L’informazione
confusa su Omicron
è più pericolosa
del Covid stesso

E dunque ecco Omicron. La variante che è arrivata alla nostra conoscenza pochi giorni fa e ha già fatto dire di tutto e il suo contrario. Omicron è preoccupante, si diffonde rapidissimamente con una crescita “vertiginosa” dei casi (l’Oms). Omicron dà sintomi lievi, state tranquilli (la dottoressa Coetzee che ha scoperto la variante in Sudafrica). I vaccini non ci proteggeranno, bisognerà modificarli e ci vorranno mesi (il Ceo di Moderna). Con tre dosi di vaccino si è protetti (il ministro della sanità israeliano).

Comunicare correttamente il rischio

Dichiarazioni di agenzie internazionali, medici, scienziati, politici che si susseguono e si contraddicono non fanno bene alla popolazione, lasciando tutti un po’ confusi. Eppure una regola fondamentale della comunicazione del rischio è che in una situazione di emergenza i messaggi provenienti da fonti diverse devono essere coerenti fra loro. Ma forse in pochi conoscono la letteratura, seppure molto ampia, su questo argomento.
Per di più, a ben guardare, a rendere confusa l’informazione è anche il modo in cui vengono riportate le dichiarazioni. Ad esempio, l’affermazione della dottoressa sudafricana che ha ottenuto i titoli di diverse testate è stata estrapolata dal contesto. Se si legge fino in fondo la sua intervista originale, si apprende che i pazienti di Angelique Coetzee erano tutti giovani e in buona salute. “Ciò di cui dobbiamo preoccuparci ora – aggiunge la dottoressa – è che cosa può accadere quando persone più anziane, o non vaccinate, vengono contagiate dalla nuova variante. Se non sono vaccinate, vedremo molte persone con forme gravi di Covid”. In sostanza, le caratteristiche demografiche del Sudafrica sono significative per l’andamento della malattia: l’età media del paese è di 28 anni contro i 46 dell’Italia. Solo il 6% dei sudafricani ha più di 65 anni, mentre in Italia sono il 22,8%. E sappiamo che i sintomi più gravi di Covid 19 si riscontrano soprattutto sulle persone più anziane. Nello stesso tempo la copertura vaccinale del Sudafrica è estremamente più bassa rispetto ai paesi occidentali. Un po’ di colpa (non tutta evidentemente) dunque ce l’abbiamo anche noi giornalisti e in generale i mass media e i social media che per fare un titolo stirano le parole e i concetti.

Un altro esempio: in un comunicato diffuso ieri sera dall’Istituto Spallanzani, al termine di una teleconferenza col Nicd (Istituto nazionale delle Malattie infettive del Sud Africa) si legge: «I dati epidemiologici mostrati non sono al momento in grado di suggerire o confermare un possibile aumento di infezioni tra le persone vaccinate. È, dunque, possibile che i vaccini attualmente in uso mantengano la loro capacità di protezione contro la malattia grave anche in presenza della nuova variante». I titoli di alcuni giornali nazionali traducono: “I vaccini attuali proteggono dalla nuova variante”. Che non è la stessa cosa.

covid-19 vaccinoUna “fame” di informazione soddisfatta male

Anche qui però va detto che era stato previsto tutto. In un momento di crisi le persone vogliono sapere e cercano informazioni ovunque possano trovarle. Nello stesso tempo, le testate devono riempire tutti i giorni pagine e pagine di giornali o ore e ore di trasmissione. L’esperto vuole vivere i suoi 5 minuti di notorietà, il politico pensa che salverà i suoi voti se riesce a rassicurare gli elettori. Il Ceo dell’Azienda farmaceutica pensa a quante dosi potrà vendere nei prossimi mesi. E allora?

Allora forse dobbiamo fermarci tutti un momento e riflettere. Forse ci vuole un po’ di prudenza prima di parlare o di far parlare. E soprattutto ci vuole più responsabilità, perché in una situazione di emergenza l’informazione sbagliata può costare vite, può far sì ad esempio che qualcuno non si protegga o si protegga male.

Tranquillizzare la popolazione non serve: non abbiamo bisogno di persone tranquille ma di persone attente. Spaventare non serve: non abbiamo bisogno di persone allarmate perché gli psicologi ci dicono che quando abbiamo paura il nostro cervello capisce e ritiene un minor numero di informazioni. Dobbiamo essere responsabili. Noi cittadini in primo luogo, pensare con la nostra testa, non farci trattare da bambini, e poi tutti gli altri a seguire: giornalisti, medici, scienziati, agenzie internazionali, politici. L’infodemia, la pandemia di informazioni che ha individuato l’Oms nei mesi scorsi e che ha identificato come oggetto di preoccupazione quanto la pandemia stessa, non si combatte così.