Manovra, le promesse della destra si schiantano contro la realtà

Dopo alcune scelte fortemente identitarie come il fascista Ignazio La Russa eletto presidente del Senato, l’aumento del tetto al contante (ma senza decreto legge, non è urgente per il presidente Mattarella), la stretta sui rave party, il Merito con l’Istruzione e qualche manganellata sugli studenti, il governo di Giorgia Meloni si appresta a varare la Legge di Bilancio, la prima manovra economica della nuova maggioranza uscita dalle elezioni politiche del 25 settembre scorso.

Mentre ministri ed esponenti della destra annunciano con enfasi i titoli di molti capitoli d’intervento, l’impianto generale della Legge di Bilancio, in attesa di sapere quali saranno i numeri veri, appare costituito da tre elementi chiari: la maggioranza non è in grado di rispettare le promesse elettorali, le scelte sociali penalizzano le fasce più deboli a partire dalla strategia di contrasto all’inflazione (ancora vicina al 12 % annuo), manca un disegno organico di sostegno all’industria in una fase in cui si attende una caduta del Pil.

Anche se Berlusconi annuncia una ricetta miracolosa per creare un milione di posti di lavoro (questa l’abbiamo già sentita) e Matteo Salvini chiama Elon Musk a investire in Italia, nessuno può fare miracoli. Giorgia Meloni vuole provvedimenti “che abbiano la copertura finanziaria” e il ministro dell’Economia, il leghista-draghiano Giancarlo Giorgetti, invita tutti alla prudenza e a non strappare con l’Europa che fino a oggi ci ha garantito aiuti e finanziamenti decisivi per tirare avanti.

Manovra fagocitata dal caro bollette

La manovra, che oggi sarà approvata dal governo ed entro fine mese sarà trasmessa a Bruxelles, vale circa 30 miliardi di euro, in larghissima parte (24 miliardi) destinata a tagliare i rincari delle bollette per famiglie e imprese. I gruppi industriali attivi nell’energia, che beneficiano di profitti record, contribuiranno con il 33% degli utili, come indicato anche in sede europea. Ci sarà un’altra “tregua fiscale”, tipica della destra, che nella realtà è un vero condono per ora limitato alle cartelle fino a 1000 euro, ma nel testo potrebbe essere alzato il limite, mentre resta incerta la possibilità che sia introdotta una nuova voluntary disclosure, cioè una strada facilitata dal fisco per far rientrare i capitali all’estero. Non si vedono segnali di lotta severa all’evasione, mentre è in discussione la cosiddetta Amazon tax, una tassa che dovrebbe colpire le consegne a domicilio che hanno registrato un vero e proprio boom nel biennio della pandemia.

Sul fronte del lavoro il governo prevede la conferma del taglio al cuneo fiscale di 2 punti, circa 3,5 miliardi, ma potrebbe essere esteso a 3 punti, se si trovano i soldi. Le partite Iva fino a 85mila euro potrebbero avere una tassazione favorevole al 15%, primo passo secondo Salvini per arrivare alla flat tax per i redditi fino a 100mila euro l’anno. Sembrano ispirati da pura propaganda alcuni provvedimenti per fronteggiare l’inflazione come il blocco per un anno dell’Iva su pane e latte, prodotti per l’infanzia e per gli assorbenti. Si tratta di una specie di mancetta, quantificabile in pochi euro l’anno, però in compenso sarà rifinanziato il bonus per cambiare il televisore o il decoder digitale.

Restano da chiarire due importanti capitoli di forte impatto sociale. Una nuova riforma delle pensioni non può essere fatta adesso, non c’è tempo e allora la Lega vorrebbe per almeno un anno procedere con quota 103, consentire di lasciare il lavoro a chi ha almeno 62 anni e 41 di contributi. Infine il reddito di cittadinanza, un incubo per la destra che vuole eliminarlo senza tante storie. Però in un Paese che conta, secondo la Caritas, quasi 6 milioni di poveri, qualche riflessione va fatta. Il reddito di cittadinanza, durante la pandemia, ha salvato dalla povertà circa 1milione di persone, probabilmente va riformato come un’apposita commissione aveva suggerito al governo Draghi, ma ora non va cancellato. Persino il nuovo ministro del Welfare Marina Calderone s’è opposta all’abolizione totale del provvedimento introdotto all’inizio della passata legislatura dal governo Conte, Lega compresa.

Crescita 2022 al 4%

La prima manovra della destra nasce in un contesto economico delicato, in deterioramento, ma con qualche aspetto positivo da difendere. L’Italia ha sorpreso chi puntava sulla nostra caduta già quest’estate e invece il Pil del terzo trimestre è cresciuto oltre le attese, grazie a una stagione turistica di successo, e la crescita già acquisita per l’intero 2022 sfiora il 4%. L’Italia ha dimostrato, nell’ultimo anno e mezzo, di crescere più della media europea. Vedremo cosa succederà in questi ultimi mesi dell’anno in cui la crisi potrebbe mordere di più, congelare i consumi delle famiglie, fermare il mercato immobiliare ora che i nuovi mutui hanno tassi d’interesse saliti fino al 5%.

Giorgia Meloni con Roberta Metsola

Nodi importanti sono irrisolti: dai redditi dei lavoratori che restano molto indietro rispetto all’inflazione, ai primi segnali di difficoltà delle filiere industriali per il costo dell’energia e la dipendenza dalla Cina e da Taiwan nelle forniture di microprocessori. Però Giorgia Meloni, se respinge le sciagurate idee di certi suoi alleati, ha qualche carta da giocare per evitare un deterioramento repentino dell’economia.

Nel primo trimestre del 2023 l’Italia dovrebbe iniziare a spendere 24,9 miliardi di euro del PNRR, un investimento che vale circa tre punti di Pil all’anno. Inoltre il governo Draghi ha lasciato un calendario d’impegni e di dossier da completare. Il PNRR finanzia con 200 miliardi di euro la costruzione di 209 scuole nei prossimi due anni, un investimento che se realizzato avrebbe un forte impatto sull’economia. Bisognerebbe anche completare i decreti legislativi sulla concorrenza, ma è probabile che la maggioranza di destra, sostenuta da tassisti e gestori di stabilimenti balneari che vogliono passare alla cassa, non abbia interesse a favorire questo processo di modernizzazione del Paese.