Libia, l’UE parla
con una voce sola
e “resuscita” l’Onu

Ci sono molte ragioni per dubitare che la conferenza di Berlino sulla Libia riuscirà a disinnescare la crisi, a far tacere le armi e a portare un po’ di stabilità nell’area. Le prime notizie che arrivano dal fronte militare sono abbastanza sconfortanti: almeno alla periferia di Tripoli la tregua sembra già essere affondata. E però un lumicino di speranza domenica s’è acceso e dalla capitale tedesca qualche segnale di novità è arrivato. Vediamoli e cerchiamo di capire quanto sono solidi e a che sviluppi potranno portare.

Il primo dato positivo è, un po’ tautologicamente, il fatto stesso che la conferenza ci sia stata. Fino alla vigilia immediata non era affatto sicuro. Mettere intorno allo stesso tavolo tutti gli attori di una crisi degenerata in guerra aperta è un esercizio che da molto tempo non riusciva. Per quanto riguardo la Libia, ci aveva provato l’Italia con la conferenza di Palermo del novembre 2018 ed era stato un penoso fallimento, sia dal punto di vista dei partecipanti (mancavano il presidente americano e i leader europei) che dei risultati. Con il senno di poi, fondato su quanto si è visto proprio a Berlino, le ragioni del flop stavano nel modo in cui l’esercizio diplomatico allora era cominciato: un’iniziativa di Conte (il Conte gialloverde) concordata direttamente con Donald Trump. Che questo schema bipolare non potesse funzionare avrebbe dovuto essere chiaro: la complessità dei conflitti in Libia riguardava allora, e riguardano ancor oggi, gli europei con le loro rivalità economiche e i paesi dell’area e già si vedevano, o si potevano intuire, varie ragioni per l’intromissione di atri due attori: i russi, sempre interessatissimi e pronti ad inserirsi in quel che succede nelle acque del Mediterraneo, e i turchi, vecchi padroni di Cirenaica e Tripolitania e nuovi aggressivi gestori di interessi petroliferi nell’area.

Due novità importanti

Aver coinvolto Mosca ed Ankara, costringendo i loro dirigenti ad accettare che un confronto multipolare sostituisse il loro bipolarismo spartitorio, è il secondo dato positivo: dal metodo delle guerre per procura si torna al dialogo in un ambito multilaterale in cui di tutti gli interessi si deve tener conto col metodo del negoziato continuo. Forse è stato un errore tener fuori la Grecia, ed è possibile che le conseguenze dell’omissione saranno spiacevoli e difficili da gestire, ma gli organizzatori dell’appuntamento di Berlino hanno fatto uno sforzo meritevole per responsabilizzare tutte le realtà coinvolte nella crisi libica: gli europei, gli Stati Uniti, con il ruolo effettivo che compete loro (abbastanza marginale), i paesi vicini alla Libia, a cominciare dall’Egitto, e gli sponsor militari, ovvero i fornitori di armi al governo di Serraj e alle milizie di Haftar cioè, oltre a Turchia e Russia, gli Emirati Arabi.

Arriviamo, così, alle due novità forse più importanti emerse dalla conferenza di Berlino. La prima riguarda l’Europa. I paesi dell’Unione sono stati capaci, per una volta, di presentarsi uniti e con una voce sola. Il responsabile per la politica estera e per la sicurezza Joseph Borrell ha avuto la non scontata soddisfazione di veder riconosciuto il proprio ruolo non solo sulla carta ma anche nei fatti. Non è accaduto spesso, in passato. La sua predecessora Federica Mogherini ebbe questa fortuna, sostenuta da una capacità che in Italia colpevolmente non le è stata riconosciuta, nei difficili negoziati che portarono all’accordo sul nucleare iraniano, ma è apparso drammaticamente evidente fino ad oggi che la pretesa di fare dell’Alto Rappresentante un istituto che equivalga in tutto e per tutto a un ministro degli Esteri dell’Unione si è sempre scontrata con la prevalenza degli interessi nazionali su quelli comunitari, rappresentata icasticamente nella costruzione istituzionale brussellese dal prevalere del Consiglio, cioè dei governi, sulla Commissione e sul Parlamento europeo.

La tenacia del governo italiano

Il fatto che a Berlino l’Unione abbia parlato con una voce sola è molto importante. Ne va dato merito alle capacità di Borrell, alla pazienza mediatrice della cancelliera tedesca, ma anche – ed è giusto riconoscerlo – alla tenacia con cui Conte (quello giallorosso) ha lavorato nelle settimane scorse perché si arrivasse al risultato della conferenza e, soprattutto, all’unità delle posizioni europee.

L’altra novità importante è il ruolo che la conferenza ha attribuito all’ONU. Il fatto che a ricevere le delegazioni ci fosse, insieme con Angela Merkel e Borrell, il segretario generale António Guterres ha avuto un significato simbolico importante. La proposta italiana di una missione di interdizione “sotto l’egida dell’Onu” che consolidi la tregua e ricollochi il confronto nel paese sul terreno del negoziato senza armi va apprezzata come un giusto tentativo di restituire all’organizzazione delle Nazioni Unite il ruolo che le spetta e che è andata purtroppo perdendo in troppe delle crisi del passato. Forse andrebbe allontanata quella piccola ombra di ambiguità che contiene l’espressione “sotto l’egida” e affermare semplicemente che eventuali truppe che potrebbero essere schierate con compiti di interdizione, e delle quali potrebbero far parte militari italiani, dovrebbero essere sottoposte direttamente a un comando dell’Onu e non delegato ad altre organizzazioni o comunità di volunteers.