Legge elettorale, basta trucchi. Solo il proporzionale può far rinascere i partiti

Solitamente, nel lessico stereotipato di molti esponenti e commentatori politici, quando si parla di possibili riforme elettorali, si proclama spesso, con aria pensosa, una banalità (troppo “banale” per essere vera), ossia che queste riforme, toccando “le regole del gioco”, dovrebbero essere riforme “largamente condivise”. E chi potrebbe negarlo? Peccato che – nella storia delle riforme elettorali – non è quasi mai accaduto. E’ inutile girarci intorno: una riforma elettorale si riesce a fare solo quando si creano le condizioni politiche, e una “coalizione” di forze abbastanza ampia e convinta da imporre una riforma.

Esiste oramai una vasta letteratura politologica internazionale che ha studiato i processi di riforma elettorale, se e quando accadono (il che, occorre pur dire, è poco frequente: solo l’Italia, negli ultimi trent’anni, ha battuto tutti i record…): un vero e proprio campo all’interno degli studi elettorali, che non a caso viene definito come politics of electoral reforms, mettendo l’accento sulla politicità dei processi di riforma elettorale, ossia sul fatto che la scelta delle “regole del gioco”, è essa stessa una posta in gioco dello scontro politico.

I dettagli tecnici che sono politici

Non bisogna dunque esser ingenui o fare le anime candide: una riforma elettorale va in porto se c’è una maggioranza a cui conviene un particolare modello, compresi tutti quei “dettagli tecnici” che hanno sempre delle implicazioni politiche. Accadde così nel 2005, quando la legge Mattarella fu sostituita dalla legge Calderoli (il Porcellum), voluta da Berlusconi e dai suoi alleati perché avevano capito che il doppio voto su una doppia scheda, che caratterizzava la legge Mattarella (collegi uninominali maggioritari e liste proporzionali), “non premiava” il centrodestra: la somma dei voti delle singole liste era sistematicamente inferiore ai voti raccolti dai candidati comuni.

E così fu messa in atto una strategia di “damage control”, come è stato definito questo tipo di riforma, “controllo del danno”, o altrimenti detto, “avvelenamento dei pozzi”: sapendo che le elezioni del 2006 avrebbero visto l’Ulivo vincente, la riforma Calderoli eliminò quegli aspetti che si presumeva danneggiassero il centrodestra, inventando un sistema “a premio”, con coalizioni fondate su singole liste collegate, in modo che ogni elettore potesse votare solo il “suo” partito. Operazione riuscita, come si sa, giacché l’Ulivo vinse sì, ma con appena 20 mila voti di vantaggio e senza maggioranza al Senato: e quella legislatura, come si ricorderà, durò solo due anni.

Visto col senno di poi, sconcerta il fatto che allora il centrosinistra non fece, di fatto, nessuna barricata per bloccare questa riforma, la lasciò passare, probabilmente illudendosi che il “vantaggio” su cui poteva contare sarebbe stato comunque sufficiente, qualunque fosse il sistema elettorale: errore fatale, perché fondato su una superficiale comprensione di come certi meccanismi elettorali possano influenzare tanto le strategie dei partiti quanto le decisioni degli elettori.

La fine del sistema dei partiti

Ma c’è un altro insegnamento che viene da questa storia e che ci riporta all’attualità politica: nel 1993, in effetti, la legge Mattarella fu approvata da un’ampia maggioranza, fu una legge “ampiamente condivisa”: ma come e perché questo è potuto accadere? La risposta è semplice: in quel passaggio storico, con la fine del sistema dei partiti che aveva caratterizzato per quasi cinquant’anni la politica italiana, nessun attore politico poteva avere una qualche certezza sui futuri rapporti di forza, nessuno sapeva veramente cosa gli “conveniva”, dominava “un velo d’ignoranza” sugli effetti dei possibili sistemi, e quindi si trovò un ragionevole compromesso, non senza poi constatare, post factum, che alcune aspettative erano infondate (prima fra tutte quella di conservare un qualche spazio “al centro” per gli eredi della DC) e altre decisioni del tutto sbagliate (la mancata alleanza tra i “Progressisti” e il nuovo Partito Popolare).

La volatilità dell’elettorato

Ebbene, quale è l’aggancio con l’attualità? Non occorre qui spendere molte parole sul cosiddetto Rosatellum e sulle sue caratteristiche, forse la peggiore delle leggi elettorali, e molti se ne sono resi conto. E’ tanta e tale la volatilità dell’elettorato, tanto diffuso e imprevedibile il tasso di astensionismo, che anche oggi sembra ci si debba muovere, almeno in una certa misura, sotto un “velo d’ignoranza”. Ma quali sono le condizioni politiche di una possibile riforma? Quale può essere il terreno politico su cui si può coagulare una possibile convergenza per cestinare questo monstrum? Non un’impossibile unanimità, si badi, ma una maggioranza sufficientemente ampia e convinta, capace di approvare una buona riforma?
Il terreno decisivo, forse, può essere questo: nelle condizioni date del sistema dei partiti, e in presenza della riduzione del numero dei parlamentari, la formazione di coalizioni pre-elettorali, prevista dal Rosatellum, è un’operazione insostenibile, una “missione impossibile” e si risolverebbe nell’ennesima truffa per gli elettori, come da più parti è stato giustamente notato: coalizioni fittizie, costruite solo per accaparrarsi un maggior numero di seggi, ma subito dopo destinate a dissolversi.

Le coalizioni “farlocche”

Inoltre, sia a destra che “a sinistra”, non ci sono le condizioni che rendano credibile politicamente e programmaticamente la proposta di una coalizione: sarebbero ancora volta coalizioni farlocche, e si costruirebbe un bipolarismo artificioso e fasullo, solo di facciata. Non solo: anche la gestione di queste coalizioni sarebbe un compito improbo: si pensi solo al caos (per usare un eufemismo) che si scatenerà per la selezione dei candidati comuni nei cosiddetti collegi uninominali maggioritari (cosiddetti, perché con 400 deputati e 200 senatori, la media degli abitanti di un collegio sarebbe abnorme, intorno a 400 mila e a 900 mila!).

Di fronte a questo quadro, quale la via di uscita? La soluzione più ragionevole è quella di un sistema proporzionale, semplice, senza clausole o altri escamotage, con una soglia alta, al 4 o al 5%, con doppia preferenza di genere (o, in alternativa, un sistema di collegi uninominali proporzionali simile a quello vigente per il Senato fino al 1992).

C’è una ragione di fondo che spinge verso questa soluzione: solo così si potrà iniziare a ricostruire un sistema di partiti degni di questo nome, partiti che si presentino agli elettori con una propria identità politica e programmatica, che cerchino di ravvivare le tradizioni di cultura politica presenti nella società italiana (prima che si eclissino definitivamente).
La domanda finale, ovviamente, è quella cruciale: ci sono le forze in grado di convergere su questa soluzione e capaci anche di superare eventuali poteri di veto?
La risposta deve essere articolata e, obiettivamente, se dovessi scommettere, punterei molto poco su una riforma di questo tipo, non ve ne sono le minime condizioni politiche (anche semplicemente rapporti di dialogo civile tra le forze politiche).

Tuttavia, va detto che molti avrebbero un “interesse” a fare questa riforma e consentire così una convergenza: sicuramente il PD e il M5S hanno interesse ad un sistema proporzionale che permetta loro di non forzare i termini di una possibile alleanza; ma anche Forza Italia, come ha esplicitamente detto in un’intervista Renato Brunetta, non ha alcun interesse a “consegnarsi” all’egemonia di Giorgia Meloni: una forza moderata, ma europeista, avrebbe un suo spazio.

Le incognite sono altre: quello che decide di fare la Lega e il potere di veto e di contrattazione di Giorgia Meloni su tutto il centrodestra. E vanno messe nel conto anche le strategie della galassia centrista (Renzi, Calenda, Più Europa e altri gruppi sparsi): con un proporzionale a soglia alta, sono in grado questi gruppi (ad alto tasso di reciproca litigiosità) di costruire davvero una lista comune?

Oppure, a voler essere maliziosi, ma realisti, tutti questi soggetti non hanno forse una convenienza di fondo a mantenere il Rosatellum, che permetterebbe loro di lucrare alcune candidature al Pd e sperare di ottenere un manipolo di eletti, superando la soglia attualmente vigente del 3%?

Le possibilità del proporzionale

Ci saranno dunque certamente anche resistenze occulte e manovre dilatorie; ma non c’è dubbio che la chiave di una possibile riforma in senso proporzionale è nelle mani del centrodestra: prevarrà il collante del potere, mettendo sotto il tappeto (provvisoriamente) tutti gli stracci che stanno volando a destra in questi mesi?

In particolare, a) Forza Italia sarà in grado di assumere e tenere ferma la posizione esposta da Brunetta? b) la Lega saprà o vorrà sfuggire al primato di Fratelli d’Italia, tornando a valorizzare l’immagine autonoma di un partito radicato nel Nord? c) e infine, Giorgia Meloni, l’unica veramente interessata a mantenere il Rosatellum, farà pesare il suo potere di contrattazione, magari “concedendo” alle altre forze più spazio (e seggi) di quanto i rapporti di forza lascino presagire o dovrebbero consentire, magari “inventando” un qualche algoritmo per spartirsi i collegi?
Già, perché tutti poi stanno facendo i conti senza l’oste, ovvero gli elettori: con un livello di volatilità quale quello mostrato dal 2018 ad oggi, chi sa veramente cosa uscirà dal bussolotto delle urne?

Senza partiti veramente strutturati, è impossibile immaginare quello che potrà accadere, da qui a pochi mesi. Soprattutto, di fronte allo scenario che si profila in autunno: se la guerra in Ucraina continua, come e chi pagherà i costi di una gravissima crisi economica e sociale? E chi sarà in grado di governare questa crisi, di offrire una qualche prospettiva?