L’uccisione del commissario Luigi Calabresi, cinquanta anni fa

“Alla destra della poltrona del questore c’è la bandiera; alla sua sinistra stanno schierati gli altri funzionari, il capo dell’ufficio politico Antonino Allegra, il commissario Luigi Calabresi con uno dei suoi pullover di cachemire chiaro dal collo alto che fanno di lui, se non l’uomo più elegante, almeno il più moderno della questura. Una scena che non dimenticherò mai, un salotto in cui mancava appena che venisse offerto un bicchiere di whisky, un tono leggero e mondano, appena incrinato da un’altra presenza: da quel tenente dei carabinieri in uniforme che stando un po’ in disparte ogni tanto se ne andava su e giù sullo sfondo, ed era il tenente Savino Lo Grano, l’unico a parere, ad alcuni di noi, inquieto e turbato…”.

Le prime ore del giorno dopo la notte di Pinelli, della morte di Giuseppe Pinelli. Il questore era Marcello Guida, già direttore fascista del confino di Ventotene. Il quadro è tratto dal racconto di Camilla Cederna (“Pinelli. Una finestra sulla strage”), pagine da leggere e rileggere, come quelle poche righe dedicate a Licia Pinelli, intravista sulla porta di casa quando da poco ha saputo della morte del marito: “Ma Licia Pinelli non piange ed è per questo che fa più impressione: è lì tutta dritta nella sua vestaglietta rosa dal collettino ricamato, con un bel viso grigio di pallore e gli occhi intenti che han sotto un alone scuro…”. La vestaglietta rosa, indimenticabile. Come indimenticabile resta il pullover di cachemire chiaro dal collo alto: lo vedremo quasi sempre così Luigi Calabresi, anche in una celebre foto, di scorcio, seduto ai banchi di un tribunale.

Quell’assemblea a Architettura

Anch’io ho un ricordo, di tre anni dopo: un’assemblea ad Architettura, al Politecnico di Milano, assemblea affollata come sempre. Alla grande scrivania, in capo all’aula, si presentò un piccolo leader del movimento studentesco, impugnò il microfono e annunciò: “E’ stato ucciso il commissario Calabresi e la sua morte certo non piangeremo”. Rimasi in silenzio. Non capivo.

Era il 17 maggio 1972 e non saprei dire quale fosse stata la reazione della sala. Chissà che cosa passò nella mente dei miei compagni stretti tra i tavoli da disegno, sorpresi o indifferenti. Il commissario Calabresi era per tutti il “poliziotto” che aveva interrogato Pinelli oltre ogni limite consentito dalla legge, in una stanza di via Fatebenefratelli (la questura di Milano, che solo pochi decenni prima aveva ospitato un liceo, come ci ricordava la stessa Camilla Cederna), il “poliziotto” che s’era giustificato sostenendo che ne era appena uscito quando Pinelli era “volato” dalla finestra, che nella stessa conferenza stampa di Guida – cito ancora Camilla Cederna – ebbe modo di dire, a conferma delle versioni ufficiali che davano per certo la responsabilità degli anarchici per le bombe di Milano, a proposito di Pinelli: “Lo credevamo incapace di violenze, invece… è risultato collegato a persone sospette… le sue erano implicazioni politiche”. Pinelli era la mente… Calabresi e Pinelli si conoscevano.

A Pinelli capitò spesso d’essere convocato in Questura. Era un anarchico e gli anarchici sono sempre pericolosi. Pinelli aveva invece generosamente regalato l’Antologia di Spoon River al commissario, chissà se per stima e insieme per rispetto di una vocazione pedagogica.

Il rappresentante dello Stato

Calabresi, colpevole o innocente, era comunque lo “Stato”, rappresentava agli occhi di tanti quello “Stato”, i cui apparati apparvero presto collusi con il terrorismo nero, quello della bomba, come la sfilata di ministri e generali e colonnelli, pallidi, smemorati, apparenti fantasmi di un potere invece molto concreto, durante il processo di Catanzaro, ebbe la forza di mostrare. Per fortuna, allora, ancora, esisteva un popolo, un popolo, tra le fabbriche e le scuole, pronto a difendere quei principi di democrazia che la Resistenza gli aveva consegnato. I funerali in Piazza del Duomo, all’indomani della strage, diedero di questa esistenza una prova indelebile.
Luigi Calabresi aveva trentaquattro anni (era nato a Roma nel 1937, famiglia piccolo borghese di commercianti, liceo, università e laurea in legge con una tesi sulla mafia) quando venne assassinato. Stava uscendo da casa, di mattina, stava per salire sulla sua Cinquecento e venne colpito a morte, alle spalle. “Calabresi assassinato a rivoltellate davanti a casa”, titolò a tutta pagina il Corriere. Lotta Continua imboccò un’altra strada: “Ucciso Calabresi, il maggior responsabile dell’assassinio di Pinelli”. Il commissario lasciava la moglie Gemma, due figli e il terzo in arrivo.

Singolare coincidenza: il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio, incaricato dell’inchiesta sulla fine di Pinelli, l’aveva previsto come ultimo testimone: non fece in tempo a sentirlo. Il lavoro di Gerardo D’Ambrosio si chiuse con quella formula che non era del giudice ma dei giornalisti, in sommaria sintesi e semplificazione per spiegare il volo di Pinelli: “malore attivo”. Gerardo D’Ambrosio scrisse pure nella sentenza: “L’istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non era nel suo ufficio al momento della morte di Pinelli”.

Lo sgombero della Cattolica

Calabresi era arrivato a Milano nel 1965, vice commissario nell’ufficio politico della questura, con l’incarico di seguire i primi gruppi della sinistra extraparlamentare. Nel 1967 gli capitò di guidare lo sgombero dell’Università Cattolica, occupata dagli studenti che protestavano contro l’aumento delle tasse d’iscrizione. Così conobbe Mario Capanna, che salvò dalle botte dei fascisti, che lo aggredirono mentre assisteva ai funerali di Antonio Annarumma, l’agente caduto di fronte al Teatro Lirico dopo una manifestazione contro il caro affitti.

Nel 1968 Calabresi divenne commissario capo. Si trovò alle prese con le manifestazioni di quegli anni. La sua carriera proseguirà fino alla carica di vice-capo dell’Ufficio politico della questura, il numero due dopo Antonino Allegra, il primo e più convinto accusatore di Giuseppe Pinelli…

Arrivarono gli attentati: prima alla Fiera Campionaria e alla Stazione Centrale, poi quello devastante di Piazza Fontana. Calabresi dovette indagare e per cominciare convocò l’anarchico Pinelli. Quella degli anarchici era la pista indicata dalle “autorità”. Il ministro degli Interni, l’onorevole democristiano Restivo, scriverà ai suoi colleghi europei (in francese), più o meno: non sappiamo nulla dei possibili autori della strage, però supponiamo che colpevoli siano gli anarchici. Pinelli si presentò in questura, dopo aver attraversato la città a cavallo della sua motoretta… lascerà il palazzo oscuro di via Fatebenefratelli morente. Morirà al pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli, poco lontano.

Una dura campagna di stampa

Calabresi divenne il bersaglio di una dura campagna stampa. Lotta Continua era in prima linea (Calabresi ne denunciò il direttore responsabile Pio Baldelli, storico del cinema, per diffamazione continua e aggravata: Baldelli fu condannato nel 1976 a un anno di reclusione). L’Espresso, in tre successivi numeri apparsi in edicola a partire dal 13 giugno 1971, pubblicò un appello in cui Calabresi era definito “un commissario torturatore” e “il responsabile della fine di Pinelli”. Lo firmarono quell’appello intellettuali come Umberto Eco, Paolo Portoghesi, Lucio Colletti, Tinto Brass, Paolo Mieli, Cesare Zavattini, Giovanni Raboni, Giulio Carlo Argan, Domenico Porzio, Giuseppe Samonà, Salvatore Samperi e Natalia Ginzburg, Norberto Bobbio, Federico Fellini, Mario Soldati, Carlo Levi, Paolo Spriano, Alberto Moravia, Primo Levi, Lalla Romano, Giorgio Bocca, Eugenio Scalfari…

Quando venne ucciso, Calabresi stava seguendo un traffico d’armi, stava seguendo una pista nera. Uno dei primi sospettati fu Gianni Nardi, estremista di destra delle Squadre d’Azione Mussolini, più volte arrestato per il possesso di armi e di esplosivi. Nardi morì in un incidente d’auto. S’era rifugiato in Spagna, sull’isola di Maiorca. I rapporti di Calabresi su quell’indagine sparirono.

Furono anni di illazioni, sospetti, denunce. Tirarono in ballo anche Feltrinelli, morto due mesi prima di Calabresi sotto il traliccio dell’alta tensione a Segrate. Sarebbe stato lui il regista. Terroristi di tutti i colori aggiunsero le loro versioni. Non mancò un’altra bomba: presenti il ministro Rumor, il prefetto Mazza, il sindaco di Milano Aniasi, mentre si commemorava nel cortile della Questura il commissario a un anno dalla morte, la fece esplodere Gianfranco Bertoli, confidente del Sifar, poi agente del Sid, infiltrato tra gli anarchici. Morirono quattro persone…

L’autoaccusa di Leonardo Marino

Non si verrà a capo di nulla fintantoché un ex di Lotta Continua, ex operaio Fiat, non ebbe una crisi di coscienza. Si era nel 1988. Leonardo Marino si autoaccusò dell’omicidio e accusò Ovidio Bompressi, con lui, che faceva l’autista, esecutore materiale del delitto, e accusò i capi dell’organizzazione politica, Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani, gli ispiratori.

Seguì una serie interminabile di processi, mentre una schiera lunghissima di “innocentisti” prese la parola, svilendo la confessione di Marino, a sostegno degli altri accusati. L’iter giudiziario si concluse nel 1989 con le condanne di tutti e quattro gli imputati, ovviamente a condanne diverse e poi con riduzioni di pene, secondo la legge, e con la grazia per Bompressi gravemente malato. Nel 2000, l’avvocato Gianfranco Maris, combattente antifascista, ex deportato, difensore di Marino, con la schiettezza che sempre contraddistinse il suo lavoro, riconobbe : “Non escludo che Sofri sia intimamente convinto della sua innocenza. Forse il via libera che diede a Marino per l’esecuzione dell’omicidio Calabresi scaturiva da un equivoco”.
La storia del commissario Luigi Calabresi finirebbe qui, salvo un ultimo breve capitolo, l’unico felice dopo tanto tempo: l’incontro tra Gemma Calabresi e Licia Pinelli, nel 2009, nel salone dei Corazzieri al Quirinale, di fronte a loro il presidente Giorgio Napolitano.