Le ragioni della sconfitta di Corbyn
L’uomo giusto al momento sbagliato

Jeremy Corbyn diventa leader del Labour dopo le dimissioni di Ed Miliband seguite alla vittoria a sorpresa del conservatore David Cameron nelle elezioni del 2015. Quella stessa vittoria determina il referendum sulla Brexit, incluso nel manifesto elettorale conservatore sulla spinta della destra del partito, e approvato da una maggioranza bipartisan prima che Corbyn diventasse segretario, quando il partito era guidato dalla reggente Harriet Harman. Per questa ragione una delle primissime scelte di Corbyn da candidato segretario fu quella di schierarsi a favore della campagna per rimanere nella Ue. In molti modi si può dire che il destino politico della segreteria Corbyn fosse profondamente legato alla vicenda della Brexit.

E’ innegabile che già nel primo anno della leadership Corbyn mostri una certa timidezza nel prendere una posizione forte rispetto alla Brexit Non è un caso che la sconfitta del remain segni il primo momento di crisi, con un’opposizione interna divisa e disorganizzata che cerca comunque di sfiduciarlo.

Corbyn aveva fatto campagna per il remain, anche con argomenti convincenti per la sinistra, difendendo il libero movimento dei lavoratori contro il libero movimento dei capitali non tassati (qui), ma dal giorno dopo la vittoria del leave e per i due anni successivi l’ambiguità è la cifra che caratterizza Corbyn sulla Brexit. Costantemente spaventato dal prendere pubblicamente una posizione e ansioso di spostare altrove la discussione, di fatto, un riflesso delle divisioni sul tema nel partito e anche tra i suoi collaboratori più stretti, alcuni dei quali avevano votato leave, la segreteria Corbyn è stata caratterizzata fin dall’inizio da un sostanziale immobilismo strategico che, alla lunga, ha indispettito sia il partito che l’elettorato nel suo insieme.

Molto controverso fu l’ordine ai suoi deputati di votare a favore dell’attivazione dell’articolo 50 nonostante la May avesse scelto chiaramente una Brexit molto diversa da quella soft predicata da Corbyn. Non aver mai preso fin dall’inizio le distanze ed espresso pubblicamente dei dubbi sulla possibilità di portare avanti la Brexit a quelle condizioni ha minato la credibilità dei successivi riposizionamenti.

L’ambiguità sulla Brexit

In larga parte, è proprio questa snervante indecisione sul tema cardine della politica britannica di questi anni la principale ragione della crescente impopolarità di Corbyn in larghe fasce dell’elettorato, in particolare quello progressista. Certo questa impopolarità era anche dovuta alla martellante campagna di demonizzazione della stampa moderata, critica verso un politico scomodo e da sempre critico verso l’establishment, anche mediatico, del Regno Unito.

Ma la freddezza di giornali di sinistra liberal come il Guardian e l’aperta ostilità di testate progressiste come The New Statesman rivelano che qualcosa di profondo non ha funzionato tra Corbyn e una parte del Paese che avrebbe dovuto naturalmente guardare al Labour. Come ha scritto anche Paolo Gerbaudo in un’utile analisi sul sito di Senso comune: “A questo velenoso attacco mediatico, si aggiungono le debolezze di Corbyn stesso. Spesso opaco nelle performance pubbliche e in televisione, e incapace di trasmettere l’immagine di una persona capace di imporre la propria visione, Corbyn è stato ricacciato nello stereotipo del militante estremista” Di fatto, Corbyn non è stato in grado di prendere adeguate contromisure al logoramento di un’immagine che è andata progressivamente deteriorandosi a partire dal 2017, in larga misura proprio per le esitazioni ad esprimere una visione chiara sulla Brexit.

 

Nella figura tratta da un articolo pubblicato su The Conversation da Paul Whiteley e Harold D. Clark il crollo di popolarità di Corbyn tra il 2017 e oggi.

A questa caduta di immagine hanno senz’altro contribuito le continue accuse di antisemitismo rilanciate sia dai media che da alcuni leader della comunità ebraica sulle quali va fatto un discorso parzialmente diverso. E’ oggettivamente difficile per un uomo di pace che ha speso tutta la sua vita politica a combattere ogni forma di intolleranza e razzismo accettare di dover rintuzzare l’odiosa accusa di antisemitismo ed è indiscutibile che almeno in parte si trattasse di un’accusa strumentale animata dal desiderio di demonizzare il partito laburista e il suo leader, anche per via delle sue posizioni critiche sulle politiche dello stato di Israele.

Certamente errori ne sono stati compiuti sia nella gestione del caso mediatico che nel trattamento dei pochi casi di membri del partito implicati in vicende di antisemitismo. Ma se è sempre opportuno esprimere totale vicinanza alle comunità ebraiche giustamente preoccupate dall’aumento di casi di antisemitismo nelle nostre società è anche opportuno ribadire la lontananza umana e valoriale di Corbyn da qualunque forma di intolleranza, incluso l’antisemitismo. Di fatto le accuse dirette o indirette di antisemitismo sono state, almeno in parte, il veicolo di espressione una sfiducia generalizzata nella leadership di Jeremy Corbyn.

Popolarità in picchiata e battaglia interna

Corbyn non è mai stato votato alla leadership. Naturalmente incline all’ascolto e alla mediazione, ha sofferto in prima persona il clima di tensione permanente che ha caratterizzato il partito laburista impegnato in una perenne battaglia interna a partire dalla sua elezione a segretario, sia tra l’ala moderata e quella radicale, sia tra europeisti ed euroscettici, che tagliava in due la stessa maggioranza corbynista.

Ma mentre la sinistra interna era chiaramente maggioritaria nel partito e Corbyn ne interpretava con credibilità la richiesta di un cambio di paradigma sui temi sociali ed economici, sulla Brexit la prudenza di Corbyn era troppo spesso in conflitto con il sentimento prevalente degli iscritti (il 90% dei quali aveva votato e fatto campagna per il remain). Questa contraddizione si è riflessa in una forte tensione nel governo ombra, perfino con storici alleati come John McDonnell e Diane Abbott, che ha veicolato fino ai giorni immediatamente precedenti alla campagna elettorale l’immagine di un partito diviso, a fronte di un partito conservatore che parlava finalmente con una voce sola.

Durante la campagna elettorale questo eccesso di prudenza si è manifestato nel tentativo di mettere la Brexit in secondo piano, come fatto nel 2017. Qui l’errore è stato di pensare di potere mettere tra parentesi la proposta di referendum e di spostare la conversazione altrove quando si trattava di una policy importante e controversa in una larga fetta dell’elettorato, anche in virtù del ben noto scetticismo dello stesso Corbyn.

Boris Johnson

Di fatto Corbyn ha accettato a malincuore il referendum ma non ne ha difeso la necessità di fronte all’elettorato, per esempio ricordando come nel voto del 2016 la campagna Vote Leave di Boris Johnson avesse violato la legge o che sostenesse un tipo di Brexit molto più moderato da quello proposto in seguito, di fatto privo di un chiaro mandato popolare. E se Corbyn pareva autentico e genuino nel suo desiderio di unire il Paese, era molto meno autentico nel difendere una policy in cui palesemente credeva poco e senz’altro meno credibile come alfiere di una politica volta ad offrire al suo paese una chance di rimanere democraticamente nella UE, dopo averlo molte volte escluso.

Tolte a Corbyn autenticità e credibilità, è finito per diventare, per una larga parte della Gran Bretagna, semplicemente un politico come tutti gli altri. Di fatto l’ambiguità sulla Brexit è stata in molti modi per Corbyn quello che l’ambiguità sui temi economici è stata per Ed Miliband nel 2015. Gli è costata voti su entrambi i lati della barricata, ne ha diminuito la credibilità verso l’elettorato e fondamentalmente, ne ha incrinato la leadership.

La fine del corbynismo

Jeremy Corbyn ha incarnato la speranza di una rinascita del socialismo europeo, trasformando un partito laburista in grave crisi nel piú grande partito socialista d’Occidente e infondendo speranza a una generazione di militanti provenienti dalle lotte studentesche, dai movimenti contro l’austerità e il cambiamento climatico. Un politico non convenzionale, come non ne ce ne sono tanti, un uomo onesto, coerentemente socialista e pacifista, purtroppo uscito sconfitto dall’abbraccio mortale della Brexit.

Con Corbyn finisce anche la stagione del Corbynismo. Il mondo che ha sostenuto il leader non è mai riuscito, in oltre 4 anni, a trovare una formula per pacificare il partito e trovare una strategia coerente sulla Brexit. Il grande fallimento del mondo che ruotava attorno a Corbyn, a partire da Momentum, è da una parte non avere elaborato un processo di democratizzazione del partito che permettesse alla membership di sciogliere i nodi politici, dall’altra non avere elaborato una strategia su come affrontare il nodo Brexit a partire da una visione di internazionalismo di cui un partito progressista non può mai prescindere. Anche per questo la nuova leadership che verrà eletta ad Aprile sarà quasi certamente molto piu decisamente europeista.

Il Regno Unito continuerà invece a rimanere bloccato dalle divisioni e dagli scontri istituzionali della Brexit e dei contrapposti nazionalismi inglese e scozzesi, nella divaricazione antropologica tra grandi città e piccoli centri, nell’incapacità di elaborare un’idea condivisa di futuro, in un sistema democratico disfunzionale con una monarchia in crisi e un sistema politico balcanizzato. Non è più questione di se ma di quando rispetto ai processi di riunificazione irlandese e indipendenza scozzese. La Brexit, lungi dall’essere done, avvelenerà ancora per molti anni la politica britannica, in una via crucis di rinegoziazioni, caos nei rapporti internazionali e scontri istituzionali interni che continuerà per almeno un lustro.

Mala tempora currunt. Ma verrà il giorno in cui una nuova generazione che ha scoperto la politica con Jeremy Corbyn troverà la strada per riportare l’Inghilterra in Europa. Non è il momento di disperarsi ma di tenere vivi legami di solidarietà.

Le puntate precedenti:

1 L’inquietante strategia dei conservatori

  2 Gli sbandamenti della strategia sulla Brexit