Letizia Moratti vuol diventare Lady Lombardia. E il Pd non ha ancora un candidato

Letizia Moratti corre per la presidenza della Regione Lombardia. Si era dimessa la scorsa settimana dalla giunta guidata dal leghista Attilio Fontana, “esaurita la fiducia” la motivazione, dove ricopriva la carica di assessore alla Sanità e di vicepresidente. Alle prossime elezioni regionali previste tra febbraio e marzo del prossimo anno si presenterà con il sostegno del cosiddetto Terzo Polo di Carlo Calenda e Matteo Renzi e di una sua “rete civica” in cui è facile scorgere ambienti industriali e finanziari, oltre che poteri locali, associazioni di base. Sarebbe sbagliato considerare la candidatura di Letizia Moratti solo una sua sfida personale, un capriccio individuale, un’aspirazione elitaria.

C’è qualcosa di più: questa candidatura va inserita nello scollamento del blocco sociale ed elettorale rappresentato per trent’anni da Berlusconi, nel progressivo esaurimento del fenomeno Lega che Matteo Salvini ha allontanato dalle radici, nella ricerca da parte di ceti produttivi e sociali di nuovi riferimenti sui cui poter contare. Con Moratti si rimettono in gioco interessi rilevanti nella Regione più ricca d’Italia, che guarda a Roma ma soprattutto a Bruxelles.

Le difficoltà del Pd

La novità Moratti mette anche in difficoltà il leader del Pd Enrico Letta che un candidato non l’ha ancora scelto, ma potrebbe anche essere l’occasione per i progressisti, con un po’ di coraggio e ambizione, di trovare spazio, e ottenere finalmente un successo se le divisioni della destra aprissero una faglia politica ed elettorale.
In Lombardia, comunque, la sinistra non ha mai vinto. Mai, niente successi nella regione più grande, una delle aree economiche più avanzate d’Europa, con oltre 10milioni di abitanti, dove la vecchia economia dei capannoni industriali si miscela con quella delle tecnologie digitali, dei dati, della ricerca.

Una Regione che genera un quinto del Pil e un quarto delle esportazioni italiane, sperimenta nuove forme di organizzazione del lavoro e di sfruttamento, ma dove la sinistra è debole, colpita da un’afasia che le impedisce di proporre un paradigma di sviluppo economico e di progresso civile alternativo a quello della destra che ha vinto e stravinto anche quando è stata travolta dagli scandali. Dal 1995, da quando i cittadini eleggono direttamente i presidenti di Regione, è stato un successo continuo della destra, in tutte le versioni: leghista, berlusconiana, ciellina. Per la sinistra o centrosinistra è stato un disastro dopo l’altro. Incapace di intercettare i cambiamenti, mai in grado di convincere gli operai e le partite Iva, di confrontarsi con il capitalismo parcellizzato e con i grandi gruppi industriali, bancari, finanziari.

In Regione ha sempre vinto la destra

Mai un leader che abbia avuto il coraggio di metterci la faccia e di sparigliare le carte. Certo nei comuni la sinistra ha portato a casa buoni risultati. Milano è stata espugnata da Giuliano Pisapia (battendo Letizia Moratti) e Giuseppe Sala (nessuno dei due è del Pd) è al secondo mandato, Brescia e Bergamo sono del centrosinistra. Ma in Regione ha sempre vinto la destra. Quando si esce dai grandi centri urbani, dalle metropoli, e si va sui territori, in provincia, nella fabbrica diffusa che occupa gli spazi e le coscienze, nella fascia Pedemontana, nelle valli degli artigiani e delle piccole imprese familiari, il voto resta a destra considerato, a ragione o a torto, più vicino agli interessi dei cittadini che vivono una metamorfosi che può spaventare. Oggi il fenomeno vero è che gli elettori della Lega e di Forza Italia sono passati in massa a Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, come ha dimostrato il voto del 25 settembre.
La Lombardia, il Nord hanno attraversato crisi e ristrutturazioni epocali, pagando costi sociali pesanti.

La crisi del triangolo industriale

Negli ultimi trent’anni è andato in pezzi il Triangolo industriale. Milano si è trasformata da metropoli industriale a polo internazionale della finanza, della conoscenza, del Made in Italy. Le economie urbane della Regione si sono spostate su servizi avanzati e professioni, attorno alle eccellenze è cresciuto il capitalismo dei piccoli e dei piccolissimi, start up e innovazione, e in questo tessuto fatto di cultura del lavoro, di competenze, di università e anche del solidarismo d’ispirazione socialista e cattolico, oggi s’insediano le Big Tech come Amazon (primo creatore di lavoro nell’ultimo anno), Google, Microsoft. Expo 2015 (come le Olimpiadi invernali 2026 già in ritardo, il nuovo discusso stadio di calcio, il polo Mind), ha fornito risorse per una svolta netta. Basta guardare lo skyline di Milano, con i grattacieli al posto delle fabbriche e le zone residenziali da migliaia di euro al metro quadrato.

Per quasi trent’anni, dunque, i lombardi hanno preferito Silvio Berlusconi, Roberto Formigoni e la Compagnia delle Opere, il separatismo della Lega di Bossi, le quote latte e la Sanità privatizzata (che vale l’80% del bilancio regionale), i favori a don Verzè, alla Fondazione Maugeri e ai ciellini diventati businessmen. Il biennio della pandemia è stato tragico per la Lombardia, vittime e dolore non si dimenticano. L’emergenza sanitaria ha evidenziato la fragilità di un sistema che garantisce profitti sicuri ai privati senza una contropartita per la cura pubblica. Molte imprese, migliaia di lavoratori hanno patito la crisi indotta dal Coronavirus. L’economia è ripartita, ma l’inflazione galoppante genera diseguaglianze e nuove povertà.

Cottarelli candidato del centrosinistra?

Il presidente della Regione uscente, il leghista Fontana si ricandida. Se Salvini perde la Lombardia non lo salva nessuno. E poi ci sono altre, forti ambizioni. Giorgia Meloni corteggia gli interessi economici, aveva scelto Milano per la sua conferenza programmatica e aveva trovato un ascolto sensibile trasformato in tanti voti. L’economista e docente della Cattolica Carlo Cottarelli potrebbe essere il candidato del Pd e dei suoi pochi alleati. Il professore è stato eletto con il Pd (ma nell’uninominale a Cremona è stato sconfitto nettamente da Daniela Santanchè che non è Eisenhower), e ha scritto il programma di Calenda che lo vorrebbe in ticket con Moratti. Sarebbe incomprensibile che Enrico Letta chiedesse ai suoi militanti ed elettori di votare una candidata che è stata presidente della Rai per la destra, ministro in due governi di Berlusconi, sindaco di Milano per il centrodestra e pure presidente di UbiBanca.