Le polemiche sull’ANPI,
anche da noi serve una de-escalation

Confiteor. Nella dottrina cattolica il Confiteor che ai fedeli è chiesto di recitare all’inizio della Messa è qualcosa di diverso dal Credo, la mera attestazione di fede. Il Confiteor segnala il pentimento, e quindi il riconoscimento di una colpa e la disponibilità all’abiura del peccato commesso. Nelle forme che il dibattito pubblico sulla guerra in Ucraina ha preso in Italia (forse più che altrove) troppo spesso la richiesta che l’avversario – sia una persona, un partito o un’organizzazione sociale – pronunci il Confiteor fa aggio sulla giusta pretesa che premetta al suo ragionare il Credo, che parta cioè da una chiara e onesta esposizione delle proprie convinzioni.

Prendiamo le polemiche di questi giorni sull’Anpi. Il suo presidente Gianfranco Pagliarulo ha fatto in passato delle dichiarazioni molto discutibili sulla Russia, Putin, l’Ucraina e la guerra. È legittimo criticarlo, e anche noi lo facciamo. Sarebbe anche giusto chiedergli – nessuno lo ha fatto – se alla luce di quanto è successo dopo quelle prese di posizione il suo giudizio sia cambiato e se quindi si possa procedere al passaggio successivo che, sempre per rimanere nella liturgia della Messa, è il Misereatur, cioè l’invocazione alla misericordia del perdono di Dio. O, nel caso in esame, più modestamente il nostro. In mancanza di una risposta, si può anche capire che si arrivi a chiedere le sue dimissioni, come ha fatto pubblicamente più di un esponente della stessa associazione.

“Putiniani” e bandiere della NATO

Quel che non va assolutamente bene è che il “peccato” (consideriamolo certamente tale) di Pagliarulo venga esteso all’associazione che presiede, la quale nella prosa sbarazzina del commentatore d’un grande giornale diventa Associazione Nazionale Putiniani d’Italia e che negli articoli dell’altro grande giornale concorrente viene descritta come una congrega di nostalgici non-si-sa-di-che, come se il passare degli anni e delle generazioni avesse fatto inevitabile giustizia di memorie d’antan e valori che sono (sarebbero) quelli fondanti della nostra Repubblica. Si tratta di una vera e propria campagna politica, la quale affonda i suoi umori di revisionismo storico-culturale ben al di là della questione della guerra e che – va da sé – satura gli umori incontrollati dei social media e tracima negli innumerevoli talkshow delle nostre televisioni pubbliche e private. Qui dirigenti dell’associazione, vecchie e vecchi partigiane e partigiani, malcapitati esponenti della sinistra impegnati (non tutti) a difenderli, vengono sottoposti all’ordalia del fuoco: ammettete che la resistenza del popolo ucraino è del tutto uguale alla resistenza dei partigiani contro i nazifascisti, approvate l’invio delle armi, dite che siete d’accordo sulla presenza delle bandiere della NATO nei cortei del 25 aprile. Hic Rhodus hic salta.

Lasciamo perdere i contenuti, molto discutibili in termini di paragoni storici e perfino grotteschi quando si chiede la presenza in cortei che celebrano la lotta contro il nazifascismo di bandiere di un’entità che allora non esisteva. Di tutto si può discutere. Quello che sconcerta, e preoccupa molto, è il metodo. È la violenza dell’argomentazione. È il dogmatismo dei presupposti. Chi si azzarda a sostenere la complessità degli eventi che hanno portato alla guerra è un giustificazionista dell’invasione se non un putiniano di complemento, chi invita a considerare i rischi di inviare quantità di armi pesanti in un’area altamente instabile – non solo ora che c’è la guerra ma anche in passato e purtroppo, prevedibilmente, in futuro – vuole solo la resa degli ucraini, chi critica le esternazioni di Biden cade “nel vecchio vizio dell’antiamericanismo” e via con le scomuniche.

Un clima pericoloso

Il problema non è solo il decadimento del dibattito pubblico, la possibilità che si chiudano tutte le opportunità per il necessario approfondimento di una realtà geopolitica che è indubitabilmente complessa e non semplificabile con lo schema – vero, verissimo – secondo il quale c’è un aggressore e ci sono degli aggrediti. La liquidazione, prima ancora che si cominci a discuterne, di una questione etica di grandissimo spessore come la liceità della guerra e, eventualmente, a quali condizioni. Il problema è anche, forse soprattutto, il clima che si va creando: una contrapposizione radicale di opposte chiusure che spacca come una faglia culture, comunità politiche, perfino le famiglie e le amicizie. La storia ci insegna che la radicalizzazione sui problemi che riguardano guerra e pace, nazionalità e diritti dei popoli hanno portato in passato a fanatismi, dittature, lotte fratricide e guerre.

Non è il caso, forse, di abbandonarsi a considerazioni tanto cupe. Ma il pericolo di una deriva c’è e va considerato. Dovremmo tutti, come si dice nel linguaggio familiare, “darci una calmata”, imparare a discutere assumendo ogni tanto la posizione dell’interlocutore, usare più “se” e più “ma”, diffidare delle assolutezze verbali che hanno la stessa radice degli atti estremi e degli eroismi il cui unico orizzonte è il suicidio. Se crediamo che il primo passo verso la pace sia la de-escalation, cominciamo a scendere intanto noi gli scalini del nostro dibattito pubblico.