L’evasione dal colabrodo Beccaria di quei sette ragazzi che avrebbero bisogno di efficienza e buona pedagogia

Non è stata una fuga da Alcatraz alla Clint Eastwood. Niente che potesse ricordare il conte di Montecristo o Papillon, anche se i sette del Beccaria non hanno saputo rinunciare al lenzuolo lasciato pendere dal muro di recinzione, lenzuolo che non ha retto al peso, si è strappato, è servito solo ad uno degli evasi. Gli altri pare abbiano semplicemente divelto un cartongesso arrampicandosi poi tra le impalcature di un infinito cantiere, in piedi dal 2008. Fuori hanno incontrato la periferia milanese, immersa nella nebbia. Vicino una stazione della metropolitana e al di là di un viale, che pare una autostrada, un quartiere che cresce di mese in mese. Quindici anni non sono stati sufficienti per ristrutturare l’istituto di pena per i minori, che una volta era un “modello” di efficienza, di buona pedagogia, di riabilitazione. Tra un appalto e una controversia, tra un finanziamento che non arriva e un altro troppo modesto, il tempo corre, mentre qualche chilometro più in là si costruiscono ambiziosi grattacieli.

Un’evasione studiata e preparata

L'istituto penale per minori Cesare Beccaria di Milano

Di sicuro i sette del Beccaria la loro avventura l’hanno immaginata (alcuni di loro senza considerare che presto avrebbero liberamente lasciato quel luogo), l’hanno studiata, progettata, un po’ da dilettanti, un professionista non si sarebbe lasciato ingannare dalle fibre logore di un lenzuolo. Però i sette avevano scelto l’itinerario, avevano cercato complicità perché un ruolo hanno recitato anche gli altri rimasti tra le mura per distrarre l’unico sorvegliante presente, avevano pensato al dopo, cioè alle ore e ai giorni più duri dopo un’evasione. Uno s’è rifugiato dalla zia, un altro dalla sorella, un altro ancora dalla suocera… Non avevano pronto un elicottero e neppure avevano a disposizione una macchina, come capita di vedere sempre nei film americani. Chi è rimasto dentro le mura, quasi per una rivincita, per gridare la propria forza, ma anche la propria frustrazione, ha dato fuoco a qualche materasso.

Perché l’abbiano fatto è la domanda: ansia di libertà, la nostalgia del Natale in famiglia, il gusto di andare dopo la costrizione, una bravata, una sfida, il peso delle condizioni di vita dentro una prigione per minori, pur sempre una prigione dove una settimana prima un altro ragazzo, un ragazzo come tutti gli altri, era stato violentato per una notte intera, una notte di brutalità, che ha mosso qualche istinto pietoso, consumato rapidamente sulle pagine dei giornali, non ha certo mosso l’allarme suscitato da quest’ultima vicenda in fondo indolore: non si è fatto male nessuno. Chi risarcirà quel sedicenne offeso nel corpo e più ancora nell’anima?

La ristrutturazione infinita dell’istituto di pena

Il carcere minorile di Milano Beccaria
L’istituto di pena minorile Beccaria di Milano

La fuga dei sette ha fatto sì che si riparlasse del Beccaria, della ristrutturazione che non finisce mai, del direttore che manca da vent’anni, degli agenti di custodia insufficienti in numero e poco pronti ad affrontare per lo più minorenni e qualche maggiorenne, reclusi per reati vari dai furti alle botte allo spaccio. Italiani e stranieri, molti immigrati di seconda generazione. Alcuni affiliati alle varie gang di quartiere. Giovani comunque e quindi, quasi per definizione, da accogliere, proteggere, istruire, avviare ad un lavoro e quindi ad una presenza dignitosa nella nostra società.

C’è chi tra custodi, istruttori, volontari, si adopera per questo. Don Gino Rigoldi, che è stato per anni cappellano al Beccaria, spiega che l’unica via di uscita è proprio questa, sposando il verbo dell’educazione. Per questo chiede investimenti, chiede personale adeguato, chiede spazi di vita dignitosi. Il ministro Nordio gli ha risposto che “la sua priorità sono le carceri”. Intanto si sta occupando di rave party e di intercettazioni. Si è detto e scritto dello scandalo del sovraffollamento: al Beccaria erano in quarantasei per trentuno posti disponibili, ma il sovraffollamento è un problema ovunque (abbiamo scoperto che anche le carceri belghe ne soffrono). Il leghista Salvini si è spinto in là: l’ex ministro degli Interni (il cui figlio aveva subito un’aggressione in strada) ha accusato il sindaco di lasciare la città in mano ai violenti. Il sindaco, a buon diritto, ha potuto ribattere che i reati sono diminuiti. Ma c’è qualcosa che non viene registrato, che sfugge alle statistiche e ai conteggi, che è quasi impossibile impedire, che è difficile punire, qualcosa che sta tra il teppismo e il vandalismo, tra il bullismo e la rapina: bande di ragazzini che depredano compagni di scuola, ragazzi che diventano fattorini della droga (l’interminabile serie televisiva di Gomorra ha spiegato come si fa), giovani che devastano mezzi pubblici e picchiano conducenti. Al riparo, sicuri della impunità. Chi li raggiungerà mai. D’altra parte anche loro, italiani o stranieri, sanno benissimo quanto l’impunità rappresenti una opportunità ampiamente diffusa: lo hanno imparato dai grandi.

L'ex cappellano del Beccaria don Gino Rigoldi
on Gino Rigoldi

Don Rigoldi: “Lavorare per dare un’educazione ai ragazzi”

Il “che fare” si è detto: da Cesare Beccaria in poi fino ai giorni nostri (i giorni non lontani di Giovanni Gozzini) si crede che la detenzione debba aiutare il detenuto a superare il crimine, a costruirsi un’esistenza nel rispetto della legge, di chi gli sta attorno, della società tutta.

Forse non basta. Forse sono in generale le regole della convivenza che si devono ripristinare, forse è l’universo dei valori che va riconsiderato, forse è la scuola che deve riconquistare la sua centralità e deve ricostruire cultura.

Che mondo troveranno quei fuggitivi? Se gli “oggetti”, le scarpe griffate, l’orologio, il piumino di marca, il nuovo cellulare, diventano culto, si può ricorrere a qualsiasi mezzo per ottenerli: facile in gruppo strapparli al compagno più piccolo o al primo che passa. L’età del consumismo ci ha regalato anche questo.