L’insostenibile bugia
della sostenibilità del capitalismo

Molti ci avranno fatto caso: non c’è comunicazione aziendale o pubblicità di prodotto che non abbia declinato con tempestivo opportunismo gli aggettivi “sostenibile” o “ecosostenibile” in veloce sostituzione nella claudicante narrazione pubblica infarcita dai sostantivi “progresso” e “sviluppo”. Operazioni di greenwashing adottate come alibi per la prosecuzione ad oltranza di una prassi in ultima istanza distruttiva anche per qualsiasi sistema economico oggi esistente, capitalismo occidentale in primo luogo.

L’egemonia culturale del consumismo

Foto di Rilsonav da Pixabay

Così si autolegittima il consumismo e la sua egemonia, con modelli culturali che misurano il benessere di una comunità sulla possibilità di accesso al consumo, e che determinano artificiosi stili comportamentali collettivi e individuali. Così si continua a parlare di “consumo sostenibile”, dove l’aggettivo sostenibile associato al concetto di “sviluppo economico” fa da foglia di fico alla imperterrita marcia del capitalismo verso un prevedibile disastro dell’ecosistema. Ma il greenwashing sta imperversando più che mai nel marketing di corporate aziendali, così come sul packaging di prodotti di consumo, siano oggetti o alimenti nulla cambia.

E’ anche così che il capitalismo mette la sordina e cavalca a proprio vantaggio perfino la rabbia e l’indignazione di chi pretende legittimamente un futuro, se non migliore, almeno vivibile.

Siamo circa 7 miliardi e mezzo di corpi alla mercé dell’arricchimento di una residuale percentuale di umanità che ha in mano le leve del potere economico, finanziario, politico. Spesso poi, gli aspetti alienanti di chi è messo a produrre e di chi consuma convivono, alternandosi in un circolo vizioso senza soluzione. Corpi alla mercé del profitto per pochi.

I migranti e le loro speranze

Un sistema che si struttura e agisce attraverso un’egemonia culturale basata su una narrazione coerente con il neoliberismo, talmente avviluppante da condizionare anche i comportamenti di molti di quelli che sarebbero dovuti ormai essere immuni alla sua deleteria influenza: le persone migranti. Fra le prime vittime di quel sistema globale che ha determinato la condizione sociale, economica, ambientale dalla quale fuggono.

Vedere giovani donne e uomini che, dopo aver attraversato il deserto, il Mediterraneo e il vessatorio percorso di integrazione in Europa, affermano l’emancipazione dalla propria “condizione migrante” con quei modelli basati sull’apparenza – in ragione del bisogno di appartenenza – sollecita un latente senso di sconfitta. Perché? Perché così diventano, loro malgrado, oggetti passivi e “portatori” inconsapevoli di quella cultura del consumo che fagocita anche loro, ultime vittime nella contemporanea gerarchia sociale globale.

Comprensibili i motivi: la volontà di essere accettati in una nuova comunità fa tendere anche ad adottare il pacchetto intero delle abitudini e degli stili di vita, anche quelli che hanno determinato la loro condizione di (ex)migranti. Ma con quale risultato se non quello di contribuire a perpetuare quello stesso sistema all’origine degli squilibri sociali nel mondo? E non cambia la sostanza se quelle persone acquistano prodotti di marca o “taroccati”, il modello culturale di riferimento rimane intatto, dominante. È un potere, quello del consumismo – prendo a prestito da Pasolini – per molti versi “peggiore di quello totalitario in quanto violentemente totalizzante”.

Pasolini e le lucciole del boom

Pasolini in “La scomparsa delle lucciole” osservò lucidamente l’Italia del boom economico e dei suoi cascami che segnarono la fine della società contadina e che diedero la stura all’Italia del consumismo di massa. Rilevò lucidamente come quel passaggio stava inesorabilmente cambiando il Paese spingendolo verso un sostanziale omologante fascismo culturale.

Con l’industrializzazione galoppante nacque la “necessità” di una distribuzione su larga scala della merce prodotta, specie quella destinata al consumo veloce, funzionale all’acquisto compulsivo e ripetuto. Un nuovo modo di vendere si fece prepotentemente strada con la Grande Distribuzione Organizzata (GDO). È di quegli anni ’50 il primo supermercato italiano, sul modello di business e marketing non a caso tipicamente americani.

L’analisi sulla incipiente società dei consumi italiana di Pasolini oggi si rivela per molti versi applicabile – pur nelle sue diverse varianti e declinazioni geopolitiche – ben oltre i confini di quei pochi singoli Paesi che ne hanno anticipato l’affermazione poco dopo l’ultimo conflitto mondiale. L’Italia fra questi, da poco affrancata dal ventennio fascista.

Migrazioni interne, migrazioni mondiali

E’ utile annotare come le migrazioni interne degli anni ’50-‘60, fra i principali effetti collaterali della trasformazione della società italiana a colpi di industrializzazione a trazione nordista, mostrino un parallelismo con quelle a carattere globale di oggi.

Durante il grande flusso migratorio dal Sud al Nord negli anni del boom economico (causa: l’abbandono delle campagne e la mancanza di reddito alternativo), i migranti nelle valigie portavano con sé anche la speranza di accedere a quel benessere percepito nelle regioni a forte insediamento industriale. E quindi anche il desiderio di poter accedere a quei nuovi modelli culturali che si imposero nella società del dopoguerra.

Pur con l’aggravante delle guerre, dei disastri ambientali e dell’approccio predatorio delle società multinazionali, le aspettative e le speranze di chi fugge oggi dal proprio Paese per approdare ad un’Europa stancamente “sberluccicante” di benessere materiale, non sono granché diverse da quelle dei migranti del nostro “miracolo economico”. La differenza, appunto, sta nella differente scala di osservazione, basta allargare lo sguardo dal locale al globale.

La sensazione che ormai la quasi totalità del genere umano ruoti attorno all’assunto imperativo di vivere – quando non di sopravvivere – per continuare a consumare, è incombente. Con amarezza, a volte si fa fatica a non far propria l’affermazione che nella lotta di classe il capitalismo non solo ha vinto, ha stravinto.