L’effetto guerra durerà e Draghi evoca l’affare della ricostruzione post bellica

John Maynard Keynes, (1886- 1946 ) è stato un economista inglese noto ai più soprattutto come sostenitore dell’incremento della spesa pubblica nei peridi di disoccupazione. Tanto da ritenere necessario che potesse essere lo Stato stesso a stimolare la domanda se necessario persino “facendo scavare a degli operai dei buchi nel terreno, per poi ricoprirli di nuovo”. In realtà se è questa la frase più ricorrentemente usata, Keynes la disse in altro modo: “Se il ministero del Tesoro dovesse far riempire delle bottiglie di banconote, seppellirle in alcune miniere in disuso per ricoprirle completamente di immondizia (…), non ci sarebbe più disoccupazione e, con l’aiuto delle ripercussioni, il reddito reale della comunità e il suo stesso patrimonio aumenterebbero di un bel po’. Sarebbe certo più ragionevole far costruire delle case o cose del genere; ma se ci sono delle difficoltà politiche o di ordine pratico, quanto sopra sarebbe meglio di niente”.

Appunto: “meglio di niente”.

Dal piano Marshall ad oggi

Negli ultimi anni di vita Keynes aveva assistito alle distruzioni della seconda guerra mondiale, ma non anche alla ideazione e realizzazione del così detto Piano Marshall per la ricostruzione che diede lavoro a industrie e edilizia e a migliaia di lavoratori.

Questo piano chiamato anche piano per la ripresa europea (“European Recovery Program” ERP), fu uno dei piani politico-economici statunitensi per la ricostruzione dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale. E prende il nome col quale è noto dal segretario di Stato statunitense George Marshall il quale ne annunciò l’ideazione in un discorso del 5 giugno 1947 all’Università di Harvard, prevedendo un complessivo stanziamento di oltre 12,7 miliardi di dollari.

Perché noto che Keynes non lo conosceva? Perché penso che se ne avesse avuto notizia, altro che riempimento di buche avrebbe potuto proporre: bastano due tre anni di guerre (meglio se mondiali) per distruggere interi Paesi la cui ricostruzione potrebbe arrecare lavoro per anni agli operai sopravvissuti ai massacri della guerra.

A questo mi ha fatto pensare la proposta del nostro Presidente del Consiglio Mario Draghi il quale, immaginando realisticamente che “Gli strascichi di questi stravolgimenti geopolitici dureranno “a lungo”, ha sostenuto che bisogna iniziare anche a pensare alla ricostruzione in Ucraina. Perché “la distruzione delle sue città, dei suoi impianti industriali, dei suoi campi richiederà un enorme sostegno finanziario”. Un “piano Marshall” insomma. “Come quello che ha contribuito alle relazioni speciali tra Europa e Stati Uniti”. E in cui l’Europa deve fare la sua parte perché questa “è l’ora dell’Europa e dobbiamo coglierla“. Anche per questo, ha sostenuto Draghi, bisogna fare ogni sforzo per “portare le parti al tavolo”.

Insomma è una specie del noto si vis pacem para bellum che potrebbe diventare se vuoi più lavoro approfitta della guerra. Per carità non dico che questa o altre guerre siano state scatenate per far crescere economia e posti di lavoro in seguito alla ricostruzione, ma una volta che la guerra c’è trasformiamola in risorsa. Come pure si usa dire ogni volta che ci si trova in presenza di un pericolo.

Certo ci sono i morti, i profughi, i rifugiati. Ma, come si dice? Parafrasando Alexis De Tocqueville: E’ la guerra bellezza. E con la guerra ci si guadagna prima durante e dopo la belligeranza. C’è sempre chi ci guadagna. E qui, nel caso della guerra, l’industria degli armamenti ci guadagna prima e durante; quella della ricostruzione, dopo. E dopo ci guadagna anche la natalità che ricomincia a recuperare lo spazio perduto e a colmare i buchi lasciati dai morti. Con buona pace di Malthus che si vede sperperare un’altra occasione per contenere la crescita demografica (anche se con guerra e pandemia c’è andato molto vicino).

Le Nazioni Unite senza voce in capitolo

Quanto dureranno i preparativi capaci di “portare le parti al tavolo” è difficile prevedere. Se esistesse qualcuno che prendesse per le orecchie le parti in causa e le mettesse a sedere legandole alla sedia sin che non risolvono il problema, i tempi si accorcerebbero. Ma le Nazioni Unite che potrebbero essere l’organismo a questo deputato non hanno alcuna voce in capitolo. E quando la voce volessero alzarla per farsi sentire, c’è sempre uno dei cinque componenti il Consiglio di sicurezza (Russia, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Cina) che pone il veto per non farsi assordare da quella voce.

Così mi pare che stiano le cose. E l’allungamento dei tempi per arrivare al “dopo” di cui dicevo alimenta problemi all’economia e alla società soprattutto dei più fragili. L’Italia tra questi perché scarsamente dotata di risorse energetiche dalla natura (che le ha dato altre ricchezze) deve andare mendicando un po’ qua, un po’ là qualche milione di barili di petrolio e qualche miliardo di metri cubi di gas.

Ci si era illusi che dopo la mazzata anche all’economia da parte della pandemia fosse in forte ripresa (almeno per quanti riguarda la sua misurazione in termini di Prodotto interno lordo), e invece è arrivata la mazzata della guerra a scombinare le aspettative.

La speranza è che la guerra non oltrepassi i confini nei quali si sta svolgendo e che del nucleare si parla tanto per dire.

Tanto per dire? Mica tanto. Perché alla speranza si associa anche un timore: il timore che Sansone (nei panni di Putin) vista la mala parata, decida di morire con tutti i filistei.