“Leonora addio”, un film libero:
Paolo Taviani tra poesia e mistero

Quando, nell’aprile del 2018, ci trovammo a render conto della scomparsa di Vittorio Taviani esprimemmo l’auspicio, anzi la certezza, che il cinema “dei fratelli Taviani” sarebbe continuato. Conoscevamo, e conosciamo, bene il carattere indomito di Paolo, che aveva appena portato a termine il progetto comune Una questione privata (2017) da solo, perché Vittorio era impossibilitato ad affiancarlo sul set. E sapevamo, da Paolo stesso, che c’era un’idea nel cassetto: un ritorno nel mondo di Luigi Pirandello, autore caro ai Taviani dai tempi di Kaos (1984, uno dei loro film più belli) e di Tu ridi (1998).

Un film modificato dal Covid

Leonora addio, appena passato in concorso al festival di Berlino dove ha ottenuto il premio Fipresci (assegnato dalla giuria della stampa cinematografica internazionale), è stato realizzato nel corso del 2020 e del 2021. Sullo sfondo, il Covid: sentivamo ogni tanto Paolo, al quale ci lega – come a suo tempo a Vittorio – una calda amicizia fatta di poche chiacchiere, un po’ come quella che rende inseparabili i sergenti di Cavalleria nei film di John Ford (uno dei grandi del cinema che Paolo ama di più). Era sempre preoccupato, perché il film ogni tanto doveva fermarsi (la presenza di un positivo nella troupe aveva costretto la produzione ad abbandonare precipitosamente la Sicilia nel bel mezzo della lavorazione) e mancava sempre qualcosa; ma la voglia di finire questo film, accoppiata a una robusta dose di ironia, lo spingeva sempre ad andare avanti, a guardare al futuro.

Proprio queste interruzioni hanno modificato il film in corsa, lasciando intatto un titolo – Leonora addio, appunto – che si riferisce a una novella di Pirandello che nel film non c’è. La novella contiene un riferimento al Trovatore di Verdi (la protagonista muore cantando l’aria intitolata appunto a Leonora) ma soprattutto è una delle tante novelle del grande scrittore in cui si confronta con il mistero della morte. Esattamente come Il chiodo, la novella che invece nel film è rimasta, e che ne occupa l’ultima mezz’ora. Si tratta di un racconto breve e misterioso, una delle ultime cose che Pirandello abbia scritto: la storia di un omicidio enigmatico e quasi inconsapevole. Un ragazzino uccide una bambina con un chiodo che ha raccolto da terra; non saprà mai spiegare perché l’abbia fatto – i due non si erano mai visti – ma rimarrà segnato per sempre da questo gesto, trascorrendo il resto della vita in periodiche visite sulla tomba della piccola, chiedendosi sempre come sarebbe stata la sua vita se lui non l’avesse spezzata.

Siamo arrivati al nocciolo tematico e stilistico del film. Leonora addio è evidentemente una riflessione sulla morte. Sul mistero che essa costituisce in sé, e su ciò che indelebilmente lascia in coloro che sopravvivono. In questo senso, non è certo un caso che il film sia dedicato a Vittorio, grazie a una scritta iniziale che Paolo ha vergato di propria mano, perché apparisse sullo schermo con la sua calligrafia. Fin qui, nulla di inaspettato. È normale che un uomo di 90 anni (Paolo è nato l’8 novembre del 1931) ragioni su queste cose, soprattutto dopo aver perso un fratello maggiore (Vittorio era del ’29) che è stato un compagno d’arte, oltre che di vita. Del tutto inaspettato è che il film si rivelasse così unico, insolito, spiazzante. Perché Leonora addio ha al tempo stesso l’altezza e la solidità di un classico e la forma di un’opera che oseremmo definire sperimentale.

Le ceneri di Pirandello

Come detto, la storia narrata in Il chiodo occupa l’ultima mezz’ora (su 90’ scarsi). Nella prima ora il film ricostruisce invece il singolare destino che hanno avuto, dal ’36 in poi, le ceneri di Pirandello. Quando il grande scrittore morì lasciò detto di essere cremato, di avere funerali del tutto privati e di essere sepolto in qualche angolo della campagna intorno ad Agrigento, dove era nato. Non aveva fatto i conti con il regime fascista. Mussolini decise che il drammaturgo premio Nobel dovesse avere funerali solenni, “fascisti” appunto, e che le ceneri dovessero far bella mostra di sé nel cimitero del Verano, a Roma. Solo dopo la guerra un messo proveniente da Agrigento ebbe finalmente la concessione, da De Gasperi, di riportare le spoglie dello scrittore in Sicilia. Si fecero però nuovi funerali pubblici, con le ceneri raccolte in un vaso greco e l’imbarazzo della curia, costretta a benedire una “salma” così poco ortodossa. Perché Pirandello arrivasse nella sua campagna agrigentina, che in uno scorcio del film Taviani inquadra come se fosse la Monument Valley in un western di Ford, dovette passare altro tempo.

Insomma, anche dopo la morte Pirandello non trovava pace. Esattamente come la piccola Betty di Il chiodo. Già questa scansione del film è originale. Ma semplicemente geniale è il modo in cui Taviani costruisce la prima parte, il post-mortem pirandelliano. Si parte dal filmato di repertorio sul premio Nobel, ricevuto da Pirandello nel ’34. Una voce off – del grande Roberto Herlitzka – legge frasi dello scrittore: «Non mi sono mai sentito così solo», dice mentre lo vediamo ricevere il Nobel insieme con altri illustri premiati. Seguono, per scandire il passaggio dal fascismo alla guerra e al dopoguerra, spezzoni di film amatissimi da Paolo e Vittorio: Il sole sorge ancora (dove compaiono due vecchi amici, Carlo Lizzani e Gillo Pontecorvo, entrambi in veste di attori), Paisà, Un’estate violenta, Il bandito, L’avventura… anche Kaos.

Quel viaggio verso Agrigento

Segue il laborioso viaggio da Roma ad Agrigento: Fabrizio Ferracane, bravissimo come sempre, è lo scrupoloso funzionario che porta in Sicilia l’urna con le ceneri. L’aereo concesso dalle forze armate si rivela inutilizzabile perché gli altri passeggeri si rifiutano di viaggiare in compagnia di “un morto”: si deve ricorrere al treno, un merci che sembra uscito dai tempi di guerra e dove a un certo punto altri passeggeri, diversi, usano la cassa – ignari del suo contenuto – come base per giocare a tresette “con il morto”. Il montaggio di Roberto Perpignani alterna spezzoni di film e di repertorio alle immagini girate da Paolo Taviani con il supporto dei direttori della fotografia Paolo Carnera e Simone Zampagni. Tutta questa parte è in bianco e nero (il colore “esplode” sullo schermo quando si passa a raccontare la storia di Il chiodo, ma già prima c’è una potentissima macchia di colore: il fuoco che accoglie la bara del premio Nobel). La tessitura visiva del film risulta così variegata e piena di suggestioni, di mistero. La sequenza iniziale in cui Pirandello, a letto e prossimo alla morte, vede avvicinarsi i figli – prima bambini, poi magicamente adulti – è un capolavoro di visionarietà, un esempio di cinema potentissimo e inusitato.

Leonora addio è un film LIBERO. Nell’atteggiamento, ci ha fatto pensare agli ultimi film girati da Luis Bunuel: è ciò che si prova davanti all’opera di un maestro che, giunto a un’età così matura, lavora in assoluta libertà rinunciando a qualsiasi convenzione. Il film è totalmente anti-naturalistico, ma del resto il cinema dei fratelli Taviani è sempre stato così. Leonora addio va a collocarsi accanto ai film più belli e poetici che Paolo e Vittorio abbiano realizzato in coppia: a Padre padrone, a La notte di San Lorenzo, a San Michele aveva un gallo, a Kaos. Nel panorama del nostro cinema, in questo 2022 così difficoltoso, è un film-UFO che va approcciato con rispetto e con curiosità: se ne viene clamorosamente ripagati.