Lo sbocco progressista
della crisi spagnola
e i fantasmi del passato

Dopo un lungo periodo di gestazione Pedro Sanchez, il leader dei socialisti spagnoli, ha raggiunto il suo obiettivo: dare vita una coalizione progressista di governo Psoe – Podemos, la prima nella storia postfranchista. Obiettivo raggiunto grazie all’astensione in Parlamento dello storico partito indipendentista catalano, l’ERC (Sinistra repubblicana catalana) di Oriol Junqueras, il leader catalano nonché euro deputato, in carcere de due anni malgrado la richiesta della sua liberazione avanzata dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea e per il momento respinta dalla Spagna.

Tutto risolto dunque? Finalmente superata, o in via di superamento, l’instabilità politica degli ultimi anni? Difficile rispondere. Anche se la parte progressista del paese tira un sospiro di sollievo per lo sbocco della crisi più lunga della democrazia spagnola e ora spera nella normalizzazione del clima teso e preoccupato che si avverte nel paese, resta il fatto che profonde divisioni e incognite continuano ad emergere nel confronto politico. In sintesi:

Il nuovo governo sottoposto al voto delle Cortes, riproporrebbe, a parere dei critici di Sanchez, il tentativo di consolidare, come avvenne nei drammatici anni Trenta del secolo scorso, l’alleanza tra le diverse forze della sinistra e dell’indipendentismo catalano quando queste forze cercarono, pagando un prezzo altissimo, di fermare la sfida autoritaria che sfociò (1936) nella guerra civile . Eventi lontani nel tempo e ormai introiettati da una cultura democratica solida ed estesa? Difficile rispondere positivamente. Le recenti posizioni, non solo dal franchista Vox ma anche del Partito popolare, contro il programma del futuro governo, così come il continuo richiamo agli “orrori” del Fronte popolare, fanno presagire un periodo di scontro politico durissimo tra i due poli della società spagnola, divisa frontalmente tra chi intende continuare a lottare per l’indipendenza della Catalogna, chi difende l’integrità centralista dello Stato, e chi, come Sanchez, cerca una terza via, ovvero una soluzione non traumatica attraverso il dialogo e le riforme. La mossa, alla vigilia del dibattito parlamentare sul nuovo governo di coalizione, di impedire la liberazione di Junqueras grazie al no della Commissione elettorale centrale, organo amministrativo e non giudiziario, aprendo nei fatti un grave contenzioso con la Ue, ha confermato la decisione della destra di boicottare con ogni mezzo, la scelta del dialogo politico per risolvere il conflitto Madrid – Barcellona.

Il Psoe, formalmente unito nel sostegno alle scelte del suo segretario, è in realtà diviso al suo interno dal braccio di ferro tra i seguaci di Sanchez – convinti che non ci siano alternative alla sua strategia di apertura alla sinistra radicale e al separatismo catalano, – e gli orfani del bipartitismo (schierati con Felipe Gonzalez) che per il momento esprimono la loro perplessità con un silenzio che non andrebbe sottovalutato. L’accordo di Sanchez con Iglesias e Junqueras, secondo il settore moderato del Psoe, riaprirebbe antiche ferite che non sono mai state del tutto cancellate dalla memoria collettiva. Da qui la loro malcelata preferenza per un accordo Psoe – Pp (con l’aggiunta dell’ormai microscopico Ciudadanos) che lo stesso Partito popolare, incalzato da Vox, respinge con forza, almeno per il momento.

Finalmente non andrebbe trascurato, nella valutazione dell’attuale nuovo corso spagnolo, il carattere nettamente progressista del programma sociale dei due partiti di sinistra, orientato con chiarezza alla lotta contro le disuguaglianze sociali e alla estensione dei diritti civili. Il tentativo dei socialisti spagnoli e dei loro alleati meriterebbe una adeguata attenzione da parte dei partiti progressisti europei, alle prese, come dimostra in particolare il caso italiano, con spinte e derive populiste di destra e nazionalismi reazionari.