Le scorie nucleari finite sotto sequestro

Quando i cittadini italiani, nel 1987, dissero un no di massa al nucleare, reduci dal drammatico incidente di Chernobyl, che un anno prima, dalle lontane steppe dell’ex Unione Sovietica, aveva coinvolto e avvelenato tutta l’Europa, avevano avuto solo un assaggio della pericolosità dell’energia dell’atomo e di quanto fosse complicato, difficile e altrettanto rischioso per le popolazioni, il percorso di uscita e di smantellamento degli impianti e di distruzione di quel “rifiuto”. Soprattutto in un Paese come il nostro in cui i ritardi nei processi di demolizione ci hanno lasciato un territorio puntellato di ecomostri grandi e piccoli, le centrali, sono ancora lì con tutto il loro carico di morte e veleno custodito in sarcofaghi poco sicuri, ad agitare i sonni di chi ci vive vicino e a minacciare gli ambienti circostanti. Niente si è fatto da allora per risolvere il problema. Di deposito unico nazionale dove concentrare tutte le scorie che oggi sono custodite nei siti nucleari spenti,  se ne parla da anni, ma anche lì non si è fatto un solo passo avanti. Quello che è più grave sono gli spaventosi ritardi accumulati da Sogin che è il soggetto pubblico responsabile dell’attività di decommissioning.

 

Il sito di dismissione del nucleare a Saluggia

Un ritardo che perpetua il rischio in quei siti dove le scorie nucleari sono ospitate precariamente (si pensi a Saluggia in Piemonte) e che costa risorse ingentissime a tutti noi. Sprechi spaventosi e inutili pagati nelle nostre bollette. “Già nel 2008  – come ci spiega Kyoto Club – Sogin presenta un piano per cui il decommissioning si sarebbe dovuto concludere nel 2019 con una spesa complessiva di 4,5 miliardi di euro. Due anni dopo aggiorna quel piano spostando la previsione di conclusione dei lavori al 2024 con una spesa aumentata a 5,7 miliardi. Nel 2013 prendono atto di aver fatto poco o nulla e spostano la conclusione dei lavori al 2025 aumentando la spesa prevista a 6,32 miliardi di euro (dati Kyoto Club). Nel frattempo però Sogin costa e se si leggono i suoi bilanci si può calcolare che dal 2001, l’anno in cui il Governo con la direttiva Bersani fissava al 2019 la fine del decommissioning, fino appunto al 2019 verrà a costare 4,3 miliardi di euro: quasi quanto nel 2008 si prevedeva sarebbe venuto a costare l’intero piano di decommissioning”. Ma la conseguenza peggiore, se non fosse già grave lo sperpero di denaro pubblico, è che al 2018, quel lavoro di trattamento dei rifiuti pregressi che avrebbe dovuto concludersi nel 2010, praticamente non è ancora nemmeno cominciato per le resine di Trino e Caorso, per i rifiuti liquidi di Trisaia e Saluggia, ecc. E per la fine del decommissioning adesso si parla del 2035 con una spesa che, considerando i ritardi, in realtà non potrà essere inferiore agli 8 miliardi (Kyoto Club).

 

Itrec di Rotondella (Basilicata)

Ma di chi è la colpa? Tanto per capire da che parte iniziare ad aggredire il problema! In Sogin le competenze tecniche sono di tutto rispetto, ma è il piano politico (siamo alle solite) che fa acqua (reflua). Un management, mai all’altezza, scelto con le solite logiche dell’occupazione di poltrone da parte di personalità vicine alla politica che decide e che vorticosamente mette alla testa delle aziende pubbliche chi è “di fiducia” piuttosto che chi abbia chiaro in testa strategie, indirizzi e priorità. Purtroppo però i ritardi nello smantellamento e nelle bonifiche dei siti nucleari non sono indolori perché significano mantenere intere aree del Paese in uno stato di insicurezza e di pericolosità. Ma ai nostri politici neanche questo fa tremare i polsi. A noi sì. E infatti…..  la notizia è di quelle che ci fanno tremare i polsi. La procura di Potenza ha disposto il sequestro, eseguito nei giorni scorsi dai carabinieri del Noe, delle vasche per la raccolta delle acque e della condotta di scarico a mare, dell’impianto nucleare Itrec di Rotondella in Basilicata, gestito da Sogin. La magistratura, partendo dal “grave stato di inquinamento ambientale causato da sostanze chimiche” in cui si trova la falda acquifera sottostante il sito nucleare, sospetta che quell’acqua inquinata, partendo dalla struttura dopo aver attraversato alcuni chilometri che separano l’impianto dalla costa, sia stata sversata nel mar Ionio, “tal quale”, senza essere stata trattata prima di essere smaltita. Un’altra tipica vicenda italiana. Salvo che le materie trattate sono cromo esavalente, tricloroetilene, rifiuti nucleari che abitano il sottosuolo e le falde acquifere superficiali all’interno del sito di Rotondella che originariamente si occupava di produrre combustibile nucleare per alimentare la centrale di Latina.

La vicenda puzza di sostanze inquinate già dal momento in cui Sogin prende in mano lo smantellamento dell’impianto perchè la stessa società rinviene da subito un inquinamento delle acque di falda all’interno del perimetro dello stabilimento e partono (siamo nel 2015) le procedure previste per il piano di caratterizzazione (bonifica) che ancora sono in atto. Si decide anche di installare un apparecchio che monitori l’area interessata. Le opere di bonifica però non migliorano la situazione, anzi ne peggiorano le condizioni, con l’ARPAB che continua a certificare (2017) significative contaminazioni da alifati clorurati cancerogeni e da cromo esavalente. Sono dati talmente preoccupanti che la stessa ARPAB suggerisce operazioni di messa in sicurezza per limitare la migrazione del cromo all’esterno del sito e invita la Sogin a realizzare una barriera idraulica a valle del sito e un monitoraggio mensile delle acque di falda all’interno e all’esterno della barriera. La Regione Basilicata si mobilita e promette un intervento immediato. Ma non avviene nulla, finchè in questi ultimi giorni, i magistrati intervengono ipotizzando che la Sogin anziché smaltire come rifiuti speciali le acque drenate dalla falda, cosi come sta facendo l’Enea che gestisce ancora il 90% dell’area dell’ex centro di ricerche di Rotondella, abbia sversato in mare quell’acqua.

I magistrati mettono i sigilli alle vasche e aprono un’indagine nei confronti di cinque dirigenti della Sogin accusati di inquinamento ambientale, falsità ideologica, smaltimento illecito di rifiuti e traffico illecito di rifiuti. Una bufera per una società che, a fronte di allarmi perduranti nel tempo, pare non si sia accorta di nulla, anzi peggio, preso atto dell’inquinamento lo avrebbe considerato “un refluo da attività industriale” per il quale per legge, rispetto alla presenza di sostanze pericolose, è prevista una soglia di tolleranza per lo scarico in superfice, molto più alta di quella fissata per i reflui prodotti da attività di bonifica di una falda. Adesso si attendono i risultati dell’inchiesta giudiziaria con la speranza che se questo illecito sia certificato si possano punire i colpevoli e correre (ottimista cronica) ai ripari. Ma se tanto ci dà tanto, che sta succedendo negli altri siti nucleari dismessi?