Legge elettorale
istruzioni per l’uso

Per dirla in breve, la nuova legge elettorale, non è né per cuori né per menti semplici. Crea, forse volutamente o per insipienza, percorsi così complicati, che nella legge stessa, appena varata dalla Camera dei deputati, è previsto che sulla scheda elettorale, nella facciata esterna, sia riportata la spiegazione di come si vota (come nei bugiardini del farmaci) così da evitare che le contestazioni e gli annullamenti siano talmente tanti, da mettere in serio pericolo quello che è stato fino ad oggi un caposaldo a cui tutti i componenti di un seggio si sono sempre attenuti: capire innanzi tutto la volontà dell’elettore.

Ora, a me pare che la farraginosità del meccanismo, potrà facilmente produrre talmente tante contestazioni, di cui il legislatore deve essere consapevole. Infatti, furbescamente, si è cercato di ovviare, allargando le maglie del voto elettronico o dell’e-voting, annacquando in questo modo i principi contenuti nell’ art 48 della Costituzione.

Secondo Flavio Colonna, (un valente costituzionalista troppo presto scomparso) i quattro aggettivi enunciati dal costituente nell’art 48 secondo cui “il voto è personale ed eguale, libero e segreto” non erano esercizi linguistici o mere riproposizioni di un eguale concetto ma che tutti assieme concorrevano a determinare le modalità con cui si esercita il voto anche contro la stessa volontà dell’ elettore o del legislatore che intendesse modificarne i caratteri.

Oggi, dopo le esperienze passate, già discutibili, delle norme che regolano il voto degli italiani all’estero, la nuova legge elettorale allarga ulteriormente le maglie delle regole costituzionali, tanto da prevedere il voto per corrispondenza ai marittimi e l’introduzione (forse perché con successo lo si fa in Estonia?) dell’e-voting preoccupandosi, quasi esclusivamente, che attraverso questa modalità ci sarebbe un notevole vantaggio economico, non spendendo una parola invece sui quattro cardini costituzionali del voto “personale ed eguale, libero e segreto”.

Questo mi pare un primo elemento di pericolo e mi permetto di dire di pericolo sottile che si insinua, cambia le regole del gioco, solo apparentemente mantenute nella loro formalità asettica ma in realtà capace di mettere l’intero procedimento elettorale difronte a progressivi elementi di non-controllo.

Un secondo elemento su cui, a me pare, occorre maggior attenzione, è quello relativo ai collegi uninominali. Per adesso non si sa nulla, se non che si delega il Governo a disegnare i confini dei Collegi stessi.

In un suo non recente ma estremamente accurato e meticoloso lavoro, il costituzionalista Fulco Lanchester ci descrive i trucchi e le astuzie nella delimitazione del perimetro di un collegio uninominale. Infatti se a me bastano il 51% dei voti per vedere il mio candidato eletto, perché devo avere un collegio dove di voti ne ottengo il 60%? Per stare tranquillo in sede di definizione sarà sufficiente disegnare un Collegio dove ipoteticamente il consenso che gli elettori potrebbero darmi oscilli tra il 53 e il 55% e dirottare gli elettori dei comuni eccedenti verso un collegio limitrofo. Disegnerò quindi un collegio che abbia dentro comunità di cittadini che mi garantiscano quel risultato così da assicurarmi un congruo numero di eletti

Viceversa perché consentire al mio avversario di “passare” con il 51%? Se sarò io a disegnare i collegi farò di tutto perché in quel collegio si concentri il 70-80% di consensi a quel partito così che gli toglierò linfa negli altri. Insomma il procedimento elettorale è delicato in ogni suo passaggio e anche quelle che possono apparire come cose marginali o prive di una loro potenziale forza, si rivelano poi, dettagli fondamentali. Perché è facile dire che il voto è tutto uguale Ed è vero; ma quando questo si trasforma in seggi, allora le diversità affiorano e la combinazione degli elementi determina che la vittoria dell’uno o dell’altro sia data da piccoli o grandi accorgimenti. Anche nella cosidetta prima Repubblica, che certamente sulle procedure elettorali era molto più attenta della cosidetta seconda, per un seggio alla DC servivano circa 25.000 voti mentre al Pli ne servivano 55.000 a riprova che il meccanismo elettorale non è sicuramente neutro. Poi, se la commissione incaricata di disegnare questi Collegi, è nominata dal Governo, è molto probabile che questa avrà un occhio di riguardo per i partiti che lo sostengono e meno per quelli di opposizione E non si creda che il meccanismo non sia facile da realizzare perché nel libro citato, gli esempi sono numerosi e molto più fattibili di quello che sembra.

Ed infine, la cosa a mio parere più drammatica è quella sorta di voto spezzatino cui andrebbe incontro il voto di chi decidesse di votare una coalizione. Votando una lista apparentata il voto va a quella e al candidato dell uninominale. Però, se non si vota la lista ma solo il candidato, il voto oltre che a lui si ripartisce proporzionalmente tra le liste che lo sostengono. E come si attua questa proporzione? Calcolando la percentuale di voti che ogni singola lista ha ottenuto e riproporzionandola al 100% dei voti presi dall’intera coalizione.

Insomma una sorta di 8×1000 applicato alle elezioni. Per cui se io fossi un elettore del PD potrei scoprire che, Verdini, o Alfano sono stati eletti anche con il mio voto. Parimenti se fossi un seguace di Alfano, forse non mi piacerebbe molto, sapere che, con il mio voto è stato eletto un uomo del Pd.

Un’ultima annotazione, anche se a onor del vero il primo strappo fu fatto da Ciampi allorchè si trovò l’escamotage per una sorta di designazione/non designazione anticipata del Presidente del Consiglio. Ora tutti sanno che questa è una prerogativa del Presidente della Repubblica, sentiti i gruppi parlamentari. L’idea di mettere nella scheda il nome del Presidente del Consiglio fu, all’epoca, di Berlusconi, e siccome si era nel marasma più totale del dopo Tangentopoli l’escamotage che si trovò non fu una sorta di asettica soluzione, ma prefigurava ciò che la destra tenacemente e con pervicacia aveva sempre sostenuto: l’elezione del Presidente del Consiglio (e anche del Presidente della Repubblica) per voto diretto. In quelle elezioni Berlusconi dovette accontentarsi – ce lo ricordiamo tutti – di far affiggere manifesti 6×6 con su scritto Berlusconi presidente. Ma era un pio desiderio, e niente “obbligava” il Presidente della Repubblica a dare a lui il mandato.

Adesso con questa nuova legge elettorale si fa un ulteriore passo in avanti e si dice che all’atto del deposito dei documenti vi debba essere anche l’indicazione del capo ( torna la parola capo) politico “ viene indicato- si legge- il nome e il cognome della persona indicata come capo della forza politica”. Ora è del tutto palese che tale formulazione volutamente vaga dovrà in qualche modi essere messa a fuoco poiché ogni forza politica indicherà “un capo” anche se poi farà una coalizione e la tanto decantata e sostenuta governabilità troverà un suo punto di frizione non tanto se attorno al PD si coaguleranno cespugli, liste civetta o molto probabilmente nello scontro Berlusconi- Salvini rendendo più ingovernabile il Paese.

Infine le tante piccole furbizie che affiorano qua e là e che danno la misura di una legge raccogliticcia e scritta male. Parlo dell obbligatorietà del programma e mi chiedo se sarà anche rigido? Cioè non si potranno fare leggi al di fuori dei quelle scritte nel programma e depositate? O la già accennata scrittura delle istruzioni per l’uso o ancor peggio una rappresentanza di genere presentata come paritaria e che non lo è.

Insomma, siamo davanti ad una legge lettorale che in tempi di antipolitica, allontana dalla partecipazione anche se c’è qualcuno che sostiene che “Questa legge comunque è un passo avanti. Restituisce ai cittadini il potere di scelta…”