L’empatia del prof. Antonio con i detenuti del carcere di Paola

È di qualche giorno la relazione annuale del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, Mauro Palma. Sovraffollamento delle carceri, episodi di violenza, suicidi, continuano a essere frequenti e, per quanto le denunce del Garante siano sempre puntuali e allarmanti, parole come rieducazione e reinserimento rimangono spesso dichiarazioni di intenti non ancora completamente attuati.

Eppure, esistono belle storie di riscatto, esistono carceri in cui si prova a creare spazi di serenità, esistono scuole che continuano a vivere al di fuori dei propri cancelli, entrando, paradossalmente, oltre le mura di cinta, oltre le sbarre. Accade a Paola, nel cosentino, ad esempio, nella Casa circondariale, diretta da Emilia Boccagna. Qui, ormai da venti anni, è presente una sezione del locale Ipseoa, diretto da Elena Cupello, che ha in carcere aule dotate di lavagne interattive, una cucina attrezzata per le diverse attività pratiche, con l’idea che l’istruzione sia un’importante forma di affrancamento personale e sociale. Il docente di Lettere di questa scuola, Antonio Carpino, è un uomo pieno di entusiasmo e di quella qualità richiesta a ogni insegnante, in particolare a chi lavora a contatto con i detenuti, cioè l’empatia. In realtà come questa, infatti, l’approccio alle discipline, alla vita scolastica, alla relazione con l’altro sono speculari al clima di fiducia e di “complicità” che si riesce ad instaurare. Non è semplice farsi accettare, seguire, non è semplice adattarsi alla realtà di dentro, né adattare i contenuti e il lessico alla condizione di chi, spesso, è poco scolarizzato, o ha sempre visto la scuola come qualcosa da cui fuggire, anziché come una via di fuga. Ma Antonio è stato bravo a motivare i detenuti e li ha coinvolti in un progetto nato quasi per caso: raccontare, per raccontarsi. Alle persone coinvolte scrivere in italiano sembrava un’impresa titanica, ma il loro prof ha avuto l’idea di lasciarli esprimere ciascuno nel proprio dialetto, calabrese e pugliese perlopiù. Ne è venuto fuori un libro, Narratori dentro. Storie fuori dal carcere, Edizione Le Pecore nere, il cui ricavato sarà devoluto in beneficenza.

Il carcere di Paola, un’altra possibilità

Da cinque anni, Antonio entra nel carcere di Paola, sapendo di potere uscirne dopo le ore di lezione e di lasciare, invece, i suoi studenti dietro le sbarre, oltre i numerosi cancelli che lo impressionarono il primo giorno in cui vi si recò. Detenuti maschi e maggiorenni, rei di crimini diversi, alcuni con condanne pesanti, come S., un neodiplomato, costretto a rimanere dentro fino al 2050: “Professò, non mi abbandonate!”. “Tranquillo, ci siamo, vediamo per l’università”, gli ha risposto il prof con la gola secca, perché non ci si abitua mai, pur sapendo che le cose lì funzionano così.

“L’empatia è cara, l’empatia ha un prezzo alto che paghi in silenzio, ogni giorno, ogni volta che nel ripetersi della normalità ti fermi a pensare – scrive Antonio Carpino nel libro. La sera ti spogli, entri nel letto, ti adagi sotto il piumone caldo, e pensi. Pensi che Pasquale ora sta in un letto non suo, sotto coperte dure, poco accoglienti, magari al freddo. La mattina ti alzi, fai scorrere l’acqua che diventa calda, ti insaponi nella tua doccia un metro per un metro, e pensi. Pensi che Carmine, evidentemente in sovrappeso, che non dovrebbe mangiare tanto e che a vederlo sembra un gigante dal suo metro e novanta, ora si sta lavando, una metà per volta. A pranzo apri il frigo, scegli quello che più ti piace, usi pentole e stoviglie, accendi i fuochi e cucini, rilavi tutto, metti in ordine, mentre passi l’aspirapolvere la mente si rilassa, e pensi. Pensi che Vincenzo, a cui sono rimasti quattro denti, che ama cucinare e che va in ansia per poco, che è sociopatico, che ha appena compiuto quarantasette anni, dei quali ventisei “di branda”, dovrà usare lo stesso lavandino, piccolo e scomodo, per lavarsi la faccia, i denti, i calzini, le pentole, la frutta. Accarezzo i miei figli, li sgrido, mi arrabbio, gioisco, abbraccio mia moglie e mentre la stringo forte a me penso. Penso che Francesco forse una donna non la abbraccerà più, che Domenico guarda fuori e pensa alle sue montagne, ai suoi alberi, alla moglie e alle figlie, per lui è tutto lontano, per lui è tutto così maledettamente inafferrabile”.

E, quando qualcuno dei detenuti gli chiede cosa dicano di loro “fuori”, Antonio, senza peli sulla lingua, riferisce tutte le terribili parole che legge o ascolta. Perché edulcorare la realtà non serve, bisognerebbe modificarla, questa realtà, iniziando, ad esempio, a considerare che si tratta di persone, alle quali, pur avendo commesso errori più gravi degli altri, va data un’altra possibilità, fosse purei in un carcere. Nella Casa Circondariale di Paola, chi ha voluto cogliere l’opportunità, l’ha trovata. La sensibilità della dirigente scolastica Elena Cupello, di Antonio Carpino, di tutti coloro che li hanno affiancati è la prova tangibile che “Non c’è amore che non possa essere insegnato, non c’è odio che non possa essere cancellato”.

“Noi siamo insegnanti, arriviamo alla fine di tutto, possiamo solo dare loro amore”, ha detto il prof dei detenuti.