Lobbying,
chiariamo
un po’ di cose

Ammetto, da lobbista, che l’attività professionale che svolgo da oltre 25 anni costituisce un problema, in Italia e non solo. Ma il problema non è la professione in sé. Il problema è la discussione pubblica sul lobbying che, muovendo da premesse errate, non può che giungere a conclusioni distorte, alimentando un dibattito fondato sull’ignoranza, più che sulla conoscenza dei fatti.

Se questo è accaduto è certamente anche colpa di noi professionisti, che non ci siamo sforzati abbastanza di far comprendere la natura del nostro lavoro ad un pubblico più vasto. Dalla consapevolezza di questa nostra mancanza e dalla speranza di potervi in parte rimediare nasce il mio modesto impegno divulgativo. Fare lobbying significa, né più né meno, rappresentare interessi particolari presso le Istituzioni pubbliche.

Arricchire i processi decisionali

La rappresentanza di interessi, occorre chiarire, va riferita ad ogni processo decisionale che metta capo alla scelta di introdurre, modificare o sopprimere le regole che disciplinano un mercato. In altre parole, le Istituzioni in quanto regolatrici del mercato effettuano scelte discrezionali, cioè scelte politiche, che inevitabilmente incidono sulle condizioni di imprese, consumatori ed utenti di quel mercato; l’attività di lobbying si propone di arricchire quei processi decisionali, facendo sì che le Istituzioni dispongano di elementi sufficienti per valutare implicazioni e conseguenze di tutte le opzioni di intervento e sottoponendo loro le istanze e le proposte concrete di miglioramento del quadro normativo da parte dei soggetti che in quel mercato operano.

Da questa definizione deriva una netta distinzione di ambiti: l’attività di lobbying si esplica nel contesto dell’attività normativa delle Istituzioni, cioè nei procedimenti di formazione di atti normativi di carattere generale (leggi, regolamenti del governo, delibere di giunta regionale eccetera), non nel contesto dei procedimenti amministrativi (ad esempio, dei procedimenti di autorizzazione) che riguardano una sola impresa un solo prodotto. Questa distinzione ha notevole importanza nel fare giustizia di un equivoco fondamentale attorno alla nostra professione: non può esserci attività di lobbying per favorire l’immissione in commercio di un prodotto (pensiamo ad un farmaco) o per propiziare l’aggiudicazione di una gara d’appalto. Al contrario, l’attività di lobbying consisterà nel proporre modifiche alla normativa di carattere generale che disciplina, ad esempio, i criteri di valutazione dei prodotti per la loro immissione in commercio, ovvero i criteri ai quali le centrali d’acquisto devono attenersi per aggiudicare gli appalti, eccetera: in ogni caso, l’attività lobbistica non favorirà mai un solo operatore o una sola categoria di prodotti, ma si proporrà di modificare l’assetto complessivo delle politiche di settore, a favore di un comparto produttivo, non di una singola azienda.

I problemi dell’Italia

Definita così la nostra professione, possiamo chiederci in quali condizioni versi nel nostro Paese. Un buon punto di partenza è tuttora la diagnosi che Michele Corradino così sintetizzava nel suo libro di qualche anno fa È normale… lo fanno tutti: “I rapporti tra politica e impresa ovviamente esistono e sono fitti, ma sono affidati alle relazioni personali. Gli imprenditori più grandi e le associazioni di categoria più importanti non hanno alcun problema a varcare le soglie dei palazzi del potere, gli altri si affidano agli amici per raggiungere politici, amministratori e funzionari pubblici.” Questo passo chiarisce in maniera molto efficace che il problema in Italia non è la bulimia dell’attività lobbistica, ma la sua evidente e desolante marginalità. Il coinvolgimento degli interessi privati nel processo di formazione della decisione pubblica (e degli atti normativi nei quali essa si traduce) è affidato, troppo spesso, non alla rappresentanza, ma alla contiguità: non, cioè, ad una attività professionale, ma alla capacità di far leva su rapporti personali.

Lobbying e partiti

Spero non sia difficile comprendere la differenza che intercorre tra un lobbista ed un facilitatore di contatti. Il facilitatore cerca di vendere il contatto personale con il decisore pubblico, il lobbista vende una consulenza professionale sulle modalità più opportune ed efficaci di rappresentare gli interessi alle Istituzioni. Liberare la rappresentanza di interessi dalla presenza ingombrante di facilitatori, frequentatori assidui di salotti e corridoi, magari anche simpatici ciarlatani senza qualità è l’unica via per conferire alla professione del lobbista lo status di attività professionale. E tuttavia questa prima delimitazione ancora non è sufficiente. Troppo radicata è infatti l’idea che l’attività lobbistica, pur condotta in maniera professionale, consista essenzialmente in uno scambio tra impresa privata e politica, ancor più alla luce della diffusione del finanziamento privato dei partiti e delle attività politiche che sembra aver allineato il sistema italiano al modello statunitense. Dopo la Legge Letta sul finanziamento dei partiti si è sentito parlare, purtroppo anche all’interno della nostra professione, dell’avvento di una “stagione nuova”, nella quale il lobbista sarebbe diventato un mediatore professionale tra potenziali finanziatori (il mondo imprenditoriale) e le formazioni politiche che avrebbero dovuto competere per ottenerne il consenso (e i fondi per le campagne elettorali).

Non è questo il luogo per discutere l’idea di democrazia che il modello americano sottende. Mi interessa, invece, sottolineare che il professionista della rappresentanza di interessi non è il sensale di nessun baratto. La professione lobbistica si esplica unidirezionalmente: ciò che l’impresa offre alle Istituzioni è un’informazione più completa su come la cornice normativa incide sulle condizioni del mercato e sui possibili interventi che potrebbero migliorarla. Non è tutto. Accettando l’idea che il lobbista intermedi il finanziamento privato alla politica in cambio della concessione di una regolamentazione più favorevole, si dovrebbe accettare anche la possibilità che in questa nuova veste il lobbista entri al servizio delle stesse organizzazioni politiche come fund raiser, in una commistione di ruoli che personalmente ritengo pericolosa tanto per il corretto funzionamento dei rapporti tra politica e mercato, quanto per l’onorabilità della nostra professione.

I danni della spoliticizzazione

Infine, il modo concreto in cui il professionista del Public Affairs svolge il proprio lavoro dipende, in misura determinante, dal sistema politico-istituzionale. Questo si è evoluto nel senso di una spiccata centralizzazione dei poteri effettivi in poche mani: la fase che viviamo è quella della maturità di un processo di “spoliticizzazione” dei processi decisionali, che si esprime, ad esempio nel trasferimento formale di competenze legislative dal circuito Parlamento-Governo ad un livello superiore, sovranazionale (l’Unione Europea) e ad un livello inferiore, sub-nazionale (le Regioni); nell’assunzione di un monopolio di fatto, da parte del Governo, della funzione legislativa, attraverso un controllo sempre più rigido esercitato sulla procedura parlamentare; nell’eclissi dei partiti e nella proliferazione e nell’ampliamento delle competenze delle Autorità indipendenti, anche in ambiti propriamente regolatori. Il termine “spoliticizzazione” non deve trarre in inganno: la decisione rimane politica, ma sempre più la decisione politica è appannaggio di organi che non esprimono e non garantiscono, a differenza del Parlamento, la rappresentanza plurale delle categorie economiche e sociali. Superare gli equivoci che circondano la professione del lobbista è essenziale anche per affrontare l’annosa questione della regolamentazione dell’attività di rappresentanza di interessi. La professione potrà trovare una regolamentazione appropriata ed utile a tutte le parti coinvolte, soltanto a patto che la si consideri un elemento strutturale dei processi di formazione degli atti normativi con trasparenza e parità di accesso.

Qualche proposta

Ma come fare in concreto? Non ci sono ricette che risolvano il problema in radice, ma forse è utile accennare alle proposte che Telos A&S ha condiviso in audizione, con la Commissione Affari Costituzionali della Camera. All’introduzione del Registro nazionale dei portatori di interesse, dovrebbe corrispondere l’obbligo per il decisore pubblico di condividere con gli iscritti al Registro lo schema dell’atto normativo che intende proporre o adottare e di sottoporlo a consultazione entro un termine, che potrebbe essere modulato a seconda dell’urgenza dell’atto. Questo è l’unico modo per assicurare la piena parità di accesso a tutti, superando le asimmetrie tra coloro che godono di rapporti preferenziali e gli altri. A sua volta, il rappresentante di interessi sarà tenuto ad assicurare la massima pubblicità della propria partecipazione al procedimento, tramite la pubblicazione tempestiva ed integrale di tutti i contributi scritti trasmessi al decisore pubblico. Nell’epoca della concentrazione del potere, chi lo esercita può scegliere con chi consultarsi e chi lasciare all’oscuro fino ad uno stadio più avanzato dell’iter normativo. Rendere trasparenti i procedimenti decisionali può essere, allora, non soltanto lo strumento per promuovere la diffusione di una lobbying professionale, trasparente ed aperta, ma l’antidoto ad un modo opaco di gestire il potere che con estrema riluttanza si espone al giudizio dei cittadini.