Le parole contano, sull’uguaglianza si torni alla Costituzione

“Le parole sono importanti”. Lo diceva un adirato Nanni Moretti in “Palombella rossa” (1989). Le parole diventano pietre quando vengono scagliate alla velocità della luce nell’universo dei “social media”. Ecco, allora, l’importanza di una “ecologia delle parole”, che devono essere soppesate, per evitare la ridondanza che ci confonde; ripulite, per non trasformarle in “parolacce” o insulti; meditate, per non parlare a vanvera. Ma è un lavoro lungo e complesso, che solo la scuola può innescare e poi deve continuare per tutta la vita. Ecco perché è deprimente il rifiuto della prova scritta alla maturità, come hanno chiesto 40.000 studenti, per una pigrizia indotta dalla pandemia.

Burocrazia zelante

Ma quando Politica e Burocrazia si mettono in mezzo, anche con le migliori intenzioni, rischiano di far danni. E’ il caso delle “linee guida” -ad uso interno- elaborate da Bruxelles, per fare in modo che ogni persona nella Ue abbia “il diritto di essere trattata in maniera eguale”. Bella idea, salvo suggerire di evitare di dire “Buon Natale”, sostituito da un generico “buone feste”, ed altri consigli del genere, che hanno scatenato reazioni ironiche o indignate e dato fiato a Salvini: “Viva il Natale, sperando che nessuno si offenda”, e a Meloni: “La nostra storia e identità non si cancellano”. Un eccesso di zelo, che il diplomatico Talleyrand avrebbe sconsigliato.

L’ossessione per il politicamente corretto, tipico della sinistra anglosassone, rischia -come ha paventato qualcuno – di “regalare il Natale alla destra”? Sarebbe davvero paradossale visto che il Cristianesimo delle origini è stato rivoluzionario e la Natività, raccontata dal Poverello d’Assisi nel presepe, guardava con affetto quella (sacra) famiglia di profughi, rifiutata da tutti, costretta a rintanarsi in una grotta per far nascere un bambino che sembrava come tutti gli altri. Un bambino che, quando è cresciuto, ha fatto scandalo predicando a tutti, donne e schiavi compresi, di porgere l’altra guancia e che siamo tutti uguali (almeno di fronte a Dio). E poi, chi ha fatto questa proposta un po’ troppo zelante, forse non ha letto Benedetto Croce, laico e liberale, che in anni difficili (1942) ha scritto “Perché non possiamo non dirci cristiani”, che non piacque al fascista Bottai.

Conoscersi per parlarsi

Bruxelles, dopo la pioggia di critiche che ha colpito le sue “linee guida”, ha fatto una frettolosa marcia indietro ed ha ritirato tutte le raccomandazioni che aveva elaborato. E così, ha raddoppiato l’errore. Il tema delle parole in una Europa tollerante, aperta al mondo e al suo mosaico straordinario di lingue, popoli, tradizioni, non può essere rimesso in un cassetto e far finta che non sia successo nulla. La dimensione “interculturale” dell’Europa è un argomento importante, anzi cruciale, visto la sua origine e l’ “assedio” di tanti migranti che cercano dalle nostre parti un po’ di sicurezza, tranquillità e naturalmente lavoro, soprattutto quei lavori con i quali, noi europei, ormai non vogliamo sporcarci le mani.

Sarebbe, allora, saggio e lungimirante riaprire quel cassetto e rimettere le mani sulle “raccomandazioni”, piene di buone intenzioni, ma francamente un po’ burocratiche. Bisognerebbe farlo – e non sarebbe tempo perso – coinvolgendo tutti gli interessati, con l’aiuto di esperti e linguisti, per avviare una riflessione comune, lasciando che continuiamo ad augurarci Buon Natale, ma anche buone feste, senza imbarazzanti censure tipiche della “neo lingua” (vedi Orwell). Lo fanno da secoli, senza troppi problemi, atei ed agnostici. Sarebbe giusto ed importante, conoscere di più e meglio gli “altri”, a partire dalle loro feste, che rappresentano sempre un aspetto importante della loro storia ed identità, come ci hanno insegnato gli ebrei. Quella che andrebbe “ripulita”, con questa operazione culturale, da fare soprattutto nella scuola e nello sport, è la valanga di stereotipi e pregiudizi, che affollano – volenti o nolenti – la nostra mente. E’ grazie a quel po’ di Illuminismo che pervade l’idea di Europa, che possiamo pregare o non pregare come ci pare, per il semplice fatto che siamo tutti “cittadini”. L’unico “limite”, che poi è un baluardo civile e culturale, è la nostra Costituzione, senza bisogno di zelanti “linee guida” burocratiche.

La Costituzione ci ha già insegnato che abbiamo pari dignità sociale e siamo “uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (art.3). Ma attenzione, le parole bisogna impararle e usarle bene perché – come sapeva Bruce Chatwin – costruiscono il mondo in cui viviamo e poi, alla fine, “chi parla male, pensa male”. Ogni tanto, allora, facciamo (ri)leggere la Costituzione, ai nostri zelanti burocrati e Buon Natale e buone feste anche a loro.