L’identità italiana è solo un’invenzione
utile alla propaganda nazionalista

E’ appena uscito l’ultimo saggio di Christian Raimo, “Contro l’identità italiana”, 2019 Giulio Einaudi editore. Chirstian Raimo Contro l'identità italianaCon l’intenzione di fare il punto su “un’invenzione della tradizione” agita da propaganda e retorica di una destra guidata ormai da un partito come la Lega che, pur partendo dall’antinazionalismo e dal secessionismo,  del nazionalismo identitario ha fatto ormai la sua bandiera.

Eccone un brano.

 

L’identità è pericolosa, violenta, predatrice

L’identità è una parola pericolosa, scrive Tony Judt. L’identità è una parola violenta, scrive Amartya Sen. L’identità è predatrice, scrive Arian Appadurai. L’identità è assassina, scrive Amin Maalouf. Ugo Fabietti in Identità etnica (ripreso da Maurizio Bettini in Contro le radici, 2011, da Francesco Remotti in Contro l’identità, 1996) ricostruisce i paradossi tragici della costruzione dell’identità tutsi e hutu in Ruanda. Nel 1930 i colonizzatori belgi fecero un censimento per rilasciare a tutta la popolazione un documento di identità, in cui si indicava – per iscritto – chi fosse Tutsi, chi fosse Hutu e chi Twa (i pigmei, minoranza del paese). I criteri somatici si rivelarono insufficienti però a distinguere un Tutsi da un Hutu, nonostante in genere i Tutsi fossero alti e gli Hutu bassi. Si decise quindi di adottare come criterio etnico discriminante il numero di bovini posseduti: gli individui maschi con piú di dieci buoi erano Tutsi, mentre quelli con meno di dieci buoi erano Hutu. Questo per sempre. Il possesso dei bovini, che era considerato ovviamente un segno distintivo di prestigio, fu trasformato in un indicatore etnico, per cui solo i Tutsi di fatto potevano possedere quel numero consistente di buoi. Le carte d’identità sono continuate a esistere, e sono diventate uno stigma: il mezzo con il quale durante la guerra degli anni Novanta i militari e i guerriglieri delle opposte fazioni etniche potevano individuare chi era da uccidere e chi era da risparmiare.
L’interrogativo che ci dobbiamo porre è potente: perché un’invenzione cosí inconsistente, con basi cosí fragili, resta anche quando i belgi se ne vanno, quando la colonizzazione finisce? Perché con la liberazione politica non ci si libera anche dal giogo della finta opposizione? Perché l’ansia identitaria è piú forte, come se ci fosse “un’urgenza di identità”, anche se questa identità porta al massacro?
O ancora: quanti danni può fare la modernizzazione forzata e la burocratizzazione di un mondo che semplicemente dentro quelle categorie, forse ottimali per la sua parte piú ricca e industrializzata, non può starci? Quanto può essere letteralmente sanguinaria una carta d’identità?

Il pregiudizio storico

È difficilissimo sbarazzarsi di un pregiudizio storico come da quello essenzialista, quando sembra formare uno sclerotizzarsi sia teoricamente che storicamente convincente.

identitàEppure, c’è chi addirittura lo rafforza, inventando altre entità metastoriche come l’Occidente in lotta contro il mondo arabo-islamico. Nello stesso anno dell’Illusione identitaria (1996) di Bayart esce anche Lo scontro delle civiltà di Samuel H. Huntington.

Dopo l’11 settembre, il dibattito sull’identità deve farsi carico anche di chi a capo delle nazioni militarmente piú potenti al mondo dichiara delle guerre planetarie per esportare la democrazia. Nell’autobiografia Anni interessanti (2002) Eric Hobsbawm – l’uomo oltre che lo storico che ha pensato il concetto di invenzione della tradizione – si esprime in maniera netta contro un avversario epistemico che ha combattuto in molta della sua attività di ricerca. Nel suo letto d’ospedale scrive l’ultimo capitolo, da testimone e interprete del Novecento che nato ad Alessandria d’Egitto nel 1917 ha attraversato mille fasi storiche e cento città diverse:

  • “Definendosi in contrapposizione a qualcun altro, l’identità implica essenzialmente la non identificazione con l’altro. Essa conduce al disastro. È proprio per questo che la storia che viene scritta all’interno di un gruppo solo per i membri di quel gruppo (“la storia di identità”) – una storia nera per i neri, una storia omosessuale per gli omosessuali, una storia femminista soltanto per le donne, o qualunque altra storia, etnica o nazionalistica, non può essere soddisfacente come storia, anche quando è piú di una versione politicamente faziosa di una sottosezione ideologica di una piú ampia identità di gruppo. Nessuna identità di gruppo per quanto ampia è sola al mondo; non è possibile cambiare il mondo in modo che si adatti a essa soltanto, né tantomeno si può cambiare il passato”.

Il “giovane” identitarismo

Hobsbawm non solo si rende perfettamente conto che l’essenzialismo identitario porta a massacri e a conflitti, ma in un articolo del 1996 liquidava la storia dell’identità come un’invenzione anche piú recente del secolo breve:

  • “Ci siamo cosí assuefatti a termini come «identità collettiva», «gruppi identitari», «politiche d’identità» o, sotto questo aspetto, «etnicità», che ci è arduo ricordare quanto sia recente il loro emergere come parte del vocabolario, o gergo, corrente del discorso politico. Per esempio, se guardate l’Enciclopedia internazionale delle scienze sociali pubblicata nel 1968 – cioè scritta a metà degli anni ’60 – non troverete nessuna voce sotto il termine identità, eccetto una sull’identità psicosociale redatta da Erik Erikson, che si preoccupava soprattutto di cose come la cosiddetta «crisi d’identità» degli adolescenti che cercano di scoprire cosa sono davvero, e una voce generica sull’identificazione dei votanti. Per quel che riguarda l’etnicità, nell’Oxford English Dictionary dei primi anni ’70, appare ancora come parola rara indicante «paganesimo e superstizioni pagane» e documentata da citazioni del ’700”. (Identity politics and the left, in «New Left Review», n. 217, 1996).

E nella prefazione a Anderson, Marco D’Eramo chiosa le parole di Hobsbawm, mostrando quanto di fatto l’identitarismo sia tutto neoidentitarismo:

  • “A riprova di quel che afferma Hobsbawm, basta osservare come né A Dictionary of Social Sciences del 1964 (sponsorizzato dalle Nazioni Unite), né il Dizionario di Sociologia di Luciano Gallino del 1978, né il Dictionnaire critique de la sociologie di Raymond Boudon e François Bourricaud del 1982 riportano la voce Identità, anche se il primo dei tre riporta una voce Identificazione come processo psicologico. A quanto mi risulta, il primo a contenere la voce Identità è il Dizionario di antropologia di Charlotte Seymour-Smith del 1986”.

L’identità culturale non esiste

identitàDa parte di sociologi, filologi, antropologi, storici, arrivando a mettere in discussione i loro stessi campi disciplinari, gli attacchi a questo neoidentitarismo si sono moltiplicati; fatti in nome del portato implicitamente aggressivo di questo concetto oppure della sua inconsistenza. François Jullien nell’Identità culturale non esiste (2016) scrive:

  • “Ma l’identità è giustificata in quanto singolare e soggettiva, non in quanto collettiva e oggettiva, come sarebbe invece nel caso della cultura – è in questo che vi è un abuso. Mentre infatti l’identificazione trova la sua legittimità nel processo di formazione del soggetto (il bambino cresce identificandosi, del resto spesso in modo ambivalente, ad esempio con suo padre), questo non vale per la cultura. […] Essa, in quanto creazione collettiva, grazie allo scarto non cessa di diversificarsi e di diventare sempre piú eterogenea; e non si lascia dunque ridurre a qualche figura singolare (come il «Padre»), o anche soltanto a qualche tratto unitario che possa fungere da oggetto di assimilazione e investimento”.

Possiamo liberarci dell’identità?

Eppure se la facciamo finita con l’identità che rimane? Non c’è il pericolo in questo vuoto che l’ansia identitaria porti a nuove appartenenze ancora piú pericolose?

  • “L’identità è un destino? Si può fare a meno dell’identità? Possiamo liberarcene? Possiamo scioglierci dai suoi lacci? Dalle sue costrizioni, dalle sue mistificazioni?” (Somiglianze, di Francesco Remotti, 2019).

La parabola di riflessione piú interessante sull’identità la dobbiamo alla trilogia che le ha dedicato
in venticinque anni l’antropologo Francesco Remotti, il quale ha cercato spasmodicamente un modo per uscire dal paradosso identitario per cui la crisi dell’identità apra ogni volta ad altre forme di identità, magari minori e giustamente riscattabili, magari plurali e mutanti ecc.
Nel primo libro, Contro l’identità (1996) metteva vicino due tradizioni sull’identità, una essenzialistica, l’altra convenzionalistica, ma finiva con il mostrare la pericolosità di entrambe. Nell’Ossessione identitaria (2010) scrive:

  • “Ciò che ha maggiormente sofferto di quest’orgia d’identità è la cultura della convivenza, vale a dire l’attenzione e la cura per lo sviluppo di interrelazioni che non siano dettate soltanto dal perseguimento dell’interesse di gruppi particolari. Il principio di identità è esattamente la riproduzione di questa logica di contrapposizione di interessi escludentisi e, alla fine, di sopraffazioni: l’ossessione per l’identità è “ciò che rimane” una volta smantellata la cultura della convivenza”.

Insomma se l’interrogativo sull’ansia identitaria fosse ingannevole, portandoci a opacizzare proprio la questione opposta? Se la dimensione originaria non fosse quella identitaria, ma al contrario quella della coesistenza?

Analogia, non identità

(…) Remotti arriva a evocare Diotima:

  • “L’identità è una prerogativa divina, un attributo riservato agli dèi. Gli umani non sono altro che intrecci di somiglianze e differenze, come il resto degli altri esseri mortali: intrecci che si compongono e si scompongono sia nel corpo che nell’anima”. (Somiglianze).

Per questo sarebbe il caso di fare un salto coraggioso, e immaginare una ontologia che si strutturi intorno a concetti differenti da quello d’identità, come quello di analogia. E non occorre nemmeno cercare in altre tradizioni filosofiche meno familiari, cinesi, arabe, indiane, che ci mostrino come si siano sviluppate nel corso dei millenni ontologie alternative a quella di Aristotele incentrata sull’identità; ma basterebbe valorizzare i molti contributi della recente antropologia alla filosofia.
(…) O ancora si potrebbe immaginare che la riflessione sull’essenza, l’ontologia stessa, non sia il questionamento fondamentale per indagare sul nostro essere, ma che venga – come dire – sempre preceduta dall’etica. Ma questo sarà l’orizzonte di un’altra navigazione.

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