L’Ucraina non è il Vietnam. Voglio gridare basta guerra a Putin e Zelensky

I confronti sono ardui e, talvolta, pericolosi, soprattutto quando si misurano storie e persone d’epoche assai lontane. Tanto per sorridere un poco in questi tempi così tragici, quante volte ci siamo chiesti se Merckx fosse più bravo di Coppi, per concludere: strade diverse, biciclette diverse, alimentazione diversa, medici diversi. Perdonatemi il riferimento. Oggi siamo di fronte a qualcosa di profondamente, terribilmente, orribilmente “diverso” rispetto all’immagine del nostro occidente, opulento, spensierato, tutto sommato pacifico. Le guerre ci sono parse sempre lontane. Così le abbiamo percepite anche quando si bombardava la dirimpettaia Jugoslavia. Questa guerra in Ucraina compare in modo assillante sui nostri schermi. Ci stiamo dentro, tra migliaia di morti, case sventrate, rovine ovunque, fame, presto il freddo atroce di quelle pianure. Ma la nostra sensibilità è scossa anche da un interesse personale, privato. Paghiamo un prezzo: i costi che aumentano, il gas che manca, il riscaldamento tagliato, la crescita zero, la paura, l’orizzonte cupo. Egoismi da popoli ricchi.

Missili russi su Kiev

Quelle immagini che fanno piangere

Lo confesso: mi viene da piangere quando vedo vecchie e vecchi infagottati aggirarsi tra le macerie di una sconosciuta e grigia città o immobili all’aperto davanti ad un improvvisato fornello per scaldare una minestra. Alla povertà di sempre (nessuno ricorda che l’Ucraina, ben prima della guerra e tanti anni dopo il crollo dell’Unione sovietica, nella libertà di una democrazia balbettante, ambigua, era con la Moldavia il paese più povero d’Europa: chi l’ha governata, come è stata governata?) si è aggiunta quella indotta dall’aggressione russa. Ricordo un bel servizio diffuso da non so quale televisione: un villaggio di quattro case (o catapecchie) ancora risparmiato dalle bombe, immerso nella nebbia e nel fango, accanto ad un lago o ad un fiume, quattro contadini malmessi che andavano a pescare e che spiegavano che la pesca di quel giorno sarebbe stata il pranzo di quel giorno e così tutti i giorni perché altro non c’era.
Scenderò in piazza per la pace (l’ho già fatto, in verità, per volontà di un piccolo circolo milanese del Pd) e lo farei per quei pescatori, per quelle vecchie donne, per i bambini, che hanno bisogno della pace al più presto per vivere, e magari per vivere meglio, e non di vittorie, rivincite, vendette e di morti, di migliaia di morti…

Lo hanno scritto: l’Ucraina non potrà sperare di tornare ai confini del 2014, riprendendo il Donbass e la Crimea, la Russia non può credere di annettere l’intero est dell’Ucraina fino al Dnepr e poi tenerlo, per l’ostilità di una parte consistente della popolazione, per la guerriglia degli ucraini, per l’opposizione dell’intero occidente.
“Con questa guerra – come ha scritto Avvenire – tutti perdono, uno solo vince: vince il partito della guerra”. Partito che mi pare qualche segno di perplessità stia mostrando, se è vero che gli Stati Uniti, che hanno speso sinora 66 miliardi di dollari in aiuti militari e sostegno finanziario, qualche avvertimento a Zelensky hanno inviato: a proposito dell’assassinio della figlia di Aleksandr Dugin e dell’attentato al ponte di Crimea.

Per dar corpo ad un confronto, magari tra Vietnam e Ucraina, come ha provato il nostro Roberto Roscani (leggi qui il suo articolo), si dovrebbero ripercorrere troppe storie, che rivelerebbero troppe diversità, un contesto che nel giro di mezzo secolo è profondamente mutato…

Allora si scendeva in corteo gridando “yankee go home”. Adesso grideremmo “Putin go home”? Certo, ma la storia ha un peso e la storia dell’Ucraina ha un peso, un altro peso aveva quella del Vietnam. Dell’Ucraina abbiamo conosciuto le badanti, del resto abbiamo ignorato quasi tutto e l’informazione in tempo di guerra (mi riferisco al nostro sistema dei media), non aiuta. Ma è importante adesso ricordare il nazismo, lo sterminio degli ebrei, Stalin, l’eroe nazionale Stephan Bandera, i colpi di mano alla conquista del potere, gli accordi di Minsk, la natura della Crimea? Credo proprio di no. Vorrei solo ricordare il fotogiornalista italiano Andy Rocchelli, massacrato, insieme con il suo interprete dai proiettili del battaglione Azov, nel Donbass, il 24 maggio 2014. Aveva trent’anni.

Il rischio nucleare spazza via tutte le memorie

Non mi importa dimostrare che avevamo ragione allora per dedurre che avremmo ragione pure oggi. O che avremmo ragione oggi, mentre non l’avevamo allora. E viceversa naturalmente. Il conflitto e soprattutto il conflitto nucleare spazza via tutte le memorie. Soprattutto è “qui ed ora” che dobbiamo decidere.
Scenderei in piazza per gridare “basta”. Lo griderei contro Putin e contro i suoi generali. Lo griderei anche contro Zelensky, che ha messo per legge che mai l’Ucraina avrebbe trattato con Putin e con la Russia, finché Putin fosse rimasto alla sua testa. Ma non si dovrebbe trattare anche con il diavolo per fermare una strage? Non si dovrebbe trattare anche con il criminale Putin?

Griderei “basta” per ridare spazio alla “politica”, un fantasma di questi tempi, in Russia, in Ucraina, nel nostro Occidente, nella nostra Europa unita. Non chiedo troppo: una tregua, un armistizio, per rispetto di chi soffre, quei vecchi, quei bambini, quella gente ignara che sappiamo compiangere, ma che i “grandi” dell’occidente rinunciano a difendere, perché non “interessano”. Poi si vedrà di che cosa trattare e Zelensky avrà dalla sua la stanchezza della Russia e una forza, quella dell’Europa e degli Usa ma probabilmente anche di altri paesi, che ora sembrano alla finestra, e soprattutto quella dei suoi concittadini, una forza che le armi non gli possono dare.