Spettacolo del dolore:
narrazioni giornalistiche
dall’Italia in quarantena

Ora sono tutti lì a versare lacrime amare sugli effetti che l’ossessiva campagna mediatica sul coronavirus ha prodotto. L’Italia è isolata, titolano i giornali. L’economia rischia il tracollo, scrivono altri. Stadi vuoti, teatri vuoti, supermercati presi d’assalto. Borse in rosso. Un amico caro, dal suo buen retiro in Val d’Orcia, traduce tutto questo in post ironico: il coronavirus s’è trasformato in carognavirus. Come coccodrilli, gli stessi protagonisti della sventata trattazione giornalistica massificata, versano lacrime sui risultati ottenuti. E’ ciò che resta delle infinite dirette dai luoghi del contagio, sul coronavirus minuto per minuto e sui continui aggiornamenti che hanno teso a dilatare oltre ogni limite l’allungarsi delle nere ombre della catastrofe. Tutto è fatto per qualche copia in più, per qualche manciata di voti in più, per qualche punto di share in più.

Le topiche della sofferenza

Tutto è fatto per conformismo professionale. Avete presente i mille inviati dei mille canali che, notte e giorno, controllano chi entra e chi esce dalle zone rosse, inventandosi l’inventabile, cercando testimoni come fosse un bene prezioso, un grande scoop? S’inventano formule stravaganti, si abusa di metafore e si coniano neologismi. Ieri sera ho visto un inviato della Rai (sì, della Rai) che, nell’intento di mostrare la sua immensa cultura, paragonava l’ingresso alla zona rossa di uno dei comuni isolati come il nuovo Checkpoint Charlie, il famigerato passaggio tra le due Berlino al tempo del Muro. Eccezionale, veramente.

Eccezioni ci sono state, ma si contano sulle dita di una mano. Adorabile, Giuliano Ferrara, nel descrivere, su il Foglio di oggi, la compatta azione di questo esercito di giornalisti schierati nel narrare la melassa “dell’assalto ai forni” e nell’esaltare con formule stereotipate lo spettacolo del dolore: “Il giornalista collettivo è alla continua ricerca dell’uomo che morde il cane, glielo hanno insegnato nelle scuole professionali, e così si trascurano i cani mordaci che ci restituiscono all’ordinaria banalità delle cose e all’assenza di notizie, comprese quelle che non lo erano”. Anche se una valutazione seria deve essere diversa per i tanti media, per le diverse firme e fasi, è evidente che gran parte del circo mediatico ha teso a uniformare la narrazione, a non perdere colpi nel mostrare, possibilmente in diretta, il dramma che si svolgeva nell’italica penisola.

Le topiche della sofferenza (epidemie, carestie, massacri) pretendono una loro messa in scena che, nell’era della cultura e della logica dei media, purtroppo è una messa in scena molto diversa di quella che c’è tramandata dal mondo classico, dalle tragedie greche in particolare. E’ cambiata la distanza tra il fatto che accade e la sua rappresentazione. E’ cambiata la potenza e l’uso del mezzo. Nei media, che stanno trasformando l’informazione in intrattenimento e spettacolo, le topiche della sofferenza diventano la stella polare dell’intero sistema. Scrive Luc Boltanski ne Lo spettacolo del dolore, il libro nel quale si affrontano i delicati rapporti esistenti tra la morale umanitaria, i media e la politica: “Sappiamo che la messa in scena della sofferenza è una delle principali molle della fiction e che il suo spettacolo è stato quindi considerato come una delle cause del piacere dello spettatore, pur essendo questo fatto, generalmente considerato paradossale ed enigmatico”.

Il dramma e le immagini

Ormai, da qualche tempo, siamo abituati al mescolamento ‒ in alcuni casi alla fusione ‒ dei formati tradizionali, specie in televisione: spettacolo, informazione e intrattenimento diventano un tutt’uno. Così ogni problema viene, con estrema facilità, tramutato in dramma; ogni singolo caso in vicenda trascendentale. Lo stile usato è di solito lo stesso, quello che si usa per raccontare la cronaca nera o la giudiziaria. Il “contagio” è divenuto, in questo schema, l’unico e vero contenitore in cui sono stati fatti agire i singoli programmi, al quale si sono piegati quasi tutti i formati: da Barbara D’Urso ai talk-show, dalle trasmissioni sportive a quelle di intrattenimento. Si è legata, in genere, l’emozione alle immagini: far vedere un paese circondato dalle forze di polizia o il supermercato con gli scaffali vuoti, le mascherine o le tende issate davanti agli ospedali, è servito proprio a questo. È un modello di narrazione basato sul visivo in cui le parole servono solo per dare enfasi a ciò che il telespettatore vede.

Tornare a vivere con attenzione

Vediamo gli effetti di ciò che è stato raccontato e di com’è stato raccontato. Sappiamo che le persone tendono a includere o a escludere dalle proprie conoscenze ciò che i media includono o escludono dalla loro trattazione. Sappiamo, cioè, che conta il dire, così come conta il tacere. Cos’è stato detto, in questi terribili giorni? E cosa s’è taciuto, in questi orribili giorni? Contano le campagne che si protraggono per giorni e giorni; conta il modo in cui un titolo è accostato a un altro o un’immagine che è accostata a un’altra.

Queste azioni comportano turbamenti individuali e comportamenti di massa. Determinano la reputazione di una città o di un paese. E possono accentuare tra paura e pericoli reali. Nel mondo complesso in cui viviamo e che ci viene raccontato dai media, devono essere ritrovati gli strumenti collettivi che possano erigersi come barriera critica rispetto alla comprensione dei pericoli reali e alla convivenza con la paura. Sia con quella vera sia con quella generata ad arte. Scrive Gianrico Carofiglio su La Repubblica: “Bisogna usare la paura come uno strumento di lavoro per cambiare le cose e non lasciare invece che diventi una forza incontrollabile e distruttrice”. Torniamo a vivere, con attenzione, ma torniamo a vivere, riempiendo teatri e ristoranti. Non siamo ancora al Giudizio Universale: quando arriverà, se arriverà, sarà annunciato dallo squillar di trombe e dal coro degli angeli. Non da mezzibusti televisivi.