Legambiente ha 40 anni, oggi la sfida è la ripartenza ecologica

Era tutto un altro mondo – con la Democrazia cristiana e il Partito comunista, con l’Unione sovietica e le Brigate rosse, con le monete da 100 lire e senza internet – ed era un altro pure il nome: Lega per l’Ambiente e non come oggi Legambiente, il restyling del logo arrivò quasi dieci anni dopo. Ma la “cosa” è la stessa di allora: Legambiente fra pochi giorni compie quarant’anni, l’atto costitutivo porta la data del 20 maggio 1980 anche se l’associazione esisteva già da qualche mese.

Una costola dell’Arci

All’inizio era una “costola” dell’Arci e una delle tante realtà “collaterali” – così si diceva – ai partiti della sinistra, a farne un soggetto organizzativamente e politicamente autonomo sarà soprattutto, nei primi anni ’80, l’incontro con il movimento antinucleare: nacque da lì la lunga leadership di Ermete Realacci, animatore dei gruppi universitari “no-nukes” che guiderà l’associazione dal 1987 al 2003, da lì la scelta di collaborare alla nascita in Italia dei Verdi che nelle elezioni del 1987 porteranno in Parlamento un quindicina di eletti.

Ho vissuto da molto vicino buona parte di questi quarant’anni, da quando nell’aprile 1986 misi piede per la prima volta nell’appartamento vicino a piazzale Flaminio, a Roma, che ospitava sia la Lega per l’Ambiente che altre strutture dell’Arci tra le quali, non sembri un ossimoro, l’Arci Caccia. Arrivai come obiettore di coscienza per svolgere i miei 20 mesi di servizio civile, in quegli anni l’unico modo sicuro per evitare la temutissima cartolina precetto di chiamata alle armi (la leva obbligatoria sarà abolita nel 2005). Legambiente è stata e rimane la mia “casa” civile, sono dunque un testimone parzialissimo, ma anche se provo a immergermi in un punto di vista distaccato resto convinto che questa storia ormai lunga, parafrasando Vasco Rossi, un senso ce l’abbia eccome, e un buon senso.

E’ il senso delle vittorie ottenute nell’interesse generale: dalla più antica, la vittoria antinucleare nei referendum del 1987, a una delle più recenti, avere ottenuto finalmente l’inserimento dei reati ambientali nel codice penale.

E’ il senso di un ambientalismo originale, fatto dello sforzo continuo per mettere in relazione gli obiettivi di uno sviluppo “ecologico” – che oggi significa prima di tutto sconfiggere la crisi climatica – con gli interessi concreti, in carne e ossa, di quel numero crescente di imprese che scegliendo la “green economy” hanno visto crescere fatturato e occupazione, di quei milioni di cittadini che dando una mano di “verde” alle loro scelte di vita e di consumo hanno verificato che così si vive meglio, più sani e con più benessere.

E’ il senso, anche, di avere costruito una delle prime forme di associazionismo slegato da appartenenze di partito o religiose, che prima di Legambiente almeno in Italia era una vera rarità.

Pandemia e ambiente

Io credo, infine, che il senso di questi quarant’anni di Legambiente sia tanto più attuale e profondo di fronte all’inedito dramma che stiamo vivendo oggi: la pandemia, l’innaturale ma inevitabile rinuncia temporanea a molti spazi e abitudini di libertà, un collasso sociale ed economico senza precedenti da tre quarti di secolo.
La crisi sanitaria e il suo impatto formidabile sulla nostra “vita pratica” hanno messo inevitabilmente tra parentesi, nell’attenzione dell’opinione pubblica, le preoccupazioni ambientali a cominciare da quella per il clima che cambia.

Eppure tra pandemia e problemi ambientali vi sono legami solidi: la distruzione degli ecosistemi naturali, in primo luogo delle foreste pluviali, ha enormemente favorito la possibilità dei “salti di specie” dei virus dagli animali all’uomo, mentre numerosi studi scientifici sul Covid-19 hanno dimostrato un nesso diretto tra pericolosità del virus e livelli d’inquinamento atmosferico.

Come ha detto di recente il filosofo Mauro Ceruti, questa terribile crisi pandemica costringe tutti noi – i governi, le imprese, i singoli cittadini – a guardare in faccia la complessità del mondo e dei grandi rischi globali. Se questa lezione verrà lasciata cadere, e sconfitto il contagio ricominceremo a produrre, consumare, organizzare le città come prima, allora davvero ciò che molto presto entrerà in un tunnel, lungo e senza uscita visibile, è l’idea stessa di progresso: abbiamo poco tempo per scongiurare il collasso climatico, le cui conseguenze sociali ed economiche farebbero impallidire lo shock di questi mesi.

Per questo è decisivo che i programmi, le strategie per sostenere la ripresa della vita economica e sociale dopo la pandemia imbocchino con decisione la via della transizione ecologica, della fuoriuscita più rapida possibile dalle energie fossili, dell’economia circolare. La scelta da compiere è quella riassunta con una battuta efficace dal leader ecologista francese Nicholas Hulot in un’intervista di pochi giorni fa a “Le Monde”: agire tenendo insieme due imperativi entrambi “categorici”, quello delle famiglie di arrivare alla fine del mese e quello dell’umanità di non arrivare alla fine del mondo, cioè al suicidio climatico.