olaf Scholz, con l’aggiunta un poco incongrua di Klaus Werner Johannis, presidente della Romania in Ucraina per una (non voluta?) coincidenza con il viaggio della trojka, hanno scelto di cominciare la loro missione dal luogo simbolo dell’ingiustizia subìta dal popolo aggredito proprio per sgombrare il campo dai dubbi e dai malumori che hanno segnato negli ultimi tempi i rapporti tra i dirigenti di Kiev e quelli delle capitali europee che contano.

Il sospetto della vigilia, per niente sottaciuto dagli ambienti più vicini a Volodymyr Zelensky, era che – soprattutto Macron, ma poi anche Scholz e, forse un po’ meno, anche Draghi – arrivassero con l’intenzione di esercitare indebite pressioni perché Kiev cominci a fare concessioni verso qualche possibile compromesso territoriale tale da aprire la via a un negoziato di pace o almeno a un cessate-il-fuoco (le contorsioni del linguaggio inseguono quelle della situazione sul campo), magari accettando il dato di fatto della sovranità russa sulla Crimea oppure una ripresa degli accordi di Minsk per l’autonomia del Donbass.

In realtà, almeno stando alle dichiarazioni ufficiali dei protagonisti e a quanto è emerso dalle indiscrezioni sui due tête-à-tête con Zelensky – il primo subito dopo la visita a Irpin, il secondo dopo la cena ufficiale – non c’è stata alcuna proposta dei tre in tal senso.  Anzi, nella conferenza stampa al termine del primo incontro Draghi, che parlava evidentemente anche a nome degli altri, ha detto che “vogliamo la pace, ma l’Ucraina deve difendersi ed è l’Ucraina a dover scegliere la pace che vuole, quella che ritiene accettabile per il suo popolo. Solo così può essere una pace duratura”. Fino a questo momento, “la pace che vuole l’Ucraina” non prevede alcuna concessione alla realtà sul campo determinata dalle prepotenze russe, neppure nella Crimea ormai in mano a Mosca da ben otto anni e neppure nel Donbass dove l’esercito di Putin si sta facendo strada verso la conquista armata dell’intera regione, costa sul Mar d’Azov compresa. Anche l’ipotesi, dal punto di vista russo ormai troppo riduttiva per essere anche solo discussa, di una resurrezione delle intese di Minsk sull’autonomia degli oblast di Donesk e Luhanks è stata esplicitamente rifiutata da Kiev. Perfino in modo sgarbato da uno dei più stretti collaboratori di Zelensky, che ha diffidato Macron dall’ “uscirsene ancora” con gli accordi di Minsk.

Tolto dal tavolo il dossier “concessioni”, pur se non si può escludere che sia in atto qualche forma di moral suasion su Zelensky nella forma più discreta possibile onde evitargli difficoltà con la sua opinione pubblica, che pare largamente orientata sulla linea della durezza, sono rimaste le altre due questioni che Macron, Scholz e Draghi avevano sull’agenda e delle quali dovrebbero aver lungamente discusso durante una parte delle dieci ore del viaggio in treno tra Medyka, alla frontiera polacca, e la capitale ucraina: l’esportazione del grano ancora bloccato nei silos e nei porti di Odessa e Mikolayev e l’avvio dell’operazione Ucraina nell’Unione europea.

Sulla prima non ci sono stati sviluppi decisivi, ma l’impressione è che le pressioni europee di cui i tre leader si sono fatti interpreti abbiano fatto fare qualche passo avanti a una soluzione che vedrebbe coinvolta l’ONU più di quanto si sia prospettato negli ultimi tempi, quando a fare da grande mediatore è si è proposto il nient’affatto disinteressato leader turco Erdoğan. Nella conferenza stampa Draghi è stato molto chiaro nel rivendicare il ruolo che debbono giocare le Nazioni Unite: “L’ unico modo per sbloccare la situazione – ha detto – è una risoluzione dell’Onu che regoli la navigazione nel Mar Nero”, cosa che finora la Russia ha rifiutato. “Bisogna – ha continuato il capo del governo italiano – assicurare l’uscita delle navi dai porti ucraini, sminare i porti stessi, proteggere la navigazione di queste navi da parte di paesi terzi perché non diventi un pretesto per le navi russe di attaccare le navi ucraine”. Vari Paesi si sono offerti, ma – ha concluso – “l’unica soluzione possibile è che questa operazione si svolga sotto l’egida dell’Onu, che garantisca tutte le parti”.

Per la soluzione del blocco delle esportazioni di cereali, che rischia di provocare una catastrofe alimentare di qui a poche settimane, si profila, insomma, un’iniziativa europea che non verrebbe messa nelle mani del padre padrone di Ankara, alla frenetica ricerca di un ruolo internazionale che lo sottragga alle difficoltà economiche in patria, ma alla comunità internazionale, con un’iniziativa che avrebbe anche il merito di rilanciare ruolo e iniziativa dell’ONU nella crisi ucraina. Ma siamo ai primissimi passi e il tempo per evitare il disastro è dannatamente poco.

Ben più immediati paiono gli sviluppi del terzo dossier al centro della visita: tempi e modi dell’entrata di Kiev nell’Unione europea. Oggi stesso la Commissione di Bruxelles dovrebbe formulare un parere sulla eventuale ammissione dell’Ucraina alla condizione di paese candidato. Il parere, poi, arriverà sul tavolo dei capi di stato e di governo riuniti per il Consiglio europeo di giovedì e venerdì della prossima settimana.

Che le cose procedano speditamente, però, è tutt’altro che certo. Per la nomina di un paese a candidato è necessaria l’unanimità e almeno cinque paesi, Spagna, Portogallo, Paesi Bassi, Danimarca e Austria, giudicano che l’Ucraina non rispetti i criteri fissati dai Trattati per l’ammissione alla candidatura in almeno due campi fondamentali: il rispetto dello stato di diritto e l’insufficienza degli strumenti di lotta alla corruzione. Qualcuno ha fatto notare, con una certa malizia, che la gravità delle pratiche di corruzione nel paese è stata messa in clamoroso rilievo proprio dalla serie televisiva di cui Zelensky è stato a suo tempo protagonista e che gli è valsa la fama che lo ha portato poi a vincere le elezioni…

Si profila, quindi, tra i 27 paesi dell’Unione un contrasto ai vertici del quale sarebbero, da una parte la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, la quale più volte si è espressa perché venga adottata una procedura speciale che eviti a Kiev una lunga attesa, e con lei i governi dei paesi più legati alle posizioni anti-russe dell’Ucraina come la Polonia, i paesi baltici, la Romania, la Bulgaria, e dall’altra i paesi più rigidi in fatto di rispetto delle condizioni di rispetto del diritto e delle garanzie democratiche come i cinque menzionati sopra. Italia, Francia e Germania sarebbero nel mezzo, ma, a loro volta, con significative differenze di toni che sono emerse in qualche modo anche durante la visita a Kiev. Draghi sarebbe più propenso alla procedura veloce, pur se ha tenuto a sottolineare ai giornalisti che il riconoscimento dell’adesione non è “un punto” con il quale si passa all’adesione, ma l’inizio di un processo piuttosto lungo. Macron, che ieri si è mostrato molto convinto della necessità che il cammino di avvicinamento dell’Ucraina a Bruxelles cominci al più presto, in passato ha fatto capire, e ha fatto dire al suo ministro deli Esteri, che dalla candidatura all’adesione possono passare diversi anni. Forse non proprio i 23 della candidatura della Turchia (che comunque da almeno 15 ha smesso proprio di volerla, l’adesione), e neppure quelli della Macedonia del Nord (18), del Montenegro (12), della Serbia (10) e dell’Albania (8), ma insomma…Proprio la lunga lista dei paesi dei Balcani occidentali in attesa che verrebbero scavalcati in un colpo solo sarebbe uno dei motivi per cui anche Berlino avrebbe qualche perplessità su una procedura mordi e fuggi per l’Ucraina.

Insomma, l’entrata dell’Ucraina nell’Unione europea che ieri a Kiev è stata “venduta” come l’oggetto del desiderio di tutti e in una prospettiva nient’affatto lontana non è precisamente dietro l’angolo. Anche se qualcuno, magari anche nella trojka che era nella capitale ucraina, può pensare che l’accelerazione artificiosa del processo di adesione potrebbe essere la contropartita di una disponibilità degli ucraini a considerare come accettabili eventuali perdite territoriali per arrivare alla pace. Un’Ucraina più piccola, forse addirittura privata dell’accesso al mare, ma più sicura contro le mire imperialistiche russe, ricostruita a spese dell’Europa, risanata dalla corruzione, con un sistema politico consolidato e certamente più ricca? Qualcuno potrebbe pensarci.