L’ombra
della lobby nera
sul voto amministrativo

Che cosa può succedere ancora nelle prossime ore, prima che 12 milioni di italiani vadano alle urne per decidere la sorte del governo della regione Calabria, di 21 città e altri 1321 Comuni? Speriamo proprio niente: quello che è già successo basta e avanza. Mai campagna elettorale finì, in Italia, con un simile spettacolo pirotecnico. Prima il caso Morisi, la miserrima morte della Bestia e le imbarazzanti crisi di nervi di colui che ne fu beneficiario. Poi lo scoperchiamento in tv del calderone in cui ribollono gli indicibili vizi del partito che, secondo certi sondaggi e per la gioia di un frizzante editorialista del Corriere della Sera, sarebbe il primo nelle preferenze dei nostri concittadini. In mezzo la mazzata dei tredici anni (e due mesi) comminati a Mimmo Lucano, triste martire laico d’un modo diverso d’intendere il “problema” dell’immigrazione, a cominciare dal riconoscimento che più che un problema potrebbe essere un’opportunità, da trattare con i buoni sentimenti e la consapevolezza del mondo in cui viviamo.

Quei fascisti che si chiamano “patrioti”

Due botte a destra e una a sinistra, per dirla semplice semplice. Semplice quanto lo è la rozza equazione di un Salvini: ci avete beccato con un “caso umano” e noi vi rispondiamo con i 13 anni di carcere al vostro eroe. Semplice quanto lo è la furbizia anguillesca di una Meloni: e io che c’entro? ma davvero dite? adesso vedo, adesso considero, se c’è del marcio lo puliremo, sono goliardate, il fascismo è morto…Può darsi che mentre leggete queste righe il deputato europeo Carlo Fidanza, che intanto s’era “autosospeso” (geniale escamotage italian style), sia stato sospeso sul serio dal partito. Ma non è per niente detto. Può darsi che alla prossima puntata di Porta a Porta la capa di Fratelli d’Italia spieghi al conduttore che fa sì con la testa che s’è fatta pulizia, che i saluti romani io ai miei comizi non li vedo, che i soldi in nero sono un vizietto tutto italiano: io non ne sapevo niente, ho punito chi li ha presi e non lo faranno più, invece gli altri…

No. Non è così semplice. Il verminaio che ci ha messo sotto gli occhi l’inchiesta di Fanpage è la parte di un tutto. Il partito di Giorgia Meloni rigurgita di fascisti dichiarati e di fascisti che dicono e fanno cose fasciste ma si chiamano, fra loro, “patrioti”. Se la leader di Fratelli d’Italia pensa che, come forse ora farà o forse non farà manco per niente con Fidanza, debbano essere cacciati, allora cominci a guardare in famiglia. Suo cognato Francesco Lollobrigida, capogruppo di FDI alla Camera, per dire, è lo sponsor dello scandaloso monumento che in un paesino del Lazio è ancora in piedi (nonostante le condanne penali a chi lo ha voluto) alla memoria di Rodolfo Graziani, il macellaio del Fezzan, la regione della Libia i cui abitanti furono portati tutti a morire in campo di concentramento, il “vicere” d’Abissinia che fece usare i gas asfissianti contro gli etiopi, quello che ordinò a Debra Libanos la peggiore strage di civili – preti, pellegrini e seminaristi copti – della storia coloniale italiana, il capo delle Forze Armate asservite ai nazisti nella Repubblica di Salò e che per conto delle SS andavano a razziare gli ebrei.

La vergogna del monumento a Graziani

Quando il monumento, finanziato dalla giunta regionale di Renata Polverini proprio per l’interessamento di Lollobrigida, allora assessore, venne inaugurato, lui spiegò che “per noi della valle dell’Aniene l’affetto per il generale Graziani è stato sempre un punto di riferimento”.

Pensate che l’”affetto” di Lollobrigida per il peggior criminale di guerra fascista sia un fatto personale senza peso politico, neppure quando pretende di condividerlo con una valle intera? Fatevi un giro per la Rete e vedrete che le denunce delle propensioni fascisteggianti degli ambienti vicini a Fratelli d’Italia sono tantissime. Le prese di distanza poche e arrivano sempre solo quando qualcuno fa scoppiare lo scandalo.

E l’altro capitolo dell’horror politico scoperchiato dal reportage: i finanziamenti in nero, la corruzione politica? Fratelli d’Italia ha superato Forza Italia nel numero di amministratori locali indagati o arrestati. Solo in Calabria sono due i consiglieri regionali che hanno conosciuto le patrie galere e nei guai è finito anche il capogruppo di FDI alla regione Alessandro Nicolò, mentre la filiera di voti di scambio con la ‘ndrangheta è costata cara all’ex assessore regionale della regione Piemonte Roberto Rosso che deve rispondere in tribunale di aver comprato la sua elezione dalle ‘ndrine. E già, perché anche il Nord, dove la formazione di Giorgia Meloni cerca l’insediamento per affrancarsi dal suo stigma di partito meridionale e romano, ha offerto numerosi esempi di corruttela politica “patriota”: a Piacenza, in provincia di Varese, a Vercelli, dove il vicepresidente del consiglio comunale si è fatto denunciare per aver istigato sui social ad ammazzare “tutte ‘ste lesbiche e tutti ‘sti gay e pedofili”, a Firenze. Senza dimenticare l’amata patria adottiva: Latina e l’agro pontino. Cinque anni fa fece clamore l’arresto del tesoriere nazionale ed ex deputato di FDI Pasquale Maietta. Un pentito aveva fatto strada agli inquirenti nei loschi affari che giravano intorno al Latina Calcio. Anche nella complicata indagine sulle infiltrazioni mafiose nel più grande mercato d’ortofrutta d’Italia, a Fondi, sono emerse responsabilità di personaggi legati al partito di Meloni.

La compiacenza di certa informazione

Basta così: chi ne ha voglia le sue ricerche se le può fare in proprio e poiché in Italia non mancano i bravi giornalisti d’inchiesta c’è da essere sicuri che altre brutte storie verranno alla luce e poi, magari, arriveranno nelle aule dei tribunali. E però, a parte l’ipocrisia della sua lidera maxima e la compiacenza di molta parte dell’informazione che si allena a fare il salto sul carro del vincitore guardando alla fatua apparenza dei sondaggi, va detto che tanta devianza nel partito della destra dura e pura è il riflesso d’un problema enorme, che non riguarda solo Giorgia Meloni (e neppure solo Matteo Salvini), ma tutta la politica italiana: l’estrema difficoltà ad esprimere una classe dirigente, lo scivolamento dei partiti che furono nel leaderismo e nella miopìa della visione sugli obiettivi da raggiungere, il dominio del qui ed ora, l’ignoranza crassa del passato contro lo sguardo sul mondo, la mancanza d’intelligenza del futuro.

Non è un monopolio della destra, anche parti della sinistra hanno sofferto di questo male della democrazia e non certo solo nel nostro paese. Ma esso pare essere davvero consustanziale a questa nostra destra italiana e comincia a farsi sempre più lacerante tra le sue componenti e più evidente agli occhi dell’opinione pubblica. Ne vedremo le conseguenze uscire dalle urne?