Letta era fuori posto
nella piazza pro Israele
della destra

Sarà perché a Gaza, durante l’offensiva israeliana del 2009, incontrai gli assassini, i terroristi, insomma i ragazzi delle Brigate al-Qassam, quelle che lanciano i razzi su Israele, e li trovai certo obnubilati dalla propaganda di Hamas (mi citarono i Protocolli dei Saggi di Sion come fossero verità rivelata) ma anche divorati dal desiderio non di conquistare Gerusalemme o di sterminare nemici, ma di uscire dalla Striscia e conoscere il mondo. Sarà perché trovo su Haaretz, splendido giornale israeliano, un commento intitolato “Netanyahu sta conducendo Israele verso una guerra civile tra arabi ed ebrei”. O sarà perché scopro che anche John Brennan, capo della Cia dal 2013 al 2017, rimase colpito dalle “umiliazioni” inflitte ai palestinesi negli infiniti check-point israeliani del West Bank, e sul New York Times ora ricorda che la moltiplicazione dei ‘coloni’ incentivata da Netanyahu ha “ridotto ulteriormente lo spazio dove i palestinesi possono vivere, pascolare i loro greggi, coltivare oliveti e orti, senza essere oggetto di contestazioni da parte degli occupanti”. Sarà per tutto questo, ma davvero non capisco che diavolo ci facesse Enrico Letta alla manifestazione di solidarietà con Israele indetta dalla Comunità ebraica romana, imbrancato con destre sempre allineate all’ultra-destra di Netanyahu; con i pentastellati, eterni asini in mezzo ai suoni; e con la combriccola dei finti liberali (Calenda, che mediocre deriva!).

Quei luoghi comuni ripetuti sotto la bandiera israeliana

Può darsi che non sia realistico attendersi posizioni dirompenti dal segretario di un partito che si affidò a Renzi e che tuttora produce orrori come il tandem post-renziano Serracchiani-De Luca. Ma perdoni la rudezza , signor segretario, mostrarsi sotto la bandiera israeliana in questi giorni e ripetere luoghi comuni sulla pace e sugli inevitabili due stati, affermazioni vacue molto prima che Netanyahu dichiarasse l’intenzione di annettersi i Territori, significa confermare ancora una volta che il Pd manca di una identità propria, non si distingue dagli avversari, insomma non dà motivo per farsi votare dalla vasta schiera di chi cerca un’alternativa allo squallore della politica attuale.

Da un ex premier che fino a ieri insegnava a Sciences-Po ci si dovrebbe attendere perlomeno un’allusione alla questione essenziale: perché i palestinesi dei Territori riprendono un conflitto armato di cui pagheranno – questo a tutti è chiaro – un prezzo ben più alto di quanto pagherà Israele? E cosa spinge gli israeliani arabi a insorgere sfidando la polizia, e l’estremismo ebraico? Sono tutti automi manovrati da Hamas, da Erdogan, da Teheran? Islamisti fanatici accecati da una fede omicida? Oppure la gran parte di loro non riesce più a tollerare una situazione intollerabile?

I crimini israeliani di apartheid e persecuzione

Rispondere non è difficile: basta leggersi il rapporto sulla situazione in Israele e nei Territori occupati pubblicato dieci giorni fa da Human Right Watch, autorevolissimo centro-studi statunitense non sospettabile di simpatie terzomondiste. Si intitola “Un limite (è stato) sorpassato. Le autorità israeliane e i crimini di Apartheid e Persecuzione”. Affermano le prime righe: nei Territori occupati “le autorità israeliane sistematicamente privilegiano gli ebrei israeliani e discriminano i palestinesi. Le leggi, le politiche e le dichiarazioni dei rappresentanti israeliani rendono evidente l’obiettivo di mantenere il controllo sulla demografia, il potere politico e la terra. Per raggiungere questo scopo le autorità hanno spossessato, separato con la forza, e soggiogato i palestinesi a motivo della loro identità con vari gradi di intensità. In certe aree, queste deprivazioni sono così severe che configurano i crimini contro l’umanità di Apartheid e Persecuzione”.

Come spiega HRW, il reato di Apartheid, così come configurato nella Convenzione Onu del 1973 e nello Statuto di Roma (2002), è caratterizzato da tre elementi: l’intenzione di mantenere il dominio di un gruppo umano su un altro; un contesto di sistematica oppressione; un atto o atti inumani. Il crimine di Persecuzione, definito dallo Statuto di Roma e dalle consuetudini del diritto internazionale, riguarda “la severa e intenzionale deprivazione di diritti fondamentali di un gruppo umano in ragione della sua identità”. In questi giorni possiamo aggiungere che i crimini israeliani ovviamente non cancellano i crimini di guerra commessi da Hamas sparando razzi sulle città israeliane. Ma i crimini contro l’umanità sono reati di una gravità eccezionale, tale da motivare le richieste di HRW alle democrazie occidentali: le quali dovrebbero innanzitutto “applicare le misure di responsabilità giustificate da una situazione tanto grave” (insomma sanzioni individuali), istituire una commissione Onu di indagine e condizionare tanto le vendite di armi quanto gli accordi economici con Israele alla fine dell’apartheid e della persecuzione.

Signor segretario, non può rifugiarsi nella neutralità

Ora signor segretario, ammetterà che nulla di tutto questo si affaccia nel suo intervento dal palco, sotto una bandiera israeliana sventolata in favor di telecamere. E non cambia le cose il fatto che lei in precedenza avesse fatto visita all’ambasciatrice palestinese a Roma in un esercizio di bothsidism. Non si tratta né di recitare da neutrali né di distinguersi per distinguersi. Si tratta invece di scansare finalmente le rappresentazione di comodo che affratellano da lustri un parlamento in politica estera piuttosto analfabeta, e di chiamare le cose con il loro nome. Perché certamente lo scontro in corso sono anche figlie dei calcoli di Hamas e di Anp, oltre che di Erdogan e dell’Iran, senza contare l’interesse personale e internazionale di chi ha fatto il possibile per innescare le violenze, Netanyahu: ma la causa principale è raccontata da quelle due parole pesantissime, apartheid e persecuzione. Non valeva forse la pena di rischiare il rancore dei post-renziani per rappresentare il conflitto con onestà intellettuale, senza le omissioni di molto giornalismo e magari attraverso quel che in Italia manca del tutto, una prospettiva liberale? E non è forse questa operazione di verità l’unico modo per salvare Israele dai suoi nemici più irriducibili, l’oltranzismo israeliano e i suoi alleati occidentali, quelle destre che vorrebbe veder Israele combattere e ancora combattere, fino all’ultimo ebreo?