I sentimenti di un dirigente comunista:
le lettere di Aldo Natoli dal carcere

E’ inusuale trovare il carteggio completo di una personalità di rilievo. Di solito, le lettere arrivano al destinatario, che le conserva o no, a seconda del rapporto e dei suoi sentimenti verso il mittente. Il tempo, poi, rende più difficoltosa le ricerca delle lettere, ancora di più se si interrompe la vita dei destinatari, e quando si smantella la loro casa spesso l’ecatombe sommaria di carte che si produce provoca la scomparsa di documenti che meriterebbero a volte miglior sorte.
Anche per questo (ma non solo) è preziosa la raccolta di lettere del dirigente comunista Aldo Natoli appena pubblicata da Viella editore, “Lettere dal carcere (1939-1942). Storia corale di una famiglia antifascista”. Innanzitutto perché il carteggio è completo. Non ci sono solo le lettere della fidanzata Mirella De Carolis, ma anche quelle del padre e della madre, Adolfo e Amelia, e dei fratelli Ugo, innanzitutto, e poi Elsa con il marito Francesco Collotti e i figli Giuliana, Clelia e Enzo. Con il fratello Glauco, in Francia e in clandestinità, e a cui Aldo deve larga parte della sua cultura umanistica, i rapporti erano forzatamente per interposta persona.

Accusato di associazione sovversiva di stampo comunista

aldo natoliMa invece di affaticare il lettore con l’intreccio e l’andirivieni delle lettere che come avviene si sovrappongono e si scavalcano, il curatore – che è poi anche il figlio di Aldo e Mirella, lo storico Claudio Natoli – ha scelto un’altra strada. Se le lettere di Aldo sono integrali, i messaggi della famiglia sono riportati in nota. Così da mostrare a cosa il prigioniero reagisce, o come reagirà il suo interlocutore. Scelta felice: la lettura scorre, e mostra non solo le radici della scelta comunista di Aldo Natoli, la sua umanità, ma anche la forza della censura, la ferocia delle regole carcerarie, la sofferenza delle privazioni, intellettuali e anche fisiche. Il freddo, la fame, le cimici, le punizioni.

Aldo Natoli, dopo aver combattuto nella resistenza, fu un dirigente e parlamentare del Pci, fin quando non ne fu radiato con il gruppo del manifesto. Ma aveva studiato medicina e aveva fatto avveniristiche ricerche su cancro e immunologia. Il suo arresto, eseguito nella clinica universitaria del Policlinico dove era assistente del professor Frugoni, fu un colpo durissimo per la famiglia, che non sospettava nulla delle scelte politiche di Aldo e lo pensava impegnato solo nelle ricerche scientifiche e cliniche. L’accusa di cospirazione e “organizzazione di associazione sovversiva di stampo prettamente comunista” lasciava poca speranza nella clemenza dei giudici fascisti. Eppure la famiglia, invece di condannare e rimproverare, affiancò il giovane recluso.

Una lettera alla settimana, ai genitori e alla fidanzata

aldo natoliIl fratello Ugo, giurista, fu il più attivo nel tempo dell’inchiesta, del processo e anche della carcerazione. Gli altri cercarono di attivarsi, per quel che era possibile, e mai gli fecero mancare affetto e partecipazione, ognuno a suo modo. Imparando ognuno, in quella vicenda dolorosa, in un  confronto morale e anche politico. Di qui il sottotitolo: “Storia corale di una famiglia antifascista”. Famiglia di origine e famiglia futura, come fu poi quella di Aldo e Mirella che durante la vicenda della reclusione mise radici forti e profonde.
In carcere, compatibilmente con le privazioni – tra cui, dolorosa e gravissima, il divieto di avere un quaderno e una penna per poter scrivere appunti o testi che durerà oltre quattro mesi – Aldo studia. Chiede testi di medicina o di letteratura, riviste, saggi storici, poesia. E’ curioso e eclettico, e fa parte delle sue riflessioni alla famiglia, cercando insieme di proteggerla dalle notizie più dolorose della sua condizione di recluso. Una lettera alla settimana alla famiglia, da scrivere nella sala di studio: di più ai prigionieri non era possibile. E spesso, molto spesso, c’è un paragrafo per i nipoti, con cui a Roma ha convissuto e giocato negli anni dell’università.

L’incontro con i proletari, la legge del “camerone”

 

Aldo Natoli, primo a sinistra, nell’equipe medica del Policlinico con cui lavorava prima dell’arresto

La censura carceraria era durissima. Eppure molto riesce a sfuggire allo sguardo occhiuto e sospettoso del censore. Basta un accenno: “ho ricominciato a studiare matematica” per capire che in cella con Aldo c’è Lucio Lombardo Radice, amico carissimo e matematico. Oppure la richiesta che nell’indirizzo delle lettere inviate al carcere vi sia scritto: “al detenuto politico” così da rendere esplicito il fatto che ci fossero, nell’Italia fascista, detenuti politici. O l’informazione: questa settimana non ho potuto ricevere le vostre lettere. Che significava: sono stato in punizione, in isolamento o in cella di rigore, il cui corollario era la negazione del conforto della posta.
Quello che nelle lettere non c’era, e non poteva esserci, era la straordinaria esperienza che Aldo andava facendo nel “camerone” dei detenuti politici. Il suo incontro con militanti proletari da cui il Pci in clandestinità si teneva alla larga. L’università autogestita, il costume di scambio di conoscenza e di sapere, l’insegnamento della lettura per gli analfabeti, della storia e della geografia, della filosofia e della fisica: uno scambio difficile per le norme carcerarie, che stipavano anche cinquanta persone nello stesso stanzone vietando però le discussioni di più di tre persone contemporaneamente, pena una punizione. Una scuola in cui Aldo ha molto da insegnare ma anche da imparare.

Le regole della solidarietà

E poi le regole comuniste. Il rifiuto di coabitazione con chi abbia fatto domanda di grazia, e dunque permeabile a eventuali richieste di delazione della direzione. L’obbligo di condividere tutto, pacchi familiari compresi. Una regola dura: la fame era terribile, il vitto carcerario pessimo. Dover dividere tra tanti il cibo inviato a prezzo di privazioni dai familiari era un dolore, ma anche “una pratica reale dell’uguaglianza e della solidarietà” dirà poi Aldo. A scorrere l’elenco delle punizioni a cui fu sottoposto  (raccolte nel libro “Il registro. Carcere politico di Civitavecchia (1941-1943)” di Aldo Natoli, Vittorio Foa, Carlo Ginzburg; Editori Riuniti 1974) Aldo ha seguito le regole comuniste senza deroghe; la solidarietà era vietata, i sorveglianti si accanivano quando arrivava un pacco. In una nota del registro punizioni era scritto che fu sorpreso a dividere un’acciuga in parti uguali in ragione di solidarietà comunista.

Una straordinaria scuola di uguaglianza

Quanto alle risorse economiche di cui ciascun detenuto disponeva, era l’insieme dei cameroni dei politici (80 persone) che decideva cosa comprare e come suddividerlo, così che i più poveri avessero lo stesso vitale soccorso: informazioni e calcoli viaggiavano in giro per il carcere scritti sulle cartine per le sigarette.
Tutto questo nelle lettere non c’è: lo racconta nella densa introduzione Claudio Natoli. Eppure c’è, in quelle carte, il sentimento che da quel vivere tra uguali nasceva. La resistenza di fronte al sopruso, la tenacia della lotta, la speranza nel futuro. Così l’ha raccontata Aldo negli anni ’70, nella prefazione a “Il registro”: “Non fu solo perché eravamo giovani che potemmo superare quegli anni “di ferro” senza piegarci. Fu soprattutto perché vivevamo tra uomini riconosciuti tra nostri uguali e perché avevamo appreso ad imparare anche dagli analfabeti che, spesso, subivano pene ancora più severe. Ci sentivamo uniti nel voler trasformare quella società e inaugurare un’epoca senza più guerre. La vita in carcere, e in particolare il “collettivo” che si era formato, fu la cellula in cui si generò per me la trasformazione dell’uomo. Ripensando a quegli anni posso dire che fu quello il momento in cui diventai comunista”.