Lo strano caso di un Adolf Hitler nero
che vive in Africa e combatte il razzismo

Mentre sulle pagine di Repubblica nel ciclo L’eredità del Male Antonio Monda in un racconto e podcast traccia la vita dei parenti vicini e lontani di Adolf Hitler, con cambi di cognome, nascondimenti o sfrontati vanti di una parentela imbarazzante, contemporaneamente appare una notizie sorprendente, che si situa in quel crinale tra vero e falso e con uno stupore che comunque ha dell’incredibile. Un padre nero e africano chiama suo figlio Adolf Hitler; proprio in quell’Africa che il nazismo definiva di “razza negroide” e che esattamente in Namibia, colonia tedesca, vide nel tardo Ottocento quello che gli storici definiscono un primo prototipo di genocidio, quello degli Herero, voluto dalla Germania di Bismarck. E sempre per rimanere in ambito di padri e figli: nell’aprile del 1895 fu fondata la Deutsche Kolonialgesellschaft für Südwest-Afrika il cui Commissario fu Ernst Heinrich Göring, padre di Herman Göring che tanta parte ebbe nella Germania nazista. E l’attuale Adolf Hitler nero entra, oggi, in politica in Africa vincendo le elezioni e rilanciando il suo partito di Sinistra, alquanto mal messo, e contro l’apartheid. Questa la notizia. Ma una notizia non è solo ciò che appare ma il significato che ha o che potrebbe assumere. Insomma, il fatto chiama in causa il passato che lo ha determinato e il futuro che potrebbe avere.

Memoria e oblio

Alcuni giorni fa sul tema di memoria e oblio mi è stata chiesta una definizione che riporto qui perché può essere utile a collocare lo strano fatto dell’Adolf Hitler nero e politico.

Memoria, una struttura presente nella vita in tutte le sue forme. Per ciò che è attinente all’essere umano la memoria gli permette di situarsi nel presente e muoversi verso il futuro. Generalmente la si pensa rivolta al passato ma non è la sua dimensione più vera. La memoria è una epifania della vita. È vita che sboccia, e per questo piena di futuro e aspettative di vivere. Il suo essere intrisa di futuro fa sì che possa trasmettersi ed essere anche senza necessariamente il ricordo di ciò che l’ha generata in questo modo la memoria si fa patrimonio inconscio, ed è la sua realizzazione più completa. Il tempo della memoria è verso l’infinito.

Oblio, è quella volontà e capacità delle attività umana di cancellare la storia e l’esistenza di qualcosa, pensando così che di cancellarne anche la memoria.  L’oblio ha bisogno della memoria per esercitare la sua funzione. La memoria può vivere anche senza l’oblio. Oblio è una parola che inizia così come finisce: con una o, simile allo zero.  Tutto ciò che c’è fra queste due o fra questi due zero non ha alcun valore, tutto torna all’inizio. L’oblio fra le due o è il tempo ciclico rispetto al tempo della memoria che tende all’infinito.

Adolf Hitler Uunona, questo è il nome per esteso del nuovo leader politico, fa fare un corto circuito interpretativo fra memoria e oblio. E cerchiamo di capire qualcosa in questo paradossale omaggio o disprezzo.

Adolf Hitler Uunona è nato nel 1965, ed oggi, è un signore di 55 anni. All’epoca in cui suo padre lo chiamò Adolf Hitler, la guerra era finita e il nazifascismo sconfitto, con tutte le approssimazioni e indeterminatezze, da circa una ventina di anni. Che il padre di Uunona fosse un nazista è ben difficile da immaginare. Già dallo sterminio degli Herero era chiaro che il discorso portato avanti dai tedeschi era improntato al sentimento della loro superiorità razziale e della inferiorità dei “negri”, che potevano solo essere schiavi o uccisi in caso di ribellione. Appare, quindi, poco sostenibile che un uomo condivida una teoria e politica che lo vuole solamente schiavo o morto.

Quindi, ipotizzando poco probabile la scelta nazista del papà di Adolf Hitler Uunona rimangono aperte molte ipotesi interpretative.

Essendo lui e suo figlio sopravvissuti ha voluto oltraggiare il nome di Hitler, conferendolo alla sua discendenza sopravvissuta alla furia sterminatrice prima del generale von Trotha (von Trotha scrisse «Ritengo preferibile che la nazione Herero perisca piuttosto che infetti i nostri soldati e inquini la nostra acqua e il nostro cibo») e in seguito a quella di Hitler?

Un modo questo, però, alquanto bizzarro di farsi beffe di un nemico.

Rovesciamento semantico?

Ha voluto, invece, il padre rovesciare semanticamente quel nome, e pensando ad una supremazia razziale nera conferirgli tutte le teorie razziali naziste, ma attribuite stavolta alla superiorità nei neri sugli altri popoli?

Il nuovo Adolf Hitler milita però in un partito che è contro l’apartheid in Sud Africa, (il suo nome forse per pudore o altro nelle liste elettorali è apparso solo come Adolf H.) e, quindi, che sia razzista a rovescio appare molto problematico.

Possibile che il padre non conoscesse il vero Adolf Hitler e la sua politica genocida? E se non l’avesse conosciuta, ma gli fosse stato noto solo il nome di Adolf Hitler, perché darlo a suo figlio? Perché Adolf Hitler era il nome di un personaggio famoso e tutto ciò che lo rendeva famoso era meno noto del perché fosse molto celebre?

Sono molti i casi in cui ai figli vengono dati nomi di star del cinema, della canzone o del mondo mediatico. Tempo fa, mi capitò di notare in una gelateria affisso un giornale in cui fra le varie personalità che nel tempo avevano gustato il famoso gelato c’era stato anche Adolf Hitler. Il giornale è stato poi rimosso.

Ecco, quindi che il problema si ripone fra memoria e oblio.

Sempre di questi giorni si può avere la notizia che la Germania vuole cambiare il suo codice alfabetico fonetico che è quello istituito dal nazismo e che fu cambiato perché il precedente era troppo biblico e, quindi, semitico. Nel fare lo spelling, non si diceva, durante il nazismo, S come Samuel, ma si doveva dire S come Sigfrido. Segno del fatto che la lingua non è esente dal veicolare comportamenti e politiche, come lo sono le parole d’odio, oggi, attive nella Rete con la loro impressionante evidenza.

La parola “razza”

In Germania, sempre in argomento di nomi e parole è anche allo studio una proposta presentata dai Verdi di abolire la parola “razza” dalla Costituzione, come è già stato discusso in Francia. Anche in Italia è stata sollevata la questione della parola “razza” nella nostra Costituzione, ma il dibattito non è ancora approdato a significativi risultati di analisi e pratiche da adottare.

Fra memoria è oblio c’è, quindi, un dibattito antico che però il nero africano Adolf Hitler sembra aver risolto in una sinestesia degli opposti. Lui nero africano, a capo di un partito contro la discriminazione razziale ha il nome e prosegue la memoria di colui che per antonomasia fu il razzista che voleva dominare il mondo attraverso il razzismo. Una inversione di segno, quella di Adolf Hitler Uunona, per cui il negativo diventa positivo.

Chissà se gli attuali neonazisti non vogliano vedere nel nuovo A.H. l’ennesima “onta nera”, il nome dato dai tedeschi alle truppe francesi, composte in prevalenza da soldati neri, posizionate dopo il Trattato di Versailles del 1919 nella Renania.

Certo che, nel vedere il nuovo Adolf Hitler (ci fu anche un caso in Inghilterra, alcuni anni fa, in cui una coppia di militanti neonazisti vollero dare al loro figlio il nome del Führer, ma fu loro impedito e vennero processati) rimane difficile non percepire anche il comico della visione. E se dopo la tragedia viene la commedia, lasciarci andare anche ad un sorriso: dopo il tanto dolore che quel nome ha portato al mondo forse può indurci a nuove riflessioni. E fra queste, appunto, nell’aprire un libro chiederci: Hitler! Chi era costui?