Le ragioni di Mattarella contro chi se ne infischia della Costituzione

E’ fallito il governo del cambiamento. Su quella  strada si sono aperte  più buche che a Roma. Non ce l’hanno fatta Matteo Salvini e Luigi Di Maio a conquistare il Palazzo e a scrivere la storia. Il loro metodo irrispettoso delle regole e delle persone è finito in mille pezzi davanti a considerazioni che loro per primi avrebbero dovuto fare per non andare a sbattere.

Pur messi sull’avviso più volte, in diverse occasioni, hanno pensato fino all’ultimo che la  resistenza del Capo dello Stato su nomi e modo di agire alla lunga non sarebbe durata. E che il professor Conte sarebbe riuscito a traghettare il Paese nella terza Repubblica alla guida di un esecutivo giallo-verde tanto originale quanto improbabile. Portando con sé nell’avventura i ministri individuati con il  vecchio e sempre utile manuale Cencelli dai leader  grillino e leghista. A cominciare dal professor Savona alla guida del dicastero dell’Economia, il cui atteggiamento anti euro non poteva essere in alcun modo  accettato.  Nonostante, dopo giorni di polemica  sul suo nome, l’economista  ci abbia provato a mettere una  toppa che è risultata peggiore del buco. “Le mie posizioni sono note. Voglio un’Europa diversa, più forte ma più equa”. Savona non ha messo  in discussione l’appartenenza dell’Italia alla Unione europea. Ma senza neanche ribadirlo. Troppo poco per indurre ad un ripensamento il presidente della Repubblica che ha scelto la prima linea per difendere il Paese e la Costituzione. E non perché asservito ai potenti d’Europa. Ma perché convinto europeista, a capo di un Paese che l’Unione l’ha fondata. Il suo ruolo di garanzia non ha voluto metterlo in discussione.

Quanto fosse difficile la partita della  formazione del governo, molto al di là degli slogan e della arrogante faciloneria, lo si è visto nelle ore più drammatiche di questa  drammatica crisi, dopo quattro giorni di lavoro del presidente incaricato che, non per caso, aveva accettato con riserva pur avendo i numeri per ottenere la fiducia in entrambi i rami del Parlamento.

Quanto fosse difficile l’impresa lo si è capito dalle parole che il presidente Mattarella ha rivolto al Paese per motivare le ragoni della sua decisione. Il Capo dello Sato ha parlato dopo l’annuncio ufficiale della fine del tentativo Conte fatto, secondo prassi, dal segretario generale Ugo Zampetti. E dopo i ringraziamenti del professore, rimasto in sella (e in taxi) per poco, rivolti agli sponsor politici di un’avventura in cui ha “profuso il massimo sforzo” ponendo la “massima attenzione per adempiere al compito” la parola è passata a Mattarella. Lo sguardo fermo. La precisione nelle spiegazioni. La certezza di stare agendo nell’alveo  indiscutibile della Costituzione. Chi aveva pensato che il presidente, poco propenso a sprecare parole, non mostrasse polso fermo nel gestire la crisi più grave della Repubblica, ha dovuto fare i conti con la dura realtà. Il governo del cambiamento va rinviato. Quel programma costoso e irrealizzabile che accontentava tutti a parole per poi inevitabilmente deluderli è destinato a rimanere nel cassetto.

“Ho atteso i tempi da loro richiesti per raggiungere un programma pur consapevole che questo mi avrebbe attirato osservazioni e critiche. Nessuno può dunque sostenere che io abbia ostacolato la formazione del governo definito “del cambiamento” agendo sempre nel rispetto delle regole della Costituzione” ha detto il presidente che ha sottolineato le difficoltà a dare ad un governo politico la guida di un non eletto. “Ma il Capo dello Stato non può subire imposizioni. Ho chiesto per il ministero dell’Economia l’indicazione di un autorevole esponente politico della maggioranza coerente con il programma. Che non sia visto come sostenitore di una linea più volte manifestata che potrebbe provocare l’uscita dell’Italia dall’euro”. Paolo Savona non dava queste garanzie. Il presidente non subisce imposizioni. Il presidente ha il dovere di difendere gli italiani e i loro risparmi. Così il possibile ministro dell’Economia  si è trascinato con sé tutto il governo. “Con rammarico” per dirla con Mattarella bisognerà ricominciare da capo.

Il presidente, che aveva preannunciato un’iniziativa per uscire dallo stallo, ha convocato al Quirinale Carlo Cottarelli, l’ex commissario alla spesa pubblica durante il governo Letta, per chiedergli la disponibilità a guidare il governo del presidente, messo da parte davanti al formarsi della coalizione grillina e leghista ma ora tornato d’attualità. Un esecutivo senza maggioranza, almeno al momento, per portare il Paese di nuovo al voto. Con il libro dei sogni messo da parte.

I due giovanotti, ormai solo di lotta e non più governo, sono stati ricevuti in sequenza al Colle prima del professore incaricato. Un ultimo tentativo per farli riflettere sulle conseguenze della loro ostinazione. Niente da fare. Sono usciti furenti. Matteo Salvini se n’è andato a un raduno leghista a Terni e ha cominciato già la campagna elettorale. “Avevamo un governo pronto. Bisognerà spiegarlo a sessanta milioni di italiani” perché non c’è. La  scelta  di Mattarella per Di Maio “è incomprensibile”. Via via i toni si sono fatti sempre più duri. Al limite del vilipendio. Sempre più duri contro chi, dicono i due, non ha tenuto conto del voto degli italiani. Che loro se ne infischiano della Costituzione a loro appare poca cosa. Alla marginale Giorgia Meloni, che non è stata ammessa al tavolo delle trattative e men che mai nel possibile governo, è toccato evocare  per prima “l’impeachment per alto tradimento”.  A stretto giro le si è accodato Di Maio con un comiziaccio in gara con i toni ancora più fuori da ogni regola di Salvini. Per aizzare la piazza si è fatto aiutare da Alessandro Di Battista che non parte più per il Sud America ma si ricandida.  Salvini dai tetti di Roma riparla “incazzato” alla pancia del Paese, ma è il più soddisfatto. Perché lui, in fondo, alle elezioni ci voleva  tornare fin dall’inizio sull’onda dei sondaggi positivi. E sulla messa in stato di accusa del presidente preferisce non allinearsi anche perché Silvio Berlusconi definisce da irresponsabili le parole contro il Presidente. E i voti di Forza Italia  ancora tornano utili. Se la legge elettorale resta questa…