L’identità degli anni della contestazione
non fu solo la violenza

La restaurazione riscrive la storia del passato che ha sempre osteggiato. Lo fa assegnando a quel passato una sola fisionomia, una sola faccia. Nel caso nostro, lo fa identificando con la violenza tutti i movimenti extraparlamentari, le forme di contestazione alla politica parlamentare, le concezioni alternative alla democrazia elettorale, immaginifiche o utopistiche che fossero. Lo dico a partire da un’esperienza, la mia, che in quanto iscritta al PCI ha spesso sofferto quelle contestazioni. Nonostante ciò, sono senza parola per la strategia di sostituzione di quelle contestazioni e anche tensioni, con la violenza e col brigatismo. Certo, c’erano differenze, anche enormi, tra le forme di opposizione. Eppure, le distinzioni servono anche a restituisce giustizia a quegli anni vivacissimi. E invece, tutto sembra oggi assumere lo stesso colore, quello della violenza. Questa la recita che è andata in scena nei giorni scorsi, a seguito della cattura e del processo di estradizione dalla Francia di ex-brigatisti e di un ex-Lotta Continua.

Il senso vero della memoria

Non si dovrebbe perdere la memoria e il significato della ricchezza di discussione interna ai movimenti di contestazione di allora e poi di essi con i partiti della sinistra (il PCI in modo particolare), le differenze interpretative sulle forme aggregative del sociale e dell’agire politico, sui modi di essere e di governo delle assemblee, sul significato della rappresentanza, sui modi organizzativi da perseguire e promuovere, sulle lotte per l’emancipazione dei rapporti privati e lavorativi – tutto questo c’è stato, e non è stato privo di valore. Ma oggi sembra che il terrorismo e la violenza fossero l’unica identità significante.
E poi, non è forse il caso di ricordare che ci furono anche altri assassinii, dei quali più non si parla? Ci si scandalizza al sapere che negli Stati Uniti, le forze dell’ordine sono istruite a fare profili di afro-americani come potenziali violenti e spacciatori, tutti e senza distinzione. Ci si scandalizza al sapere che solo pochissimi poliziotti sono stati processati a fronte delle migliaia di uccisioni di cittadini di colore. Con le dovute proporzioni numeriche e senza l’elemento razzista a fare da causa determinante, anche nell’Italia del boom economico dei “Gloriosi Trenta” (negli anni Sessanta e soprattutto Settanta) abbiamo assistito a sistematiche forme di repressione violenta basate su profili: giovani in eskimo perché di sinistra. E abbiamo avuto morti dimenticati.

L’oblio riservato a Giorgiana Masi

Chi si ricorda oggi di Giorgiana (ma il suo nome era Giorgina) Masi? A Roma, nel corso di una manifestazione, il 12 maggio 1977 Giorgina si trovava a passeggiare insieme al fidanzato nell’area in cui scoppiarono scontri tra alcuni manifestanti e le forze dell’ordine, nel tardo pomeriggio. Venne colpita all’addome e arrivò in ospedale che era già deceduta. Il Ministro dell’Interno, Francesco Cossiga, addossò la responsabilità ai gruppi di Autonomi, mentre secondo l’avvocato della famiglia Masi il proiettile che la uccise venne probabilmente da una pistola non d’ordinanza sparata da forze dell’ordine in borghese. Libro chiuso. Dov’è la caparbietà della giustizia?
L’esito dell’assassinio di Giorgina Masi invece di aprire una ricerca onesta dei colpevoli si risolse nella decisione di Cossiga di adottare misure da stato d’eccezione: vietare tutte le manifestazioni politiche, tutte. L’inchiesta fu chiusa nel maggio 1981, dal giudice istruttore Claudio D’Angelo con la dichiarazione di impossibilità di procedere poiché rimasti ignoti i responsabili del reato. Altri morti ammazzati come questo sono restati impuniti. Non meriterebbero anche loro giustizia?