L’Italia e il piano «no way» del ministro dell’interno

Il piano “no way” a cui fa riferimento il ministro degli interni italiano è stato applicato in Australia dal 2013 per impedire l’accesso via mare di richiedenti asilo provenienti dall’Indonesia e dallo Sri Lanka.

Il piano richiede un ampio schieramento di mezzi navali militari, un costo per le sole operazioni militari di almeno quattrocento milioni di euro all’anno e accordi con paesi sovrani vicini disposti ad accogliere i richiedenti asilo respinti dall’Australia che non siano stati ricondotti collettivamente nei paesi di origine.

Il piano « no way » – al di là degli aspetti morali e politici che sfuggono alla incoscienza e alla insensibilità democratica del ministro dell’interno – sollevano alcune questioni essenziali

1. Lo spiegamento di mezzi militari richiede una valutazione attenta delle risorse materiali e umane di cui dispone l’Italia (marina militare, guardia costiera, aviazione) che deve essere effettuata dai ministeri competenti (difesa, infrastrutture e trasporti) su cui il ministro dell’interno non ha nessuna competenza.

2. L’operazione avrebbe un costo finanziario elevato su cui dovrebbe esprimersi il ministro delle finanze a cui spetta il compito di inserirlo nella prossima programmazione finanziaria.

3. L’operazione richiederebbe un accordo bilaterale con paesi vicini o membri dell’Unione europea o con Stati terzi disposti ad accogliere i richiedenti asilo respinti dall’Italia.

4. L’operazione confliggerebbe con le norme internazionali (Convenzione di Ginevra), europee (Convenzione europea dei diritti dell’Uomo, Carta dei diritti dell’Unione europea e Trattato di Lisbona) e nazionali (la costituzione italiana.

Così facendo l’Italia si isolerebbe dalla comunità internazionale e dal sistema europeo da cui non potremmo più chiedere a attenderci alcuna forma di solidarietà ricevendo invece condanne e sanzioni per violazione di trattati liberamente sottoscritti.