Lo scandalo della vita
e della morte
di Camara Fantamadi

Ventisette anni, era in Italia da tre anni e ancora aspettava il permesso di soggiorno. Qui ha fatto sempre il bracciante, Camara Fantamadi: dicono ora che venisse pagato 50 euro al giorno, sei euro l’ora. Se è davvero così era persino fortunato, molti suoi colleghi vengono pagati la metà. La metà era pagata infatti Paola Clemente, stroncata da un infarto in una vigna di Andria, nel 2015.
L’infarto ha ucciso anche Camara, dopo mezza giornata di lavoro a quaranta gradi. Fa caldo nelle città. L’asfalto si arroventa e l’afa incombe. Ma va anche peggio nelle pianure della Capitanata, nelle colline del brindisino. Se non c’è un filo di vento, se il termometro segna 42 gradi, se gli smartphone si bloccano per il caldo anche gli uomini e le donne impegnati in lavori faticosi si dovrebbero fermare. Dovrebbe essere una regola, invece no: il sindaco di Brindisi ha vietato il lavoro nei campi dalle 12 alle 16 fino al 31 agosto. Tardivamente, povero Camara, ma l’ha fatto. Almeno lui non si è voltato dall’altra parte.

E’ uno scandalo la vita dei braccianti

Dipinto di Nabi Niasse. Foto di Ella Baffoni

Dall’altra parte si voltano in molti, invece. C’è chi si scandalizza per la morte di un bracciante, mentre si dovrebbe scandalizzare per la sua vita. Ho avuto la fortuna di vedere da vicino come si vive in quelle baraccopoli indecorose di un paese civile – sì, si vive in condizioni migliori anche nella poverissima Africa – perché ho partecipato a un progetto di insegnamento della lingua e una ciclofficina lì dove non c’è altra traccia di diritti. Almeno il diritto di parola (l’italiano) e quello di spostamento (la bici) venivano portati da giovani ragazzi italiani a giovani ragazzi braccianti di provenienza diversa.
Per questo li ho visti salire alle 5 del mattino in pulmini senza sedili, anche in venti, per essere portati a chilometri di distanza, sui campi. Senza cibo né acqua, era la regola dei caporali, che poi vendevano bottigliette e panini per guadagnare qualcosa in più del passaggio verso il lavoro e del primo cassone riempito gratis da chi aveva avuto il privilegio di essere scelto.
Li ho visti scendere da quei pulmini, alle 18, appena prima dell’imbrunire. Quei ragazzoni neri erano verdi. Verdi le magliette, verdi le mani e i piedi, verde la pelle, verdi le labbra: era la stagione dei pomodori. Puzzavano, anche: non solo di sudore, ma dell’acido succo delle piante, che brucia le mani e la pelle, e dell’aspro dei pomodori marciti, un odore ributtante.

Le speranze e i sogni dei giovani

Foto di Ella Baffoni

Eppure, dopo quelle ore di lavoro, si facevano la doccia con l’acqua non potabile presa dagli impianti di irrigazione, mettevano una maglietta pulita e venivano a scuola, un tavolo e qualche sedia di plastica sotto gli ulivi. Sapevano che scrivere e leggere, soprattutto, è importante anche per uscire dai ghetti. Imparavano e incontravano ragazzi come loro, con cui ridere e scherzare, con cui parlare. Sì, anche dei sogni: che sono importanti e non sono poi così diversi, quelli dei ragazzi. Che vivano nelle disperanti baraccopoli dei braccianti, che frequentino le nostre università con la precarietà del futuro di fronte.
Perché si lavora così? Perché i ragazzi italiani sono spinti a emigrare? Perché i ragazzi stranieri non trovano che quel lavoro? I braccianti sanno quanto siano importanti quei pochi euro che riescono a mandare alle famiglie. Sanno che il loro non è un lavoro, ma uno sfruttamento bestiale. Ma che altro c’è?

La filiera agricola

Foto di Ella Baffoni

Al di sopra dei braccianti, nella filiera agricola, c’è il caporale che lo gestisce, l’agricoltore che lo assolda, il grossista che compra, la fabbrica di trasformazione. Ecco il barattolo di pelati, il surgelato, la busta di spinaci del supermercato. E, più in alto ancora, la grande distribuzione organizzata, i supermercati, gli ipermercati, i discount.

Sono loro che fanno i prezzi, sempre più al ribasso, anche grazie alle aste virtuali, o preacquistando le tonnellate di verdura prima ancora che vengano seminate. Che poi vengano rispettati gli importi previsti è tutto da vedere. I pomodori, ad esempio, maturano tutti insieme, quando i camion arrivano davanti allo stabilimento di trasformazione il prezzo si è già abbassato, o così o Pomì diceva uno slogan fortunato.

Il ruolo della grande distribuzione

Uno dei ghetti del foggiano. Foto di Ella Baffoni

Che la grande distribuzione si ravveda, agisca eticamente – e non con una semplice campagna pubblicitaria – è difficile quanto vedere quel famoso cammello che passa nella cruna dell’ago. Invece noi consumatori possiamo fare la differenza. Se ci organizzassimo, se impegnassimo politici e sindacalisti a farsi carico, gli ispettori del lavoro a ispezionare. Se pensassimo a Camara, a Paola, ma anche a Soumaila Sacko. A quei ragazzi che nell’indifferenza di molti lottano, lavorano e persino studiano come possono. Ai loro sogni spezzati e a quelli che bisogna non si spezzino più. Ai pochi che lottano, ai molti che chinano la testa perché sanno di essere soli. Se invertissimo l’etica della filiera, insieme.
Per i braccianti stranieri, ma anche per quelli italiani. Lottando con il cappello in testa davanti al padrone, come insegnava Di Vittorio proprio nelle campagne pugliesi: “È giusto che in Italia, mentre i grandi monopoli continuano a moltiplicare i loro profitti e le loro ricchezze, ai lavoratori non rimangano che le briciole? È giusto che il salario dei lavoratori sia al di sotto dei bisogni vitali dei lavoratori stessi e delle loro famiglie, delle loro creature? È giusto questo? Di questo dobbiamo parlare”. Anche davanti alla morte, e alla vita, di Camara e degli altri. Su cui, come potete vedere sfogliando i nostri giornali o consultando i siti, c’è un silenzio assordante.