In ricordo di Loris D’Ambrosio servitore leale dello Stato

Vorremmo essere smentiti ma scommetteremmo che oggi nessuno ricorderà il magistrato Loris D’Ambrosio, morto di crepacuore il 26 luglio 2012 al culmine di una campagna mediatica che tendeva ad attribuirgli un ruolo nella cosiddetta “trattativa stato-mafia”. All’epoca D’ambrosio era consigliere giuridico del presidente Napolitano. La sua fine imbarazzò i giornali, motivo sufficiente perché ci si dimentichi di lui; del resto non v’è una tribù politica o giudiziaria che lo consideri uno dei suoi. Eppure rivisitarne la figura, e confrontarla con altre vicende che in questi giorni appassionano i quotidiani, aiuta a capire perché è così difficile rimettere in sesto questo malmesso Paese.

Qui non ho la pretesa di risolvere i dilemmi sintetizzati nella formula ‘trattativa stato-mafia’, se cioè nel 1993 la mafia interruppe gli attentati ai monumenti perché lo stato aveva ceduto al ricatto, se ‘trattativa’ sia la parola corretta, se fu determinante la decisione del ministro della Giustizia Conso di non rinnovare il regime di isolamento per 334 detenuti (dei quali peraltro solo 23 condannati per mafia), se Paolo Borsellino fu ucciso perché si era opposto a concessioni o piuttosto perché era una minaccia a ben più antiche relazioni tra mafia e apparati segreti. E neppure se le indagini su questa magmatica materia abbiano offerto spunto a taluni magistrati per parare il rischio di pagare gravi errori precedenti montando un’inchiesta clamorosa – tecnica di difesa preventiva praticata non di rado negli uffici giudiziari. Se ne discute (confusamente) da anni, senza che, mi pare, s’intravedano certezze cristalline.

Ma quello che so, e che credo sapessero tutti anche nove anni fa, è che Loris D’Ambrosio serviva lo stato con competenza, integrità, un certo coraggio. Non apparteneva ad alcuna consorteria, non godeva di solidarietà corporative, non aveva relazioni forti con i media e con la politica. Quando lo investirono le supposizioni, col seguito di sarcasmi a mezzo stampa e di empiti di indignazione atti a manifestare l’alta moralità degli indignati, restò solo: e a nulla valse la sua storia personale, che lo aveva visto sempre in conflitto proprio con quei comportamenti opachi e codardi dei quali era ingiustamente sospettato.

L’avevo conosciuto molti anni prima, lui alla Procura di Roma e io cronista giudiziario per Paese sera. Insieme ai pm Guardata, Giordano e Mario Amato si occupava di una questione all’epoca considerata minore, il terrorismo neofascista. Tutti giovanissimi a parte Mario Amato, che fu assassinato poco dopo dal figlio di un giudice istruttore, pistolero dei Nar: questo per dire dell’atmosfera. Li avevano relegati in un piano basso, come per isolarli dalle stanze dl potere. Di sicuro non appartenevano all’antropologia dei piani alti, dove abbondavano strani anfibi, per la metà emersa servitori della legge e per la metà immersa uomini di mano a disposizione di partiti, servizi, potentati, o comunque a quelli sodali.

Il palazzo all’epoca era noto come ‘il porto delle nebbie’. Il fatto che fosse snodo centrale nelle lotte di potere non impediva a molti magistrati, D’Ambrosio e i suoi colleghi tra questi, di rappresentare al meglio la dignità delle istituzioni. Nondimeno, i pm più noti e più ossequiati erano gli anfibi. Loquaci, ubiqui. Ritrovai una situazione simile a Palermo, quando la mafia uccise Rocco Chinnici (1983). Pubblici ministeri di grido erano generosi di dichiarazioni altisonanti, gradite ai quotidiani. Il figlio del procuratore Gaetano Costa, assassinato dalla mafia tre anni prima, mi avvertì: “Tra i tanti che declamano vi sono gli stessi pm che per paura rifiutarono di firmare gli ordini di cattura contro i boss. Di conseguenza li firmò mio padre, in totale solitudine. E fu ucciso” (la memoria di Gaetano Costa è stata consegnata all’oblio: la sua storia imbarazza; e ci si sta dimenticando di un altro magistrato che pagò con la vita anche viltà altrui, Cesare Terranova, ammazzato dalla mafia nel 1979).

Quando D’Ambrosio offrì a Falcone le sue conoscenze sul terrorismo ‘nero’, tra i due nacque una collaborazione via via sempre più stretta, destinata col tempo a produrre strumenti e normative fondamentali nella lotta contro la mafia. Sarebbe bastato questo pregresso per consigliare prudenza a chi tirò D’Ambrosio dentro la ‘trattativa’ (l’occasione la offrirono intercettazioni sul telefono del senatore Mancino, formalmente escluse dall’inchiesta). Beninteso, attiene alla libera stampa avanzare sospetti, perfino sul Quirinale. Ma altra cosa è scagliare sarcasmi e malignità sulla base di indizi manifestatamente ambigui, soprattutto quando la storia della vittima parla chiaro. Così chiaro che dopo la morte di D’Ambrosio il direttore del quotidiano più violento tentò di difendersi ribaltando ogni colpa sulla concorrenza.

Forse il cuore avrebbe tradito egualmente D’Ambrosio anche se dalla magistratura inquirente fosse venuta, pubblicamente, una parola forte, inequivoca e tempestiva, tale da fermare le illazioni. Ma il fatto è che quella parola non venne,. Ora proviamo a paragonare questo silenzio con quanto si è letto di recente.

Lunghi articoli sul ventesimo anniversario del G8, da cui però manca una questione essenziale: perché mai da allora i governi e i vertici delle forze dell’ordine non hanno punito o espulso i colpevoli di violenze, omertà e torture poliziesche, essendo chiaro che il processo scontava limiti che l’avrebbero azzoppato? Ancora: due anni, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, un contingente di guardie carcerarie pesta tutti i detenuti (tranne i camorristi, sostiene Saviano). Al ministero di giustizia non potevano non sapere da subito di una violenza così massiva, non fosse altro perché ne parlavano i legali dei pestati: ma fino alla primavera scorsa, quando filmati confermarono, tutti finsero di ignorare. Infine: un documentario ribadisce che la più feroce banda di assassini seriali, i ‘killer della Uno bianca’, fu scoperta grazie alla dedizione di due poliziotti, Baglioni e Costanza. Che però mai vennero promossi, quasi dovessero scontare la colpa d’aver rivelato che la maggior parte dei criminali appartenevano alla Polizia di stato.

Si potrebbe continuare all’infinito. Ora, non v’è organizzazione umana, piccola o grande che sia, che possa funzionare se non dispone di un adeguato sistema di premi e di punizioni. Se cioè non applica regole che incentivino comportamenti ‘virtuosi’ e disincentivino comportamenti dannosi. In Italia quel sistema non funziona. Gli ottimi e i pessimi convivono nelle istituzioni – stesso stipendio, spesso stessa carriera, nessun premio, nessuna punizione. Meriti o demeriti talvolta contano, ma ancor più sembrano contare consorterie, omertà tribali, clientele, vicinanza a poteri, considerazione dei media, furberie.

Eppure tutte le istituzioni prevedono un sistema di premi e di punizioni. Ma in alcuni settori, per esempio la scuola, quel sistema non è applicato; in altre, per esempio la magistratura, non obbedisce ai criteri dichiarati (fanno testo i maneggi di Luca Palamara, per quattro anni segretario generale dell’associazione nazionale magistrati, dunque espressione della categoria). Si direbbe che nelle amministrazioni locali le cose vadano ancora peggio. Approssimandosi le elezioni a Roma, si torna a parlare della defenestrazione del sindaco Marino (di cui non fui un elettore), avviata da un segmento di dipendenti comunali e portata a termine da destre, pentastellati e renziani, col risultato, tra gli altri, di vanificare il progetto di riforma della polizia municipale. Se questo accade nella capitale, non sorprende la frequenza con cui vigili urbani di centri minori figurano coinvolti in varie attività criminali.

L’Italia può contare su splendidi servitori dello stato, in ogni settore. Per pigrizia diamo per scontata la loro dedizione, ma non lo è affatto, e a ben vedere risulta perfino sorprendente, se pensiamo all’assenza di premi e di incentivi. Ma chi può escludere che la linea della resilienza non si stia assottigliando? E non è forse questo un problema che dovrebbe finalmente porsi chi ritiene fondamentale la dignità e l’efficienza dello stato?