L’Ue: Italia non sei “invasa”, accogli i profughi e rispetta le Ong

Il ministro dell’Interno italiano Matteo Piantedosi ostenta tranquillità, ma per lui, per il suo manovratore occulto (mica tanto) Salvini e per tutto il governo Meloni il consiglio straordinario sui migranti convocato ieri a Bruxelles è cominciato male ed è proseguito peggio. L’Italia è isolata e paga salato il prezzo delle alzate d’ingegno con cui le sue autorità ir-responsabili hanno creduto di poter gestire i salvataggi dei profughi nel Mediterraneo, il loro arrivo nei porti e la loro eventuale distribuzione in Europa “battendo i pugni sul tavolo”, come recitano la bolsa propaganda del noi-contro-tutti e il fastidiosissimo vittimismo del tutti-contro-noi.

L’Italia e la legge del mare

Il consiglio straordinario dei ministri UE degli Interni e della Giustizia, la cui convocazione il Viminale e Palazzo Chigi avevano vantato come il risultato della propria “energica” iniziativa per far valere le ragioni dell’Italia, si è aperto, intanto, con la conferma clamorosa che la guerra diplomatico-politica con la Francia deflagrata sul caso della nave Ocean Viking non è affatto finita. E non c’è stato neppure un armistizio come le voci fatte scivolare nei media amici andavano insufflando da qualche giorno. Il ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin non avrebbe potuto essere più chiaro: “Se l’Italia non fa attraccare le navi e non accetta la legge del mare e del porto più sicuro – ha detto entrando nell’edificio del Consiglio – non c’è motivo che i Paesi che fanno i ricollocamenti siano Francia e Germania, che sono quelli che accolgono le navi e sono gli stessi che accolgono direttamente i migranti dall’Africa e dall’Asia”. Francia e Germania basterebbero e avanzerebbero, ma non sono solo loro a ritenere assurda le pretese di Roma secondo le quali i profughi salvati da navi non italiane migranti Msf 2021(leggi: soprattutto quelle delle Ong) debbano essere portati nei paesi di cui quelle navi battono bandiera. Dal conto che era stato fatto prima del consiglio risulta che almeno altre undici cancellerie rifiutino la tesi italiana in base a considerazioni che hanno a che fare con la logica e il senso di umanità più ancora che con la politica: prima le persone salvate debbono sbarcare, e il più presto possibile, poi, dopo, si stabilisce come e dove debbano essere redistribuite.

E veniamo, a questo punto proprio al problema della distribuzione. La presidente del Consiglio italiana e tutti i suoi corifei vanno sostenendo da settimane che il meccanismo adottato in base all’intesa raggiunta nel giugno scorso a Lussemburgo (per l’Italia c’era ancora la ministra Lamorgese) non funziona perché di fronte a novantamila arrivati sulle coste italiane solo 137 migranti sono stati trasferiti in altri stati. Ma la commissaria UE agli Affari interni Ylva Johansson ha sostenuto invece che “il meccanismo volontario di redistribuzione dei migranti funziona” e i profughi vengono risistemati “su base settimanale”, anche se – ha ammesso – “va aumentata la velocità dei trasferimenti”. D’altronde, i 3500 migranti che il governo di Parigi, come ritorsione per l’affaire Ocean Viking, ha rifiutato di accogliere non erano essi stessi la prova vivente che se Meloni e soci non avessero litigato con Macron i francesi si sarebbero fatti carico di tutta la quota che secondo l’intesa di Lussemburgo toccava loro?

Forse la commissaria Johansson esagera a dire che tutto funziona. Non c’è dubbio che il meccanismo della redistribuzione non sia proprio perfetto, che le ragioni italiane siano state un po’ neglette, che siano molto discutibili, anzi odiose, le ritorsioni sulla pelle dei poveri cristi come quelle per esempio messe in atto dalla Gendarmerie francese al confine di Ventimiglia. Lo stesso piano sottoposto dalla Commissione ai ministri dell’Interno prevede misure per garantire una migliore efficienza. Ma partendo da un punto fermo che non ha certo a che vedere con le irritanti geremiadi di Salvini e Meloni (e non solo loro per la verità) sull’”invasione di clandestini” che starebbe soffocando l’Italia “lasciata sola dall’Europa”.

La finta dell’invasione

No, non c’è alcuna invasione dell’Italia, come hanno fatto notare diversi ministri, soprattutto quelli della Spagna, della Grecia e di Cipro, paesi che si trovano, malgrado loro, a dover fare i conti con numeri di persone in arrivo ben più drammatici in relazione alla loro popolazione. Tant’è che fonti della Commissione, ieri, facevano trapelare serie preoccupazioni per la situazione che si va determinando lungo tutta la cosiddetta rotta balcanica, per cui si starebbe lavorando a un “piano di azione” da concordare con i paesi di passaggio, anche quelli extra-Unione. Insomma, i problemi non sono solo quelli del Mediterraneo centrale. D’altronde, a ridimensionare il peso da dare ai fatti che riguardano la presunta invasione dell’Italia ci sono soprattutto le drammatiche realtà dell’emigrazione di milioni di ucraini cacciati dalla guerra di Putin. Se l’Italia si sente “invasa” da qualche decina di migliaia di migranti scampati alle insidie del canale di Sicilia, come dovrebbero sentirsi i paesi dell’est in cui i profughi della guerra sono arrivati a milioni? Una specie di nemesi della storia per quelli che prima avevano sempre rifiutato la solidarietà in fatto di accoglienza…

Infine le navi delle Ong. Altro argomento sul quale l’Italia rischia un pericoloso isolamento. Tra i ministri presenti ieri alla riunione c’erano una piccola minoranza di partecipanti che sull’argomento non hanno nulla da dire, poiché rappresentano paesi lontani dal mare e una chiara maggioranza di esponenti di governi che considerano normale, e anzi doveroso, che ci siano organizzazioni di volontari che si organizzano per salvare delle vite umane. Ma poi c’erano anche due ministri, i tedeschi Nancy Faeser (Interni) e Marco Bushmann (Giustizia), di un governo che le navi delle ONG non solo le appoggia, ma le finanziaBarcone migranti direttamente, con una apposita posta di bilancio. Altro che multare, sequestrare, arrestare i capitani, espellere i volontari… Queste sono fantasie malate che hanno corso solo in Italia.

Non da oggi, peraltro. La guerra italiana alle Ong è stata cominciata molti anni fa dal ministro dell’Interno d’un governo di centrosinistra, con la pretesa che le loro navi aderissero a codici di condotta obbligatori e restrittivi che contravvenivano i princìpi e il senso stesso di quello che facevano. Poi con la destra, Salvini (e i cinquestelle) il conflitto è diventato aperta e guerreggiato. Anche il piano della Commissione prevede confronti con le Ong per l’elaborazione di codici di comportamento, ma – come ha spiegato il commissario alle migrazioni Margaritis Schinas – si tratta di creare un sistema integrato in cui i volontari lavorino in piena coordinazione con le marine degli stati membri, “in modo strutturato perché – ha spiegato – non si può e non si deve lavorare crisi per crisi, nave per nave, incidente per incidente: abbiamo bisogno di un quadro unico basato sul diritto dell’Unione europea”. Il più esplicito, nel raccomandare questa strada, è stato Darmanin. “Bisogna ricordare a tutti – ha detto (e magari in quel momento fissava il suo collega Piantedosi) – qual è il diritto del mare, evidenziare che le Ong che operano nel Mediterraneo si trovano lì evidentemente per salvare le persone e in nessun caso possono essere equiparate ad organizzazioni di passaggio e, infine, bisogna ricordare che i Paesi del Sud del Mediterraneo devono aprire i loro porti perché a volte ci sono imbarcazioni delle Ong che attraversano le loro acque territoriali e alle quali non vengono aperti i porti”. Piena cooperazione, dunque, con gli stati. Altro che guerra. E va detto che quello che Schinas prefigura è esattamente quello che avviene nella grande maggioranza dei casi già oggi nel Mediterraneo centrale, soprattutto nella consuetudine di rapporti e collaborazioni tra le navi Ong, la nostra marina e la guardia costiera italiana.

Il piano della Commissione prevede un altro ampio capitolo sul lavoro da fare per creare le condizioni di flussi migratori ordinati e, soprattutto, sicuri dai paesi di provenienza verso l’Europa. Si evoca la possibilità non solo di sistemi di quote concordate e di corridoi umanitari per le situazioni più difficili, ma anche di investimenti e di aiuti diretti per la gestione dei confini a sud degli stati del Nord Africa. È forse il lavoro più difficile che aspetta l’Europa per mettere finalmente ordine e umanità in un fenomeno che non un’emergenza, ma una realtà da governare che è scritta nel futuro del continente. Nel consiglio a Bruxelles non se ne è parlato molto e un’analisi più seria è rimandata al vertice europeo che si terrà a dicembre. Un rinvio, certo, ma l’impressione, speriamo non infondata, è che la discussione abbia finalmente rimesso la grande questione dell’immigrazione sui binari di una discussione razionale e civile.  Mentre l’Italia di questo governo sa solo litigare e lamentarsi.