L’epidemia sta finendo? Forse, ma per ora non ci sono certezze

La domanda che ci si pone in questi giorni è: la pandemia sta finendo? La risposta è: nessuno lo sa. C’è chi si lancia in previsioni ottimistiche e chi frena gli entusiasmi, ma la verità è che non lo sanno neppure gli scienziati, perché ci sono troppi punti oscuri.

Il primo riguarda la velocità con cui si diffonde la variante omicron. Un articolo su Nature riporta alcuni pareri interessanti: ad esempio Graham Medley, che fa modelli di diffusione per le malattie infettive alla London School of Hygiene & Tropical Medicine, dice che Omicron “si è mosso così velocemente che non ha dato il tempo di preparare una risposta, così le decisioni sono state prese mentre regnava una grande incertezza” e in effetti il numero di infezioni di questa variante per quasi un mese si è raddoppiato ogni due giorni. Questo ha messo a rischio anche la copertura vaccinale, secondo Christina Pagel, dell’University College di Londra: quando il contagio corre così velocemente, anche se si vaccinassero o rivaccinassero tutti, nel tempo in cui si raggiungerebbe una copertura sufficiente, il virus già si sarebbe diffuso largamente.

Un’altra questione poco chiara è quella relativa al calo della protezione contro le infezioni offerta dai vaccini.  Studi di laboratorio sembrano indicare che i vaccini con virus inattivati, che costituiscono quasi la metà dei dieci miliardi di dosi distribuite nel mondo, producono pochi anticorpi contro la variante. Ma questo non significa necessariamente che Omicron sfuggirà alla loro protezione. Secondo alcuni esperti, infatti, i vaccini con virus inattivati potrebbero indurre un’immunità più ampia che reagirebbe a una gamma più vasta di ceppi suscitando risposte immunitarie contro proteine virali diverse dalla spike, che è particolarmente variabile. Tuttavia, nessuno ha ancora studiato la cosa in modo sistematico, soprattutto perché ci sono ancora pochi dati sul mondo reale, ovvero su come funziona il vaccino una volta che viene somministrato a tutta la popolazione e non solo a quella selezionata dagli studi clinici. Quello che sembra certo è che i vaccini proteggono dai sintomi gravi ed è probabile che questa protezione duri nel tempo piuttosto a lungo, mentre sembrerebbe che nessun vaccino sia in grado di dare una risposta di lungo periodo contro l’infezione.

Ci saranno nuove varianti? E’ l’altro punto critico. I ricercatori intervistati da Nature concordano sul fatto che questa pandemia non finirà con Omicron: non sarà questa l’ultima variante, ne emergerà un’altra della quale non conosciamo le caratteristiche.  Dato che è improbabile che il virus scompaia completamente, quindi, si dice che COVID-19 diventerà inevitabilmente una malattia endemica. Ma il concetto di malattia endemica è un concetto scivoloso che significa cose diverse a seconda di chi lo usa. Ad esempio, in un articolo pubblicato il 24 gennaio sempre su Nature, uno studioso dell’evoluzione dei virus all’università di Oxford, Aris Katzourakis, spiegava che si sta usando il termine “endemico” in un modo errato. Dire che una malattia è endemica non significa affatto dire che si diffonda meno o che sia meno mortale, come invece sembrano sottindendere molti di quelli che usano questo termine in questi giorni. Per un epidemiologo, un’infezione endemica è quella in cui i tassi complessivi sono statici, ovvero non aumentano né calano. Ma questo non vuol dire che non possano essere alti. Prendiamo ad esempio la tubercolosi: endemica in molti paesi, causa ogni anno 10 milioni di malati e un milione e mezzo di morti.

In ogni caso, fare un modello di come e quando sarà la transizione verso “vivere con il virus” senza restrizioni e misure di controllo, è difficile. Sia perché i modelli di malattia faticano a fare previsioni sensate oltre poche settimane, sia perché, spiegano su Nature,  questa previsione comporta l’informazione su quante morti le società sono disposte a tollerare mentre la popolazione globale costruisce costantemente l’immunità. Secondo l’epidemiologo inglese Mark Woolhouse, COVID-19 diventerà veramente endemico solo quando la maggior parte degli adulti sarà protetta da infezioni gravi perché è stata esposta più volte al virus da bambino e quindi ha sviluppato un’immunità naturale. Per ottenere questo obiettivo però ci vorranno decenni e significa che molte persone che oggi sono adulte o anziane rimarranno vulnerabili e potrebbero aver bisogno di vaccinazioni continue.

Paxlovid - Covid
Paxlovid – Covid

Insomma, il panorama non è affatto chiaro. E non ci sono garanzie che la prossima variante sarà più mite: la seconda ondata della Spagnola nel 1918, per fare un esempio, fu molto più grave della prima. E anche l’ondata Delta di Covid 19 non è stata sicuramente più lieve della prima, anche se i suoi effetti sono stati attutiti dalla protezione vaccinale. Tuttavia, alcuni studiosi pensano che questo virus sembra proprio stia andando in questa direzione e diventando sempre meno pericoloso.

Nell’attesa che questo avvenga, si stanno affinando nuove armi che affianchino i vaccini. Ad esempio, è arrivato in Italia il farmaco antivirale di Pfizer Paxlovid: è raccomandato per la terapia di Covid-19 negli adulti che non richiedono ossigeno supplementare e presentano un aumentato rischio di malattia grave. Ieri all’Istituto Spallanzani è stato curato il primo paziente in Italia con questo nuovo farmaco: si tratta di un uomo di 54 anni, con malattia cardiovascolare e Covid-19, sintomatico da 3 giorni.  Nei prossimi mesi vedremo come andrà nel mondo reale.