L’opportunista Salvini che fa il pacifista e volta le spalle a Putin

L’Europa ha interesse a intrattenere buone relazioni con la Russia. La Nato è un’alleanza difensiva e non può essere un’alleanza offensiva.

Martellando su una posizione di principio giusta ma astratta, secondo la quale ogni paese è libero di scegliere l’alleanza che vuole, la Nato e l’America, differentemente dalla Germania e dalla Francia, hanno inviato un chiaro messaggio a Mosca: prima o poi porteremo i nostri missili sull’uscio di casa.

Spero che a Mosca qualcuno capisca che si è spinto troppo avanti. Se il conflitto si allarga, rischia di essere un disastro. Putin ha sicuramente approfittato di un Occidente diviso, impaurito e in fuga…

Isolare qualcuno non funziona. Per questo bisogna costringere i due soggetti, uno che ha ragione, e che si sta difendendo eroicamente, e uno che ha torto e che ha scatenato un conflitto di cui nessuno sentiva la mancanza, a sedersi intorno a un tavolo. Pensate se fosse Roma a ospitare l’incontro, Roma città di pace.
Bisogna perseguire la via indicata dal Santo Padre: confronto, dialogo, diplomazia, sanzioni.

Dichiarazioni e discorsetti in contraddizione

Queste righe, tranne quelle al secondo capoverso, le ho copiate da un articolo del Giornale di ieri, da un breve ma preciso resoconto di quanto si sarebbe potuto ascoltare il giorno prima nel talk condotto da Lucia Annunziata. Parole semplici, direi scontate. Un discorsetto i cui fondamenti nessuno credo possa mettere in discussione.

C’è un’aggiunta che però ha destato qualche impressione in più: “… preferisco parlare di corridoi umanitari e non voglio che la risposta dell’Italia e dell’Europa, culla di civiltà, sia distribuire armi letali. Comunque non in mio nome”.

Nessun mistero: il nome in questione è quello di Matteo Salvini, che nella circostanza smentiva pure di avere un rapporto consolidato con il presidente russo: “Io Putin l’ho incontrato una volta nel 2014, non ho con lui alcuna frequentazione”. L’esuberante e coreografico Matteo in altri tempi non s’era risparmiato foto nella Piazza Rossa indossando maglietta con la bella effigie di Putin in abiti militari.

I soldi russi e la Lega

Sarà vero, probabilmente. Salvini non è Berlusconi, non possiede castelli in Sardegna. D’altra parte che se ne fa Putin di Salvini? Al contrario i soldi di Mosca avrebbero fatto comodo alla Lega e allo scopo di ottenerli si sarebbe mosso in passato Gianluca Savoini, giornalista, un lungo percorso, spesso nell’ombra, nel partito di Umberto Bossi, fino a diventare per ultimo portavoce di Salvini, appena eletto segretario.

Storia vecchia quella dei rubli dalle parte di via Bellerio e inchiesta giudiziaria in atto, ripetutamente documentata dai nostri giornali e dalle nostre tv, con tanto di filmati relativi alle trattative in una sala del ricco hotel Metropol di Mosca. Una storia che conta poco, però, mentre tuonano i cannoni, ma che testimonia di qualche felice incontro molto concreto tra un mondo e l’altro, ben oltre l’orientamento politico dei due, Putin e Salvini, populisti o sovranisti, antieuropeisti o “orientalisti” (dall’Ungheria di Orban in là).

 

L’incerta cultura democratica di un capetto

L’incerta cultura democratica del capetto nostrano poteva e può infatti collimare con quella dello zar russo. Tanto è vero che da giorni si parla del patto segreto tra la Lega e Russia Unita, il partito del presidente russo. Il patto avrebbe previsto consultazioni tra le “Parti” e scambi di informazioni su temi di attualità in Russia e in Italia, sulle relazioni bilaterali e internazionali, sullo scambio di esperienze nella sfera della struttura del partito, del lavoro organizzato, delle politiche per i giovani, dello sviluppo economico, così come in altri campi di “interesse reciproco”. Quale sia l’interesse reciproco sarebbe tutto da capire.

Ma l’assalto all’Ucraina impone un ripensamento a Salvini, che quattro giorni fa aveva fatto sapere d’aver stracciato quel documento. Opportunità per una conversione o semplicemente opportunismo? Difficile credere che il capo leghista si lasci guidare dal rigore politico e morale: è un uomo d’affari, anche se non ci sono di mezzo i soldi. Persegue sempre la via che gli fa più comodo e che gli consente di prevedere un bottino di voti, con la vocazione a distinguersi, a tenere i piedi in due o tre o quattro scarpe, demagogo presuntuoso quanto confuso, pronto a qualsiasi giravolta, abile a confondere le acque.

Alla ricerca vana di una identità

Ancora ha cercato di distinguersi, per edificare una propria identità: dal governo, che ha deciso l’invio delle armi e dei soldati, contro il governo per reclamare il proprio pacifismo, per recitare la preghiera di Papa Francesco, per incalzare l’opera della politica.

Ancora ieri, in un tweet, Salvini ripeteva: “Guerra, bombe e morte, fermiamoli e fermiamoci prima che sia troppo tardi. Ognuno di noi deve fare tutto il possibile perché prevalgano la ragione, il dialogo, l’ascolto, la diplomazia, la Pace”.

Come dargli torto. Persino nel suo rifiuto dell’aiuto militare, nel suo “not in my name”, ci sono delle ragioni: più armi significano più guerra e poi guerriglia, significa arrendersi alla logica delle bombe, recitare sotto spoglie europee la parte della Nato e rinunciare al negoziato subito, prima del disastro, come unica via per tutti, unica via che addirittura darebbe un senso all’esistenza dell’Europa unita, contro la certificazione della sua impotenza, della sua insipienza, della sua sudditanza, evidenziate dalle sconfortanti battute del suo ministro degli esteri, Borrel.

Un piccolo chiarimento: le poche parole del secondo capoverso non sono state pronunciate da Salvini, ma sono state scritte da Piero Ignazi, storico e politico non certo di simpatie putiniane (e riprese dal Domani di lunedì scorso).