Lotta alla povertà: la lezione del cardinale Zuppi alla sinistra

Non dobbiamo stupirci se Matteo Maria Zuppi, neo-presidente della Conferenza dei vescovi italiani, pone al vertice delle urgenze italiane “per rilanciare il futuro” la lotta alla povertà, mentre la sinistra italiana si occupa principalmente dei contorcimenti interni al Movimento 5 Stelle.

Ascoltate la differenza abissale di contenuti e linguaggio

La sinistra, Zuppi e Papa Francesco

matteo zuppiZuppi: “In Italia ci sono 6 milioni di persone in povertà, una su dieci. Aiutare chi soffre è una responsabilità imprescindibile”. Impegna cioè se stesso, la Chiesa italiana, ma al contempo richiama la responsabilità della politica.

Letta: “Parlerò con Conte e Di Maio”. Renzi: “Vediamo se Di Maio avrà la maturità di tessere la sua tela, gli diamo il benvenuto al centro”. Di Maio: “Uno non vale l’altro”. Conte: “Di Maio non si permetta di minare il nostro onore, gli ricordo i gilet gialli”.

Appare evidente lo stacco. L’uno è immerso nella realtà sociale concreta del Paese e comprende i veri e brucianti problemi degli italiani, compiendo una chiara scelta di campo. Gli altri sono tutti concentrati solo sul proprio ombelico, confondono i loro destini personali con quelli del Paese e ignorano quello che avviene attorno a loro.

Non è che, come dice Zuppi, destra e sinistra sono “categorie superate”. Il fatto è che in Italia (ma non è così in altri paesi europei e nel mondo, a partire dall’America Latina) la sinistra è un cumulo di macerie: solo pezzi di ceto politico autoreferenziali, senza organizzazioni nella società, visione del mondo e progetti di prospettiva. Di fronte alle epocali trasformazioni globali degli ultimi venti anni, la sinistra italiana ha scelto di rinunciare a governare questi cambiamenti e a rappresentare chi ne ha subito i colpi più duri. Con l’alibi della natura “liquida” dei partiti, hanno lasciato il governo dei cambiamenti tecnologici, delle piattaforme digitali e dei valori che le regolano alle grandi società private. Hanno scelto di ignorare il nuovo squilibrio che si è prodotto almeno dagli anni ‘90 nel rapporto di potere fra lavoro e capitale. Hanno, infine, assistito volontariamente inermi, all’incepparsi del passaggio generazionale come momento anche di redistribuzione della ricchezza privata. L’allargarsi delle disuguaglianze non era un fatto ineluttabile, dovuto è scelte tecniche inevitabili, bensì il risultato della deliberata rinuncia della sinistra – che pure ha governato il Paese per non pochi cicli politici negli ultimi quarant’anni – di svolgere la funzione per cui è nata: difendere i più deboli, tutelare il bene comune, governare i cambiamenti riducendo le disuguaglianze, anche fra le generazioni.

Così, oggi, è la Chiesa italiana, sotto la spinta di papa Francesco, a rappresentare queste istanze, perché ha compreso che giustizia sociale e ambientale sono inseparabili. Mentre la sinistra o le forze cosiddette “progressiste” sono perlopiù intente a riposizionarsi l’una rispetto alle altre, ma senza porsi minimamente il tema di come modificare i modi con cui si forma e si accumula la ricchezza e gli equilibri di potere che li governano.

Salario minimo legale?

Perché il tema delle povertà è niente di meno che questo. Vasto programma, si direbbe. Eppure sarebbe il motivo fondante della sinistra ovunque nel mondo. È “solo” una questione di scelta, perché le analisi e lalavoratori comprensione dei nuovi meccanismi di creazione di povertà e disuguaglianze e l’individuazione delle leve su cui agire non mancherebbero. Ad esempio il Gruppo di lavoro sugli interventi e le misure di contrasto alla povertà lavorativa in Italia, istituito dal Ministro Orlando, ha prodotto una relazione lucida e chiara, tanto nell’analisi quanto nelle politiche da adottare, nel novembre 2021. Ma la politica e la sinistra se ne guardano bene non dico dall’adottarle, ma neppure dal discuterle. La Relazione ci mostra come il fenomeno crescente dei lavoratori poveri sia il frutto non solo dei redditi individuali da lavoro (per quanto tempo durante l’anno li si percepisce e dal salario per ora lavorata), ma anche dei redditi familiari di mercato (composizione familiare, numero di percettori di redditi e redditi da lavoro e non da lavoro), nonché dai redditi familiari disponibili (dopo interventi redistributivi dello Stato e imposte). Dal 2006 al 2017, i dati dell’indagine europea EU-SILC lo dimostrano, in Italia la povertà lavorativa, cioè la quota di componenti familiari poveri fra chi lavora almeno sette mesi l’anno, è aumentata dal 9,4% al 12,3%. Percentuale che aumenta al 13,2% se si include nel calcolo quelli che hanno lavorato almeno un mese nel corso dell’anno. Ma se nasci donna il rischio di bassa retribuzione (cioè una retribuzione individuale inferiore al 60% della retribuzione mediana) è del 27,8%, mentre per gli uomini è del 16,5%. Il rischio di bassa retribuzione è sì attenuato dall’intervento redistributivo (sistema fiscale e trasferimenti), ma questo opera solo per i lavoratori dipendenti (dal 24,5% al 19,7%). Ma se sei “autonomo” (cioè nell’infinita pletora di forme contrattuali che la deregulation, di cui non pochi governi di centrosinistra sono stati propugnatori, ha prodotto) tale rischio sale dal 23% al 25,1%.

Le proposte che il Gruppo di lavoro del Ministero espone sono chiare e incidono sulle diverse cause della povertà lavorativa in Italia: da una legge sulla rappresentanza sindacale e sulla estensione a tutti i lavoratori dei contratti collettivi, al salario minimo stabilito per legge; dalle sperimentazioni del set di strumenti in specifici settori, all’aumento del rispetto dei minimi salariali per via di una più efficace vigilanza documentale; dall’introduzione di un intervento redistributivo con trasferimento di reddito rivolto esclusivamente a chi percepisce redditi da lavoro (in-work benefit), fino agli incentivi al rispetto delle norme da parte delle imprese.

Proposte serie e fattibili tecnicamente, ma che con ogni probabilità il Parlamento non vorrà trovare il tempo neppure di discutere e su cui nessuna forza politica – neppure di sinistra – sembra intenzionata a metterci la faccia.

Una lezione per la sinistra

papa francescoLa Chiesa e una parte della società civile italiana, vox clamantis in deserto, cercano di richiamare la politica alle proprie responsabilità. La recente Direttiva europea (COM 2020/682) relativa a salari minimi adeguati nella Ue, esorta gli Stati membri a garantire retribuzioni che consentano condizioni di vita dignitose per lavoratori e famiglie, attraverso l’adozione di una legge sul salario minimo per i Paesi che non ne dispongono (e l’Italia è uno dei sei Paesi a non averla), oppure rafforzando la contrattazione collettiva. Che nello spirito della normativa europea, significa in Italia estensione erga omnes dei contratti collettivi e una legge che metta fine ai contratti cosiddetti “pirata”, finti o definiti ad hoc per aggirare quelli stabiliti con le organizzazioni sindacali più rappresentative. Ma, ugualmente, una legge sul salario minimo sarebbe importante per coprire quella crescente quota di persone che Karl Marx definiva l’esercito industriale di riserva, cioè la massa di inoccupati, sotto-occupati o male-occupati, alimentata anche dalla nuova economia digitale e del delivery, esistente nel sistema capitalistico. Tale legge, oltre a restituire dignità e diritti ai lavoratori, consentirebbe di recuperare fiumi di denari che sfuggono al sistema fiscale e che avvantaggiano soltanto grandi multinazionali quotate (Uber, Lyft, Didi, Doordash, Delivery Hero, Meituan , Zomato, ecc.). Per questo, ad esempio, la Campagna Abiti Puliti ha di recente proposto un metodo di definizione di un salario dignitoso di base, ancorato alle norme internazionali che lo configurano come un diritto umano riconosciuto dal diritto internazionale e dalla Costituzione italiana. Un metodo che definisce come dignitoso un salario di base pari a 1.905 euro netti mensili sufficiente a garantire i bisogni primari del lavoratore e della sua famiglia. Dunque un salario orario di 11 euro netti.

Ma voi pensate che la politica, o almeno la sinistra italiana troverà il tempo e la voglia di discuterne? Di più: pensate che possa attorno a questi temi ritrovare la sua ragion d’essere e, dunque, forse, il suo radicamento sociale senza il quale non si dà neppure radicamento elettorale? Si accettano scommesse. Intanto, si dovrà ammettere – laicamente e senza pregiudizi – che uno Zuppi vale più di mille vaticinati “campi larghi” di centrosinistra.