“Le sfavorite”, ovvero lo sport come
strumento di emancipazione femminile

C’è un docufilm che circola da un po’ di tempo in Italia dal titolo significativo: Le sfavorite. È stato autoprodotto e realizzato da due giovani registe freelance, Flavia Cellini e Linda Bagalini, due ex sportive che hanno avuto mododi conoscere quel mondo dall’interno e poterne verificare contraddizioni e disuguaglianze. Tra le tante, anche quella di genere. Per una donna, infatti, è più difficile che per uomo sia praticare alcuni sport, sia svolgere un lavoro legato allo sport agonistico, come fare l’allenatrice o la cronista.

Le due registe raccontano storie vere di ragazze che hanno sfidato convenzioni e intoppi burocratici, che sono state costrette e scontrarsi con una mentalità chiusa e arroccata, che si sono cimentate in una sfida difficile, ma dal forte impatto sociale. Sono le storie di Greta del Fabbro, allenatrice di boxe, di Giordana Duca, atleta della nazionale di rugby, e di Katia Serra, ex calciatrice e cronista degli ultimi campionati europei maschili di calcio.

Greta, quando allena le donne in uno sport considerato poco adatto a loro, fa sì che superino pregiudizi e paure; ha una figlia ancora piccola e le prepara il percorso. Anche per Giordana non è stato facile affermarsi come giocatrice di rugby: oltre allo sport, ha svolto altri lavoretti, ha fatto la commessa e persino la fioraia, ammettendo senza remore di non essere tagliata per questo ruolo. La si vede nel film maneggiare mazzi di fiori senza alcuna voglia, è simpaticamente maldestra, al contrario di quando invece gioca con le sue compagne di squadra. Infine, la più nota Katia fa chiarezza su un tipo di narrazione tossica presente nel suo lavoro e su un’errata idea dello sport femminile. Tanta determinazione, quindi, e tanta consapevolezza.

“Lo sport può essere un’importante occasione di emancipazione femminile, – ha affermato Flavia Cellini – e questo dimostra quante differenze di genere ancora siano presenti in esso, nei riconoscimenti sportivi ed economici, persino nella spesa da affrontare per determinati esami clinici e del tempo per ottenere le risposte. Inoltre, la pratica sportiva viene intesa tuttora come un’attività basata sulla forza e la competizione, tutta declinata al maschile, ed è facile per un’atleta imbattersi in commenti del tipo: è uno sport troppo mascolino, ti rovini il fisico, chi te lo ha messo in testa. E poi l’informazione sportiva spesso non si sofferma sulla singola prestazione o il risultato, ma tende a sottolineare della donna l’aspetto estetico, come se questo fosse un valore aggiunto”.

Lo sport è un fenomeno sociale e, in quanto tale, rispecchia la collettività e i suoi principi, ne ripete le disuguaglianze, ne fotografa gli stereotipi. Dal 1900, anno in cui nei Giochi di Parigi si registrarono le prime presenze ufficiali di donne, o il 1928, quando furono ammesse alle Olimpiadi di Amsterdam per l’atletica leggera, al 2012, quando alle Olimpiadi di Londra parteciparono in tutte le discipline, di passi ne sono stati fatti. Tuttavia, il traguardo non è stato ancora pienamente raggiunto. E ciò non avverrà se non si imporrà una leadership femminile, non si rimuoveranno tutte le barriere culturali, ese anche gli uomini non saranno pronti a passare alle donne il testimone.