Le Quattro giornate di Napoli, quando la plebe divenne popolo


Per capire cosa fosse la Napoli che a fine settembre del 1943 insorge in armi contro gli occupanti tedeschi è necessario inquadrare cosa era stata nei cinque anni precedenti, quando il fascismo, con la sua mistica e i suoi rituali, cominciò sempre più a essere percepito come un corpo estraneo rispetto alla storia della città. Per la verità, non manca una storiografia abbastanza consolidata che sottolinea la persistente, sostanziale debolezza del Pnf napoletano e dei suoi dirigenti fin dagli inizi, mai realmente capaci di stabilire una osmosi tra partito e società civile. Nel lungo periodo, questo elemento avrebbe annacquato in misura significativa la “fascistizzazione” della città, tra le grandi realtà urbane della Penisola quella che maggiormente conserverà una propria autonomia dal progetto di “nuova civiltà” perseguito da Mussolini. Una tendenza che si dispiega compiutamente per tutti gli anni Trenta, quando nonostante l’attenzione che il fascismo riserva alla più grande città del Mezzogiorno, riassumibile nella trovata di “Napoli porto dell’Impero”, il millenario fatalismo napoletano fa premio, spesso smontandola, sulla propaganda. Il regime si sforza di estendere l’area del consenso solleticando la piccola borghesia e i ceti proprietari e professionistici con l’alienazione di beni municipali, la concessione di appalti e le nomine in consigli d’amministrazione di grandi e piccoli enti pubblici, ma l’approfondirsi della distanza tra ricchi e poveri seguito al rincaro del costo della vita e all’indebolirsi del potere d’acquisto delle classi meno abbienti alimenta progressivamente scetticismo e disillusione in vastissimi strati della popolazione.

La visita di Hitler in città, il 5 maggio del 1938, rappresenta il momento di massimo, quanto effimero, fulgore del fascismo napoletano. Ma, come spessissimo accade, l’apogeo coincide con il punto dal quale comincia il declino. A cui contribuisce anche una consistente fronda interna, che comincia a manifestarsi già ai Littoriali del 1937 culminando nella fondazione da parte dello squadrista Domenico Mancuso della rivista “Belvedere”, dagli accesi toni anticapitalisti e pregna di richiami al fascismo degli inizi e al mito della “rivoluzione interrotta”. Un vero e proprio laboratorio di futuri oppositori sarà, di lì a poco, la rivista “IX Maggio”, sulla quale muoveranno i primi passi esponenti di rilievo dell’antifascismo: Renzo La Piccirella, Giorgio Napolitano, Luigi Compagnone, Francesco Rosi, Aldo Masullo, Massimo Caprara, Antonio Ghirelli, Anna Maria Ortese, Luciana Viviani, Maurizio Barendson, Antonio Guarino. Né va taciuta la grande partecipazione popolare che si registra, il 20 aprile del 1943, ai funerali di Roberto Bracco, drammaturgo che non si era mai piegato alle minacce o alle lusinghe della dittatura mussoliniana. Ma, ovviamente, a sgretolare definitivamente ogni residuo di credibilità del regime sarà la guerra, con il pesante carico di distruzione (più di 100 bombardamenti) e lutti che essa riverserà sulla città.

Se questi sono i dati di contesto, essi ancora non delineano a sufficienza la natura delle Quattro Giornate, spesso lette come estranee alla storia nazionale. Una “rivolta inafferrabile” incompatibile “con le rivolte sociali coeve e passate”, anche “quelle dei ghetti americani”. Per Claudio Pavone, una sommossa “pro aris et focis” di lazzari senza éthos politico (come la ricordava lo stesso Benedetto Croce), che, nella storia della città, “per la prima volta si trovano dalla parte giusta”. “Lazzari” non è molto lontano, anche semanticamente, dal termine “plebaglia” usato da Hitler per definire gli insorti: un pregiudizio sopravvissuto alla guerra e perfino all’antinazismo, se nel 1961 il direttore dell’austero “Stern” definì la rivolta napoletana contro le truppe di occupazione tedesca “la ribellione allo straniero oppressore, nella città dei mandolini e delle pizze, null’altro che un parapiglia tra papponi e prostitute”.

Il tentativo di anestetizzazione politica compiuto a danno della più grande tra le prime insurrezioni popolari antifasciste e antinaziste dell’autunno 1943 va avanti per decenni, oscurando la fittissima trama resistenziale che tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre del 1943 dipana i propri fili per i vicoli, le strade e le piazze dell’antica capitale del Mezzogiorno. I quattro giorni di insurrezione furono preceduti dall’attività svolta da bande armate – costituite da napoletani, antifascisti sbarcati in città dalle isole di confino e prigionieri alleati liberati – che avevano iniziato a resistere fin dall’armistizio. Erano state queste iniziative di lotta che avevano innescato le brutali rappresaglie tedesche, le quali a loro volta fornirono il carburante che alimentò la ribellione popolare.

La natura politica delle Quattro Giornate è dimostrata anche da altri dati raccolti dalla storiografia più recente. Allo scoppio della rivolta contro i tedeschi, il 27 settembre, i gruppi di antifascisti erano 26, sparsi per la città e la provincia. Mobilitarono oltre 500 combattenti, diretti dal comando operativo sistemato in Piazza San Gaetano, il cui capo militare era un socialista confinato a Ventotene, che nei giorni dell’insurrezione si trovava ricoverato all’ospedale Incurabili. Si chiamava Federico Zvab, era nato nel 1908 a Kazlje (Sesana in italiano), a pochi chilometri da Trieste, come Danilo Dolci, ed era antifascista fin dalla più tenera età. Zvab aveva combattuto nelle Brigate Internazionali durante la Guerra Civile di Spagna e, agli inizi degli anni Trenta, si era distinto per la sua attività di attivista politico, partecipando a molte rivolte operaie in Belgio, Germania, Austria e Cecoslovacchia.

E’ stato calcolato che l’11% circa degli insorti era costituito da antifascisti di lunga durata e dalla loro rete amicale e familiare. Chiunque sappia come funziona un’organizzazione può riconoscere in questa la percentuale media su cui si assesta un gruppo dirigente con la sua struttura organizzativa. Cifre che per decenni non hanno trovato spazio nelle ricostruzioni storiografiche, ma che messe in fila, una dietro l’altra, contribuiscono a delineare una trama inequivoca e, a suo modo, originale per la stessa storia di Napoli. Le Quattro Giornate come momento in cui, nella storia della città, alla plebe senza progetto si sostituisce il popolo. Che in quella esaltante insurrezione fissa il proprio atto di nascita.