Lo scontro nel Pci di Palermo
nelle lettere di Pio La Torre

 

 

Due piccole buste listate a lutto, ma la listarella scura non è stampata, bensì tratteggiata a penna. La prima porta i timbri postali di Palermo del 29 maggio 1951, la seconda quelli del 30 luglio. All’interno, sopra il testo scritto a mano, timbri di inchiostro violetto ed una sigla a matita rossa o blu, che immagino siano i visti della censura del carcere dell’Ucciardone. La firma del mittente è Pio La Torre, il destinatario è Paolo Bufalini, l’indirizzo Federazione comunista, Via Trabia 35, Città. Ho trovato le due lettere originali fra le carte di mio padre, in casa.

 

La prima è una lettera dolente per la morte della madre ma, tuttavia, fiduciosa. La seconda una lettera esasperata dalla lunga restrizione in carcere, a ridosso della prima udienza fissata per il 6 agosto.

Nella prima lettera, datata domenica 27.5.1951, La Torre ringrazia, attraverso Paolo, tutti coloro che gli hanno mostrato solidarietà “in questa dolorosissima circostanza” e poi racconta: “Il carcere registra molti casi di detenuti che perdono la loro madre lontana”. “Allora nel carcerato si risveglia la coscienza della propria tragica sorte ed egli sente il bisogno di giustificare dinanzi alla madre la propria condotta”. Però si chiede: “Ho io bisogno di giustificarmi per non esserle stato vicino in punto di morte?” No, non deve giustificarsi. Ricorda il romanzo di Francesco Iovine “Le terre del lamento” e la scena finale: “T’hanno ammazzato Luca Maracco, piangete o donne di Murutu”. E spiega: “Oggi non basta più il piombo per fermare il movimento popolare del Mezzogiorno, ci sono troppi Luca Maracco. La reazione sente il bisogno di affilare le armi … In questo vi sono le provocazioni poliziesche, le montature, le denunzie, le prigioni. Soffrono così tante madri per i loro figli perseguitati …”. Cita il “compagno Pellegrino, latitante, braccato dalla polizia”. Poche righe più avanti il ritratto della madre, breve, efficace: “Mia madre era analfabeta ed era figlia di un pastore di Muro Lucano… Mia madre ha speso tutta la sua esistenza per dare (come diceva lei) ai figli la dignità di uomini … Ma è per far si che tutti possano sentire la dignità di uomini liberi che noi lottiamo e che io sono in carcere. Ecco perché io oggi dico: Sei morta cara pastorella di Muro Lucano: non piangere figlio del popolo, perché stai facendo ciò che voleva tua madre”.

 

Nel cuore del racconto del detenuto La Torre vi sono alcune parole chiave che forse spiegano perché egli abbia deciso di indirizzare la lettera al dirigente giunto da Roma che egli ancora, come scrive nel commiato, non conosce: “In attesa di conoscerti e di stimarti più da vicino ti abbraccio fortemente”. Le parole chiave: provocazioni, montature poliziesche, denunzie, prigioni. Enunciano la strategia difensiva.

La seconda lettera, domenica 29.7.51, a “otto giorni dal processo”, contiene una vivace protesta per un articolo apparso su l’Unità. “Ciò che leggo su L’Unità di oggi mi da lo spunto per chiarire il mio stato d’animo riguardo al modo in cui sono stati e continuano a essere assistiti gli imputati nel processo per i fatti di Bisacquino”. “Subito dopo accaduti i fatti di Bisacquino ebbi a sostenere la necessità di condurre una campagna di stampa per illustrare l’origine e il reale svolgimento dei fatti stessi”. “In linea di principio – continua La Torre –nessuno ha mai negato l’opportunità di fare ciò”, eppure “sino a oggi non si è fatto nulla”. Nonostante, sottolinea La Torre, “la mia reiterata insistenza”.

E ora, invece? Ora su l’Unità è comparso finalmente un articolo. Ma La Torre è infuriato. Quell’articolo “già nel titolo contiene un grossolano errore”. Possibile “che si lasci scrivere un articolo di questo genere a uno che non sa che il processo si tiene davanti al Tribunale e non in Assise?

Pio protesta per “l’imprecisione” nella conoscenza dei fatti e il tono esasperatamente polemico, “la polemica in questo caso debbono farla i fatti che noi denunziamo e non le parole ‘montatura, provocazione’ ripetute più volte che rendono questo articolo addirittura controproducente”. Il compagno in carcere si sente preso in giro, frainteso. Ha insistito tanto e, proprio alla viglia del processo, esce un articolo ma lui lo percepisce come sbagliato, addirittura controproducente.

Perché accade ciò? Chiede nella lettera La Torre. “Perché dopo che io avevo dato a Giganti dei suggerimenti precisi; dopo che si è discusso in sede di Partito (così mi è stato riferito!) spunta fuori una mostruosità di questo tipo”?

Da questo punto la lettera si apre in uno sfogo che, se investe la condotta dei difensori, si concentra soprattutto sul partito, fino alla domanda cruciale: “Ha il Partito posto questo processo come una cosa molto importante?”

“Non si tratta di un episodio isolato”, inizia, risalendo l’intero periodo della detenzione: “E’ tutto il modo in cui si è svolta sino ad oggi la difesa e l’assistenza ai detenuti di questo processo che si rivela inadeguato”.

“Ieri – continua la lettera – l’avvocato Varvaro è venuto (finalmente! )“

Ma il colloquio è stato tempestoso. “L’avvocato Varvaro – protesta La Torre – mi accusa di non rendermi conto della situazione e di egocentrismo”. Riconosce: “E’ accaduto certamente che io abbia avuto momenti di esasperazione provocati dall’isolamento in cui spesso sono venuto a trovarmi nei riguardi dei miei difensori e del partito”, poi precisa fra parentesi: “particolarmente quest’ultimo nei primi mesi”. “Avrò anche ecceduto nel criticare, ma bisognerebbe essere indulgenti nei riguardi di chi si trova nelle mie condizioni”. Invece “ieri l’avvocato ne ha fatto una questione da trattare come pregiudiziale ( per tre quarti d’ora)”. Però, riconosce, “forse è stato un bene perché mi sono convinto che la colpa in definitiva non è dell’avvocato Varvaro ma di chi avrebbe dovuto guidarlo”.

L’esasperazione di La Torre è verso il partito piuttosto che verso il difensore: “C’è per esempio la storia della venuta di Terracini che viene disdetta all’ultimo minuto. Chi viene ora?”.

La Torre teme che le udienze, fissate nella sezione feriale di agosto, non basteranno: “Personalmente ho constatato l’esito catastrofico dei processi fatti a pezzi e bocconi”.

Infine c’è un problema di denaro: “Dopo che, in seguito al tuo intervento, si era stabilito un tanto mensile (15-16 mila lire), da due mesi la Federterra non è più in condizioni di mantenere fede a questo impegno …Particolarmente ora che mia moglie sta facendo degli acquisti per me (non avevo un vestito estivo e non ho scarpe) desidererei che le si venisse incontro magari con una somma una volta sola”.

Finalmente, dopo 17 mesi di carcere e di isolamento, mancavano effettivamente pochi giorni alla scarcerazione.

 

Pio La Torre avrebbe, se non fosse stato trucidato alla vigilia del Primo maggio del 1982, insieme al suo compagno e autista Rosario Di Salvo, compiuto 90 anni nel prossimo dicembre. Oggi lo Svimez lo ricorda alla Camera dei Deputati, in un convegno che intende illuminare l’impegno meridionalista dell’esponente del PCI, le relazioni saranno di Leandra D’Antone e di Giuseppe Provenzano, gli interventi di Piero Barucci e Salvatore Lupo, coordina Adriano Giannola, è prevista una testimonianza di Giorgio Napolitano.