Le tante ragioni d’uno sciopero che la politica non ha voluto capire

Lo sciopero non gode buona fama. La notizia dello sciopero generale indetto dalla Cgil e dalla Uil sparisce o finisce in fondo, tradotto in problemi d’orario “per chi utilizza i mezzi pubblici”. Ecco: bus tram metrò a rischio.  Il Corriere  si interroga in un articolo  del suo editorialista Dario Di Vico sulla compatibilità nell’età contemporanea di un’arma di lotta come lo sciopero, polemizzando contro una serie di “intellettuali di sinistra”, propensi ad affidargli “il valore di un rilancio e di una nuova centralità del conflitto”, a considerarlo  “ossigeno per la democrazia” rispetto al rischio del “soffocamento della dialettica sociale”. Il titolo: “Il nuovo disagio ignorato” promette tutto o niente, l’incoraggiamento a Landini come l’interpretazione di un sondaggio del Censis.

Il Manifesto protesta, intervistando il segretario della Uil, Bombardieri: “Attacco squadrista allo sciopero”.

Il Sole 24ore si occupa del “boom dei mutui casa agli under 36”.

Lezioni di benaltrismo

Non so se nella storia italiana dal dopoguerra in avanti vi sia stato sciopero più bistrattato di questo: bocciato dalla Confindustria come il più vistoso attentato alla rinascita nazionale con il presidente Bonomi a benedire la muscolare qualità salvifica degli imprenditori che lavorano come lui, condannato a ripetizione dalla grande/piccola stampa italiana in un violento recupero del “benaltrismo” ( cioè , più o meno, secondo lo schema: “proprio in questo momento, con la pandemia in corso… i problemi sono ben altri), messo a tacere dalla politica e dai partiti, ignorato dall’imperturbabile Mario Draghi, che sarà bravissimo, austero, rigoroso, stimatissimo nel mondo, forte delle sue dottrine politiche (che non oserei contestare, ma che mi paiono tutte un po’ padronali),che non ha avuto l’accortezza (tutta politica) di porgere una mano, per quanto fredda, a Landini e a Bombardieri, che non vedevano l’ora di chiudere la partita, dopo aver dimostrato che loro ci sono, che non abbandonano i deboli, che legittimamente non rinunciano a discutere anche con il titolatissimo e pregiatissimo ex presidente della Banca Centrale Europea. Perché sembra infatti che Bombardieri e Landini abbiano soprattutto voluto affermare, più che il diritto, il dovere, attribuito loro dagli iscritti, dai simpatizzanti, dai poveracci che ancora ci credono, da quei brani di società che non hanno goduto e non godranno di sgravi fiscali, di finanziamenti, di quattrini da grandi opere, da quella gente che ancora fatica e che teme qualche agguato, cioè trasferimenti all’estero dalla sera alla mattina, che non ha più un posto, che campa di occupazioni a tempo determinato, di impieghi saltuari… il dovere insomma di dare loro voce, di raccogliere le loro esigenze, il dovere di criticare, quando è il caso, scelte troppo lontane dalle condizioni dei ceti più poveri e di proporre adeguamenti, quando se ne ha la capacità.

Fabbriche che scappano all’estero

Non sarà comunque un delitto di lesa maestà affermare che questo paese da decenni non è in grado di difendere una propria politica industriale, che poco alla volta i suoi primati produttivi si sono rarefatti fino alla dissoluzione, che troppe fabbriche sono scappate all’estero dopo aver intascato i soldi dello stato italiano, che i redditi dei dipendenti sono fermi da un ventennio mentre si inaspriscono le condizioni dei futuri pensionati o dei già pensionati, che i morti nei cantieri sono ormai una tragedia quotidiana e plurima. Che a pagare insomma sono sempre gli stessi, in attesa che i soldi del Pnrr avviino il grande rilancio, i cui benefici nella visione confindustriale si dovrebbero riversare sulle spalle e sulle teste di tutti. Chi più e chi meno, ovviamente…

I due leader sindacali potrebbero aver del tutto torto. Però colpiscono, accanto ai severi rimproveri, il silenzio di molti, a sinistra o tra quel che resta della sinistra, l’incapacità di cogliere il valore della critica e di una riflessione che non annega nel gran fiume del consenso. Nessuna che abbia voglia di interloquire e invece tanti maestrini con il dito puntato, pronti a biasimare il sindacato, indicandone le difficoltà, scontate quando si è alle prese con una società “liquida” (per citare un grande intellettuale, Zygmunt Bauman), complicata, la cui unica modalità esistenziale è il cambiamento, senza le grandi fabbriche, luoghi fondamentali di formazione politica e culturale, percorsa da fattorini (finalmente contrattualizzabili, come da regole imposta dall’Ue) e da Tir in un fluire continuo di merci, di beni di consumo, ricca oltre le apparenze di ricchezze nascoste, sotterranee, criminali…

Ho due immagini, ancora.

La prima, celeberrima, risale al 26 settembre 1980, Berlinguer davanti ai cancelli della Fiat. Ad una operaia, che chiedeva che cosa avrebbe fatto il partito se loro, in sciopero da un mese, avessero occupato la fabbrica, Berlinguer rispose che, se lo sviluppo della lotta avesse condotto a quel punto e se la decisione fosse stata assunta democraticamente, il Pci non avrebbe potuto essere che da quella parte. Berlinguer non avrebbe mai condiviso la strada dell’occupazione, ma un principio volle ripeterlo: il Pci sta con i lavoratori.

Un segno di funzionamento della democrazia

La seconda immagine, altrettanto celebre, corre ancora più indietro, al 15 dicembre 1969, i funerali  a Milano delle vittime della strage di piazza Fontana. Ho riletto in questi giorni alcune pagine di un libro molto bello, “Storia della Repubblica”, di uno storico, Guido Crainz, che apprezzo molto per la sensibilità di cogliere le fonti più diverse. Ad esempio, nel raccontare quel giorno terribile, quando sfilarono quindici bare (due delle vittime della bomba fascista perirono giorni e mesi dopo) tra migliaia e migliaia di cittadini,  si affida a quello che definisce uno “splendido servizio di Tv7”, la popolare trasmissione della Rai, servizio che “ci riconsegna le parole e le emozioni dei lavoratori che gremiscono la piazza del Duomo”. Uno di quei lavoratori, al microfono, spiega: “Non bisogna mettere questa strage orrenda con il presunto disordine degli scioperi… lo sciopero è segno di buon funzionamento della democrazia, dove non si sciopera tutto è finito…”. Si veniva dall’autunno caldo. Pochi giorni prima, a proposito della manifestazione dei metalmeccanici a Roma, sul Corriere della Sera (direttore Giovanni Spadolini), in un editoriale, Cesare Zappulli commentava con prosa ottocentesca: “Una certa componente eversiva o contestataria, una certa propensione alla jacquerie continua a mischiarsi alle vicende sindacali… Cos’è questo di più emotivo, questo ingrediente popolaresco che si aggiunge e si sovrappone alla vertenza, quasi che il concorso di folla, di grida, il vociare, il disordine e le arringhe finali dei triumviri (Trentin, Macario, Benvenuto) dai rostri valgano a mutare la sostanza delle cose?”.  Anche allora, più di oggi, il “disagio” era stato ignorato. Perché lo scandalo se qualcuno prova a rappresentarlo?