Le tre strade del M5S
e il melting pot italiano

La carovana a cinque stelle ha completato una tappa, nella marcia attraverso la sua Italia barricadera.  Ora trionfa nel legittimo, meritato entusiasmo, e si propone come “pilastro” della legislatura,  “forza politica che rappresenta la nazione” secondo le prime parole di un ecumenico Luigi Di Maio.

Il gruppo di comando ha già cominciato una nuova, dura partita.  Il rapporto diretto con la propria gente, la fiducia di un terzo dell’elettorato, gli effetti di una campagna teatrale e magica in un paese agitato dalle disperazioni e affamato di sogni li spingono verso un sentiero assai stretto:  costruire intese e reclutare nuove forze parlamentari, cioè cimentarsi in un compito da cui i postgrillini si sono sempre esentati, e nello stesso tempo ammansire e rassicurare gli spiriti animali del Movimento, sospettosi per definizione del Potere e dei suoi agguati.

I neorivoluzionari postgrillini, sospinti sullo sfondo della scena da questa vittoria in doppiopetto, sono però convinti che Mattarella debba solo prendere atto della loro forza e della frattura politica del 4 marzo. Voci dal sen fuggite – Dibattista appena prima del voto – raccontavano quest’ansia meglio di ogni dichiarazione formale.  Ma quel che è vero nei bunker dei Cinquestelle “de core” non è automaticamente vero dentro Casa Italia.  Sul Tirreno non esiste ancora l’istituzione “proviamo”, e governare non è una puntata di Affari tuoi. Di Maio sa che serviranno mediazioni. I suoi primi passi sul sentiero della governabilità – col presidio dei maggiorenti, tutti riuniti al Parco dei Principi a Roma – sono di continuità col passato recente: sobrietà e sereno profilo istituzionale.

Il primo enigma che metterà alla prova i Cinquestelle di governo è l’elezione dei presidenti delle Camere: che può ridursi a semplice fotografia dei rapporti di forza elettorali (un leghista al Senato, un grillino doc alla Camera)  ma – soprattutto a Montecitorio – può essere invece già l’abbozzo di un ponticello verso Palazzo Chigi.  Della tenaglia in cui è stretto l’ipotetico premier  – tenersi distinto dai partiti “untori” da un lato, fornire garanzie alle sentinelle della rivoluzione dall’altro – sono un ottimo esempio le prime dichiarazioni pubbliche.  Di Maio apre alla trattativa e “al confronto con tutte le forze politiche a partire dalle figure di garanzia a capo delle Camere” , poi procede immediatamente a limare il concetto e circoscrivere l’impegno: confronto sarà, “ma soprattutto per i temi che dovranno riguardare il programma di lavoro”.   Come dire: stiamo per eleggere due notai che si limitino a certificare il calendario parlamentare.

Lo stesso trattamento è riservato all’ incarico di governo:  “Siamo una forza politica che rappresenta l’intera nazione – sono le parole del leader Cinquestelle – questo ci proietta automaticamente verso il governo dell’Italia”.  Un incarico quindi, se l’italiano non è del tutto una opinione,  automatico, cioè quasi dovuto, anche perchè “oggi le coalizioni non hanno i numeri per governare”.  Subito dopo la evidente forzatura, però,  arriva un omaggio formale a Mattarella:   “Siamo fiduciosi che  saprà guidare questa fase con autorevolezza e sensibilità come ha sempre fatto”.  Questo, dunque, ci aspetta: un felpato e continuo stop-and-go, un gioco di freno e acceleratore che consenta al corpaccione grillino di non perdere pezzi mentre perde la sua naïveté.

Dovesse l’ala governante prevalere, nonostante la paura della “contaminazione” e i moniti di Beppe Grillo contro gli “inciuci”, la attende un ulteriore bivio che  conduce a esiti opposti, verso i quali i leader postgrillini già vengono strattonati, incitati, sospinti  da settori dell’opinione pubblica e dalle proprie interne correnti.

La prima ipotesi si può definire: “Populismi al potere”.  Contempla una alleanza  con la Lega e cascami del centrodestra.  Sarebbe una delle poche maggioranze politiche possibili alla Camera e al Senato, almeno secondo una virtuale assegnazione dei seggi.  L’intesa programmatica è plausibile, e non esile:  la ridiscussione dell’Euro e dei trattati dell’Unione;  il no allo ius soli e la riscrittura delle politiche migratorie; il no alla legge Fornero;  una generale carica “antisistema”. Persino l’insediamento della Lega al Nord,  opposto  ideologicamente (e socialmente) all’ondata grillina del Sud, potrebbe rivelarsi la carta vincente di un nuovo patto di potere fondato sulla divisione del lavoro. Siamo pur sempre il bel paese in cui, col collante berlusconiano, le partite Iva leghiste e l’assistenzialismo post-fascista governarono l’Italia senza sfracelli. La seconda ipotesi  –  la più accarezzata dalle sirene del momento, soprattutto tra opinionisti e elettori (o ex elettori) della sinistra – è l’accordo con ciò che rimane del centrosinistra: o attraverso un neotrasformismo che strappi al tramortito Pd e alla minuscola Leu brandelli di rappresentanza parlamentare;  o, nella versione più complessa e “nobile”,  garantendo una sponda alla “derenzizzazione” in corso, così da risucchiare il Pd su un “programma minimo” targato Cinquestelle. Una strada che conta, anche dentro il Movimento,  convinti sostenitori.

Le controindicazioni naturalmente sono enormi, in entrambi i casi. Perché mai dovrebbe Salvini rinunciare alla leadership dell’intero centrodestra, pronto com’è a fare “all in” e ad archiviare l’ottuagenario “genitore” andando a Palazzo Chigi di persona?  E perché un Pd sfibrato, che ha vitale bisogno di una qualche rinnovata costruzione politica,  dovrebbe donare altro sangue a chi già gliene ha copiosamente sottratto? Comunque vada,  fra tanti dilemmi una cosa è certa: sarà un bene per l’Italia che l’impeto potente e limaccioso del Movimento, che finora ha tenuto insieme tutto e il contrario di tutto senza pagare alcun dazio, si chiarisca dentro le strettoie della responsabilità: al governo, se così sarà, per misurare il valore effettivo del suo ceto politico e l’efficacia dei suoi programmi.  O all’opposizione: dove per paradosso, incontrandosi i Cinquestelle e ciò che resta del centrosinistra,  potrebbe materializzarsi un melting pot italiano senza precedenti in Europa.