@LegoLostAtSea,
l’Antropocene di plastica
raccolto dal mare

Il 13 febbraio 1997 un’onda anomala sbilanciò il cargo Tokyo Express, salpato da Rotterdam con destinazione New York, rovesciando in mare 62 container. Uno di questi trasportava 4,8 milioni di pezzi di Lego, molti dei quali curiosamente a tema marino. Pinne, bombole, fucili subacquei, piovre, sottomarini, alghe di plastica in miniatura da allora, a 24 anni di distanza, continuano a riversarsi sulle coste di Inghilterra e Irlanda, ma ne sono stati trovati anche in Olanda e persino – sembrerebbe – in Australia. Per qualche collezionista è diventata una sorta di caccia al tesoro, alla rincorsa del pezzo raro, molto ambito un drago nero prodotto in pochissimi pezzi.

Tracey Williams ha cominciato a raccoglierli sulla spiaggia, un bel gioco da fare con i bambini ancora piccoli. Poi ha continuato da sola, una volta che i figli sono andati alle superiori, sempre meno divertita dalla quantità e dalla diffusione di quei micro-relitti di plastica. Così ha cominciato a registrare i suoi ritrovamenti, non più solo Lego ma mondi interi di plastica, raccolti su pagine Facebook e su Twitter (in particolare @LegoLostAtSea): foto che sembrano composizioni artistiche, quadri del nostro presente ma anche del passato recente – come una bottiglia di succo a forma di fragola, datata con certezza a 70 anni fa, o buste di plastica databili intorno ai primi anni 70 – spaccati delle nostre vite, raccolti come reperti di archeologia dei nostri tempi: tempi di plastica.

Ogni anno finiscono in mare otto milioni di tonnellate, che poi sono solo il 3 per cento della plastica prodotta annualmente. Degli otto miliardi di tonnellate messe in circolo dagli anni 50 in poi, il grosso rimane sulla terra, nell’aria e persino dentro ogni essere umano, neonati compresi. In un articolo appena uscito sulla rivista Science un gruppo di scienziati ha lanciato una campagna per impegnare i governi ad eliminare la produzione di nuova plastica entro il 2040. Che non significa rinunciarvi ma realizzare un ciclo virtuoso per il suo utilizzo e sì, anche ridurne l’impiego. Considerando che il 47% dei rifiuti di plastica è rappresentato dal packaging – quelle bottiglie usa e getta, le mele confezionate del supermercato, i flaconi dei detersivi etc – il margine di miglioramento è notevole, ma servirebbe una piccola rivoluzione – oltre che nelle normative – anche nelle nostre abitudini. Quelle abitudini che ci restituiscono come in uno specchio le collezioni di Tracey Williams (prossimamente anche in un libro, Adrift, alla deriva). “Non è arte – ha detto tempo fa, parlando al Guardian -. Quello che vedete in quelle raccolte è la nostra storia, ma anche il mio smarrimento, frustrazione, sgomento”.

Insieme ai detriti del nostro quotidiano restituiti dal mare, in tutti questi anni Tracey ha radunato intorno a sé una comunità di 50.000 persone, un esercito di raccoglitori di storie di plastica sulle spiagge del pianeta. Mondi rovesciati in acqua da naufragi, container perduti, rifiuti abbandonati, frammenti che corrono lungo i tubi di scarico e finiscono negli oceani, spesso senza che ce ne rendiamo conto. Prima solo volontari, ecologisti, poi anche oceanografi e Università, migliaia di occhi a scrutare i percorsi di quelli che Williams chiama “artefatti dell’Antropocene”: il ritratto di chi siamo o siamo stati, visto che i pezzi raccolti spesso portano impressi marchi di fabbriche che non esistono più da decenni, utensili che non si usano più, archeologia elettronica, involucri fantasiosi della moda del momento che resistono inalterati, depositandosi per il 70 per cento sui fondali, eredità tossica per piante e animali marini. E al dunque anche per noi.

Il 3 luglio è stata la Plastic bag free day, giornata contro i sacchetti di plastica monouso.