L’eterna dialettica forma-contenuto
nell’epoca del lettore-consumatore

Walter Siti, nell’articolo Manifesto contro le battaglie della letteratura impegnata pubblicato su «Dopodomani» lo scorso 19 giugno afferma che «La storia è piena di libri che hanno assunto un significato “morale”, in linea con il sentire della loro epoca. Oggi la voglia di aderire agli stessi temi codificati mette in secondo piano l’attenzione per la cura stilistica». In altre parole, non solo viene riportata sotto la luce dei riflettori il tema di una possibile gerarchizzazione tra forma e contenuto (chi deve mettersi al servizio di chi) ma viene anche specificata la prospettiva dalla quale tale binomio deve essere analizzato e cioè a partire dal significato morale di molti testi che, in nome proprio di tale moralità, hanno progressivamente sacrificato l’attenzione allo stile. Il prezzo del sacrificio è stato ed è, in primo luogo, la perdita della loro complessità strutturale a favore di una semplicità da intendersi, forse, come banalità e volontà di accaparrarsi un pubblico sempre più ampio di lettori i quali, interessati a entrare dentro una storia da cui poter trarre un qualche tipo di insegnamento oltre che un coinvolgimento patemico, sono i primi a richiedere una forma immediata, trasparente, comunicativa. Non a caso viene ripreso, per designare tale processo, il termine engagement che, pur coniato da Jean Paul Sartre e volto a definire l’impegno ideologico sul piano culturale e civile, è oggi più comunemente usato nel marketing come parte dell’espressione Consumer Brand Engagement, in riferimento al coinvolgimento emotivo dei consumatori nei confronti di una marca dopo specifiche esperienza di acquisto.

Jean-Paul Sartre

Un primo punto sul quale occorre allora riflettere è il parallelismo lettore-consumatore che, per quanto ancora possa apparire improprio e necessiti di precise specifiche, pone l’accento su due questioni fondamentali, con le quali anche la letteratura è chiamata a confrontarsi: il discorso dei pubblici da una parte e, dall’altra, quello della transmedialità.

Cresce la domanda di emozioni

In una recente open lecture organizzata dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e intitolata Il Rinascimento della fiction italiana e le sfide dello scenario televisivo contemporaneo, Pietro Valsecchi, produttore televisivo e cinematografico, fondatore e CEO di Taodue Film, evidenzia come il pubblico della fiction italiana faccia sempre più richiesta di emozioni, da intendersi come stimoli in grado di innescare un processo multicomponenziale che, in un certo lasso temporale, interrompano il normale flusso esistenziale con elementi di extra-ordinarietà: per raggiungere tale risultato è necessario transitare per il coinvolgimento, la compartecipazione e la comprensione, elementi senza i quali il prodotto fiction risulterebbe fallimentare.

In questo preciso momento storico-sociale, buona parte delle storie sulle quali le produzioni filmiche televisive si basano arriva dalla narrativa. E sebbene questo dato non sia certo originale né originario, la marcata tendenza odierna in questa direzione spinge ad estendere la riflessione binaria forma-contenuto a quella quaternaria forma-contenuto-pubblico-piattaforme poiché, nella società complessa che ci abita e abitiamo, i tentativi di analisi fondati su dualismi tendono a divenire sempre meno efficaci. Per provare a comprendere quindi cosa stia accadendo alle componenti formali dei testi attuali e in che modo vada interpretato il loro slancio a un “impegno morale” bisogna guardare nell’opera e ben oltre l’opera stessa, valutando e provando a spiegare anche, sull’altro fronte, le sempre più frequenti pubblicazioni ibride dove si mescolano, ad esempio, stili appartenenti a generi letterari diversi oppure dove si associano alla parte narrativa o poetica altre forme artistiche, come l’illustrazione, la fotografia o il fumetto.

Dicotomie nello spazio dell’Onlife

Anche ciò che nasce e si costruisce lontano dalle logiche della rivoluzione digitale è chiamato comunque a confrontarsi con le coalescenze da essa create e cioè con la compresenza di dicotomie impossibili altrove ma che, nello spazio dell’Onlife, sono dominanti. Tra esse le pratiche di produzione/consumo rivestono un ruolo centrale, così come il diverso significato assunto dal sostantivo pubblico che, anche in ambito letterario, deve essere necessariamente rimodulato e deve aprirsi a quel concetto mediologico di networked publics (pubblici connessi), secondo la definizione fornita da Giovanni Boccia Artieri, che meglio consente di monitorare le pluralità esistenti.

È auspicabile quindi che spunti come quelli forniti da Walter Siti, citato in apertura di questo articolo, non ci facciano cadere in logiche dentro/fuori o in giudizi di tipo solo qualitativo ma che, al contrario, ci stimolino ad andare sempre più a fondo di quella complessità sistemica che è della letteratura, della società e del nostro stare nel mondo.

 

 

 

 

 

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