Le Vele di Scampia
e quella Napoli a cui
hanno sottratto la luce

Alla fine, perse il consueto aplomb istituzionale perfino Rosa Russo Iervolino. Era il 2006, e il  “gomorrismo” nascente indicava nelle Vele la Gotham City della camorra, il luogo ultimo, estremo, della perdizione, del degrado, della corruzione, del sangue. Il gran mattatoio di Napoli. “Io sono contro la pena di morte, ma il progettista delle Vele lo fucilerei”, sbottò Rosetta ai microfoni di Rai Radiouno. Aggiungendo poi, off record, che la sua era “solo una provocazione”. Ma intanto il sasso era stato lanciato, e la battuta del sindaco – a ricordarla oggi che è cominciato l’abbattimento di quelle Vele – rappresentava appieno uno stato d’animo diffuso non solo a Napoli, ma nell’intero Paese, che attraverso il romanzo di Saviano aveva individuato finalmente il lavacro per la sua cattiva coscienza.

La cattiva coscienza del Paese

Perché all’immaginario bisogna sempre dare in pasto qualcosa, essendo una bestia che si alimenta di miti, credenze, suggestioni, buone e cattive reputazioni. E in quegli anni, in quelli precedenti, ma molto di più in quelli successivi quando il “gomorrismo” e i suoi luoghi simbolo sarebbero addirittura diventati dei brand internazionalmente conosciuti, le Vele, Scampia, la periferia nordoccidentale di Napoli hanno rappresentato nella coscienza nazionale e nell’immaginario universale ciò che, negli Cinquanta, erano stati i Sassi di Matera. Definiti da Palmiro Togliatti, un altro solitamente abituato a misurare le parole, “la vergogna d’Italia”.

 

Tutto ‘o ‘bbuono e tutto’o malamente

Rappresentazione fedele, artefatta, esagerata, infedele? Trovare una risposta definitiva a questa domanda significherebbe sciogliere per sempre il mistero delle Vele, dove, come in tutti i luoghi simbolo che sussumono a tal punto la propria specificità da diventare non luoghi, in più di quaranta anni è andato concentrandosi “tutto ‘o ‘bbuono e tutt’o malamente” di Napoli. Degrado e rigenerazione. Dannazione e resurrezione. Il baratro e il riscatto. Le paranze dei narcos che vi hanno stabilito, a partire dalla metà degli anni Ottanta, il più grande drogamarket dell’Italia centromeridionale e i comitati civici, i coordinamenti anticamorra, il volontariato. Ciruzzo ‘o milionario, efferato boss della droga, e don Aniello Manganiello, il parroco che abbatté i muri, si mise in mezzo, come forza d’interposizione, tra i guaglioni di malavita e la gente perbene che voleva vivere, amare, respirare. Le mattanze dei clan e la straordinaria partecipazione di popolo alle visite al quartiere di due papi, Giovanni Paolo II e Francesco. “Tutto ‘o bbuono e tutt’o malamente”:  sì, proprio questo sono state le Vele, luogo in cui, dopo il terremoto dell’80, andò a concentrarsi una gigantesca porzione dell’ultima plebe sopravvissuta in Occidente.

Ne usciva capovolto un antico e radicato paradigma insieme storico, letterario, urbanistico e antropologico, secondo il quale i lazzari prosperano lì dove non c’è luce: un abbaglio che traeva Napoli sia dalla tradizione culturale alta dei Vico e dei Croce, sia quella più vicina al sentire dei vicoli di donna Matilde Serao. All’origine, infatti, c’era la luce, quella che inondava la grande spianata della campagna a monte dei quartieri alti.

Chi ha sottratto la luce

Quando progettò le vele, Franz Di Salvo, uno dei migliori architetti napoletani degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta del secolo scorso, aveva previsto spazi ampi: cinema, infrastrutture, giardini. Le Vele di Scampia erano un disegno molto avanzato per l’epoca. Alla loro ideazione parteciparono anche economisti e sociologi, sulla base di una filosofia edificatoria che sarebbe stata a lungo studiata nel Dipartimenti di Tecnica delle Costruzione delle facoltà di Architettura e Ingegneria di mezzo mondo. Le finanziò la Cassa per il Mezzogiorno, e anche questo sintetizza bene la frattura storica che esse avrebbero rappresentato: momento di passaggio tra il vecchio mondo degli interventi straordinari, rispondenti comunque a una logica pianificatoria statale, e il nuovo mondo della deregulation selvaggia, urbanistica e edilizia.

Le Vele, nelle intenzioni di chi le ideò, erano creature mansuete; sono diventate tigri feroci perché la luce fu compressa, imprigionata da varianti al progetto originario che ridussero gli spazi e riaprirono le porte al buio. Dentro quel buio la napolitudine più violenta e deteriore affondò le sue radici. Le strapperanno ora: la condanna di Napoli è quella di imbattersi periodicamente in qualcuno che s’illude di raddrizzarle le gambe storte. E ha sempre vinto lei. Forse perché è l’unico posto al mondo dove “’o bbuono ‘e ‘o malamente”, in fondo, sono solo le due facce di una stessa medaglia.