“L’Italia era bellissima”. Ma oggi ha l’urgenza della linea rossa

L’Italia era bellissima. Sì, ma quell’imperfetto fa male. L’Italia è ancora bella, ma per quanto lo sarà? La bellezza, l’arte e la storia non si mangiano, diceva qualcuno poco accorto. Lo sanno bene albergatori, tour operator e ristoratori italiani che su quella bellezza campano, ma pensano di non dover niente a chi quella bellezza protegge e conserva.
L’Italia era bellissima. Città e paesaggio nell’Italia repubblicana” è il titolo di un asciutto libro di Vezio De Lucia, (editore Derive e approdi, 118 pgg, 14 euro). A scorrerlo, anche per chi non sia urbanista o storico, le ragioni di quel “era” ci sono tutte. E’ la storia della lenta dissoluzione di uno stato, e del senso dello stato di tanti suoi funzionari, che ha segnato la mediocre modernità di questi tempi. E che ha prodotto il disinteresse per ottimi strumenti di pianificazione come il Codice dei beni culturali e del paesaggio, del resto condannato preventivamente dall’evaporazione che sarà provocata dal regionalismo differenziato.

L’abbandono dell’urbanistica

Foto di evondue da Pixabay

Ma, attenzione. Non è questa una sequela di lamentele, di memorie tristi, di malinconico disincanto. Il disincanto c’è, naturale: ma l’autore non ha mai deposto le armi. Anzi: da lottatore tenace qui cerca di trovarne altre, ragiona, propone. Guarda lontano, coltiva la speranza di un buon governo.
Cominciamo dalla fine. La “linea rossa”, l’ultimo capitolo di questo libro che si legge tutto d’un fiato, e che racconta vicende che tutti abbiamo seguito con passione, e che hanno segnato il declino della capacità della sinistra di avviare riforme vere. Dalla Fiat Fondiaria all’incapacità di contrastare i tre condoni, fino alla riforma costituzionale del 2001 che disarticola molta parte delle norme urbanistiche, regione per regione; ad esempio gli standard urbanistici. E alla sostituzione, a volte abbracciata con vigore, della pianificazione con la contrattazione.
Appunto, cominciamo dalla fine: quello che ancora si può fare, la linea rossa, appunto. Ecco, prima di tutto azzerare il consumo di suolo.

Basta consumo di suolo

Maledizione di città e di borghi, l’espansione senza tregua. Ogni volta c’è una buona ragione per costruire un pezzo di agro, per cementificare un’area agricola. Ecco, basta. Bisogna costruire una muraglia virtuale, la linea rossa, tra la zona costruita o che si può costruire, e quella che resta agricola, aperta, prato o bosco. Delle mura insormontabili: le nuove funzioni si facciano dentro.
Si fermi il consumo vorace di suolo: “Pensando a Roma – scrive De Lucia – gli intensivi degli anni ’50 e ’60, l’Ina casa, i quartieri Peep e quelli abusivi, impianti piccoli e grandi per la produzione di beni e servizi, grande e piccola distribuzione commerciale, caserme, attrezzature sportive, ville e villette e la sterminate disseminazione edilizia degli ultimi tempi. Un territorio quasi ovunque insostenibile che misura intorno al 90% dello spazio urbanizzato, che deve essere inesorabilmente bloccato e sottoposto a coraggiosi e profondi interventi di adeguamento funzionale, formale, infrastrutturale”.
Non è lo sviluppo zero, è uno sviluppo diverso. Se qualcuno volesse ragionare su questa proposta e guardare davvero cosa sono le sterminate periferie senza città, potrebbe prendere la nuovissima linea C della metropolitana. Quando esce di galleria, il treno attraversa quartieri e quartieri, oggi ricchi del prezioso trasporto della metropolitana, ma lasciati per decenni all’incuria e all’assenza di servizi degni. Magari le palazzine sono graziose, magari ci sono persino le scuole primarie. Ma pochissimo d’altro. Ecco, così basta.
Preserviamo quel che resta dell’agro romano, e delle campagne e dei paesaggi che hanno fatto bella l’Italia. Cerchiamo nel territorio urbano gli spazi per soddisfare bisogni primari, abitare, imparare, lavorare, crescere. Saranno focolai di di riqualificazione. E, come propone De Lucia, “una conservazione critica dell’urbanistica esistente”.