Sì alle sanzioni, ma con Mosca evitiamo una Pace di Versailles

L’urlo straziante della guerra torna a rimbombare nei confini europei. Un’altra tragedia bellica, a circa trent’anni dallo scoppio del sanguinoso conflitto in Jugoslavia, oggi va a colpire l’Ucraina, vittima di mire e disegni neo-zaristi e imperialisti di matrice putiniana. Violenze, morti, macerie e distruzione, nonché fughe ed esodi.  Sono queste le immagini provenienti dalle città, come Kyiv, Odessa e Mariupol, nonché dall’estrema periferia e dalle campagne, a testimoniare l’efferatezza di tale aggressione militare.

Naturalmente tale contesto non può essere privato della stratificazione e complessità che hanno caratterizzato i rapporti delle due nazioni dalla dissoluzione dell’URSS, nonché gli eventi più recenti, e di certo non si può neanche negare radici che affondano in palesi errori valutativi della Comunità Internazionale nei confronti della disciolta Unione Sovietica. Questo però, è opportuno precisarlo, non va a legittimare e giustificare in modo alcuno quella che è una pura, nonché spietata, aggressione. Inoltre, questo non vuole essere l’obiettivo della mia analisi, la quale andrà a concentrarsi su un altro aspetto, sempre in ottica futura: le sanzioni post-belliche e i suoi possibili effetti.

Le sanzioni

Come stiamo osservando, il mondo occidentale con NATO e UE in testa, vista l’impossibilità di intervenire direttamente nel conflitto, perché si  darebbe vita ad un’escalation di dimensioni globali e catastrofiche, ha deciso di contribuire attraverso un altro tipo di arma: quello delle sanzioni economiche. Tale strumento mira non solo a svolgere una funzione di moral suasion nei confronti dell’aggressore, ma offrirebbe anche la possibilità di minare il fronte interno sia per quanto riguarda l’intervento militare in atto (problema di risorse e approvvigionamenti) e di creare pressione fra la popolazione civile attraverso la crisi economica, in modo da destabilizzare o, addirittura, portare al crollo del regime putiniano.

Per dare vita a questa diverso tipo di conflitto l’UE ha deciso, non senza pesanti contraccolpi, di adottare quattro pacchetti di sanzioni economiche che attaccano ferocemente sia l’accesso ai capitali e il sistema finanziario (sistema SWIFT, servizi finanziari), il settore delle esportazioni, i principali settori strategici industriali e, soprattutto, sanzioni a singoli individui in particolare gli oligarchi che detengono la più cospicua parte del potere economico, costituendo dunque la spina dorsale della, precaria, economia del paese. Siamo dunque di fronte all’utilizzo dell’economia, strumento considerato per molto tempo “pacificatore” (come nel concetto illuminista del “doux commerce”) come strumento d’offesa tipico dell’hard power.

Proprio in relazione a tale modus operandi è opportuno concedere una attenta analisi, oltre che qualche speculazione in ottica futura. Indipendentemente dall’esito del conflitto è difatti possibile, soprattutto in caso di permanenza di Vladimir Putin a capo della nazione, che tali sanzioni si protraggano per un lungo tempo, cosa che porterebbe conseguenze in ambito sociale piuttosto che, soprattutto dal punto di vista politico. Come ribadito, le sanzioni provocano ingenti conseguenze sia nell’economia dei sanzionanti (come stiamo osservando in questi giorni nel quotidiano), nonché sulla popolazione che potrebbe, nel tempo, assumere atteggiamenti revanscisti e di rivalsa nazionale.

I rischi dell’arma economica

Per sostenere questo punto di vista possiamo riferirci ad un importante ricorso storico, se come ci insegna Gramsci “la Storia è maestra”. L’evento storico è quello della Pace di Versailles, che siglò la parentesi conclusiva della Grande Guerra, dando vita a quella serie di eventi che contribuiranno all’ascesa del Nazismo. Il resoconto di quei giorni, e di quelle scelte, ci viene offerto dal rinomato economista J.M. Keynes, chiamato a collaborare con la delegazione inglese e dimessosi per forti divergenze con il suo stesso Governo.

La narrazione ci viene offerta tra le pagine di “Le Conseguenze Economiche della Pace”, dove possiamo notare le divergenze di interessi e di necessità che portarono a quello che fu una completa demolizione del Reich tedesco: in primis Clemenceau, primo sostenitore e fautore della pace cartaginese che andò a gravare sul popolo tedesco; dal PM inglese Lloyd George che decise di sfruttare i negoziati per cementare il suo potere politico ma sottovalutando il sentimento germanofobo che attraversava l’Europa in quel momento storico; ci furono nazioni come Belgio e Italia che necessitavano delle riparazioni per coprire le perdite e per sanare un bilancio dissestato; infine ci fu il Presidente USA Woodrow Wilson, il reale vincitore della guerra che si rivelò, in realtà, il meno esperto fra tutti e descritto da Keynes come un pastore idealista incapace di trasformare in prassi i propri principi, così descritto  dall’economista: “Penso ci siano rari esempi di uno statista di primo piano più inetto del Presidente alle schermaglie della camera di consiglio”.

Possiamo individuare quindi punti di contatto fra i possibili risvolti attuali e la Pace di Versailles? Riflettendoci bene le analogie potrebbero essere valide. Innanzitutto, la Russia come la Germania è una potenza nemica da ammutolire, i cui rapporti con l’Occidente sono stati sempre tesi e caratterizzati dall’antagonismo anche in seguito alla fine del bipolarismo. Le sanzioni potrebbero schiacciare dunque e ridurre ulteriormente lo status della Federazione Russa, al contempo favorendo dunque un possibile regime-change in modo da poter mettere mano sulle ricche risorse che questa possiede a condizioni vantaggiose.

Naturalmente sarebbe difficile ipotizzare le stesse richieste, vista anche l’entità del conflitto diversa e soprattutto le disponibilità in capo alle due nazioni diametralmente opposte. Le sanzioni sarebbero dunque meno pesanti di quelle che colpirono la Germania, ma proporzionalmente impatterebbero in egual modo vista la struttura inefficiente e deficitaria del sistema russo. D’altro canto, vediamo come l’aggressione ha principiato uno strisciante sentimento russofobo (censura di Gagarin, sospensione dei legami universitari e ostracismo culturale) che troverebbe giovamento nella pesantezza di misure economiche contro Mosca, situazione similare a quella che garantì la rielezione a Lloyd George (oggi se ne avvantaggerebbe soprattutto Biden in vista della prossima tornata elettorale), la cui parte di programma che ottenne più suffragi e mobilitazione nell’elettorato era proprio quella di ottenere il maggior guadagno, con la maggior punizione per lo sconfitto.

Un futuro comune

Tuttavia, ci sono similitudini anche nelle conseguenze: un impoverimento non necessariamente potrebbe portare alla sobillazione del fronte interno, ma potrebbe costituire un’arma a doppio taglio rinforzando le posizioni ultranazionaliste, revansciste ed antioccidentali, come si verificò per l’appunto  in Germania, portando alla scalata delle formazioni naziste, o addirittura potrebbe far scivolare il paese devastato sotto la sfera d’influenza di un’altra potenza rivale come la Cina.

Oltre ciò il portare tale conflitto su caratteri ideologici sarebbe decisamente pericoloso, considerando che l’Europa dal punto di vista energetico dipende ancora dal mercato russo, essendo l’indipendenza ancora lontana nonostante i proclami dei vari capi di Stato, rendendo tale scelta un semplice allineamento alla linea atlantica.

In conclusione, visti i precedenti storici sarebbe opportuno punire la Russia, indifferentemente dall’esito del conflitto senza però tentare di stroncarla, favorendo soprattutto in caso di allontanamento di Putin dal governo, quell’avvicinamento che nel 1991 era mancato, come evidenziato l’ex diplomatico Sergio Romano, contribuendo quindi a costruire un nuovo futuro comune piuttosto che “colpire per educare”. Un Piano Marshall per la Russia, che permetterebbe nuove possibilità economiche nonché una effettiva partecipazione alle relazioni dell’area euro-asiatica, senza più ostracismi, impedendo quindi che sentimenti pericolosi e di ipocrisia democratica prevalgano sull’umanità e sulla realpolitik. La pace cartaginese dovrà essere solo un residuo del passato, facendo sì che i ricorsi storici non ci trascinino dalla tragedia alla pura e semplice farsa.