L’innocenza spudorata di Zebù, sguardo bambino in una scrittura diabolica

Ritornare con la mente all’infanzia può essere un’esperienza inquietante: la consapevolezza adulta, messa di fronte al ricordo, reinterpreta quanto vissuto, facendo sì che si notino ombre che erano sfuggite agli occhi bambini. Eventi vissuti nell’innocenza, molti anni dopo, possono far riaffiorare dettagli che, col senno di poi, vanno a incrinare il quadro idilliaco dell’età fanciullesca.
La raccolta Zebù bambino di Davide Cortese mette in evidenza i lati oscuri della purezza:

Le mani che di giorno hanno picchiato
al buio le giunge in preghiera.
Zebù bambino si finge pio.
A cavalli di vetro soffiato
stringe la fragile criniera.
Gioca ai funerali di dio.

Di fatto, l’essere innocenti non significa affatto non compiere il male, ma agire nell’ignoranza degli effetti che si possono provocare sulle persone o sulle cose. Zebù usa le mani indifferentemente per picchiare e per pregare: per lui è importante il gesto, il movimento, non il fine. A conferma di questo desiderio di agire senza pensare alle conseguenze vi è l’uso dei verbi “fingersi” e “giocare”: Zebù si muove nello spazio della finzione, come se volesse sempre avere la possibilità di ritrarsi dalla responsabilità di quanto compiuto.

Una delle poesie più forti, però, trasferisce la tematica dell’innocenza dal piano dell’azione a quello della percezione:

Sbircia dalla serratura
il piccolo Zebù.
Guarda intrecciati e nudi
i genitori di Gesù.

Nella sua essenzialità, questa poesia è una delle più perturbanti, nonché emblematica dell’intero progetto poetico della raccolta. L’innocente osserva il mondo senza malizia: per questo, appare come spudorato, perché ficca il naso ovunque, totalmente ignorante delle regole che governano gli sguardi adulti, pieni di tabù. Eppure, la poesia non dice che cosa fanno i genitori di Gesù, ma si limita a descrivere l’aspetto del loro fare. Zebù, che agisce per l’agire, non comprende i motivi delle azioni altrui e si limita a descrivere i corpi nel loro semplice muoversi. È la mente del lettore e, quindi, dell’adulto a dover individuare la fin troppo chiara allusione al sesso: Zebù è un demonietto dispettoso, che conserva la propria innocenza mentre costringe chi lo segue a perderla.

L’elemento disturbante, però, non nasce dalla descrizione voyeuristica: si prova disagio perché il lettore viene costretto a osservare nella loro carnalità più estrema delle figure che sono tradizionalmente avvolte dall’alone sacro. La scrittura di Cortese, allora, pone il lettore di fronte alla propria ingenuità e lo invita a osservare i miti occidentali sotto una nuova luce. Zebù non ha visto l’atto sessuale perché non sapeva ancora cosa fosse, mentre il lettore non lo aveva visto perché gli era stato celato.
La raccolta termina con la seguente poesia:

Diventerà un bel giovane
il piccolo Zebù.
Presto farà breccia
nel cuore di Gesù.

In questo caso, Cortese gioca con l’ambiguità: una lettura innocente, interpreterà quel “bel” in senso etico e l’espressione “farà breccia nel cuore” in senso affettuoso. Al contrario, una lettura maliziosa vedrà dell’erotismo omosessuale.

Zebù bambino è un testo blasfemo? E anche se fosse così, dove risiederebbe tale blasfemia? Nel testo? O nell’occhio di chi legge? Cortese invita i lettori a riflettere sulle proprie stereotipie mentali, su tutti quei legami logici che appaiono a una prima vista evidenti, ma che di fatto non lo sono: un corpo nudo intrecciato a un altro potrebbe essere sì un’immagine sessuale, ma anche una pietosa, come accade nelle innumerevoli rappresentazioni di Maria che abbraccia il proprio figlio morto, sovente dipinto quasi completamente nudo. La scrittura di Cortese è diabolica perché impedisce alla parola di avere un’unica direzione: la sua è una lingua biforcuta, che spinge il lettore a immaginare una cosa e il suo contrario. E, di fatto, è questo l’obiettivo della scrittura poetica: duplicare i significati e mettere in crisi i dogmi, che vogliono inscrivere i simboli in una e una sola interpretazione.

Davide Cortese, Zebù bambino, Lecce, Terra d’ulivi, 2021.