Le parole per dirlo
e la nostalgia del Pci

Alla voce “Istituzioni” è scritto:  “Nel più grande partito comunista dell’Europa occidentale avere il senso delle istituzioni e dello Stato era più importante che respirare … anche prima del fascismo e soprattutto in Gramsci la scelta democratica e di rispetto delle istituzioni non venne mai meno”.  Ecco com’è che si accappona la pelle di fronte alla spregiudicatezza nelle manovre su Bankitalia. Ma, per la verità, il problema non è solo l’Italia. Quale senso delle istituzioni democratiche ha mostrato il presidente della Generalitat catalana, indicendo un referendum indipendentista che la costituzione spagnola non prevede? Quale senso della democrazia dimostra Rajoi allestendo una repressione e un commissariamento della Catalogna che l’articolo 115 della Costituzione spagnola non prevede?

Questa è una delle tante riflessioni che il libro-glossario scritto da Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli – “Al lavoro e alla lotta. Le parole del PCI” –  può suscitare nel lettore che con quelle parole si è formato alla politica. È lecito chiedersi: quelle categorie che le parole evocano sono ormai fuori della storia? Se lo sono, bisogna infischiarsene e restare lì, oppure si deve cercare altrove e rottamare la griglia di pensiero attorno a cui è cresciuta la carne della sinistra italiana?

In copertina falce martello e stella, disegnate, se la memoria non inganna, in una delle ultime tessere del PCI.  Il libro ha una costruzione inconsueta: un dizionario del lessico dei comunisti italiani nella prima parte; 10 interviste (6 donne, 4 uomini) a persone che hanno avuto con il PCI un legame forte, di adesione o anche di contrasto, nella seconda.

Il glossario rappresenta l’oggettivazione, le interviste la soggettività dell’esperienza. Il glossario è effettivamente neutro, avvertono le autrici, ma non esaustivo. Riflette l’età della formazione delle due autrici alla metà degli anni Settanta, la diversità delle loro storie, una cresciuta nei movimenti l’altra riformista e istituzionale, e – naturalmente – quello che è stato il loro contributo originale per la storia del “più grande partito comunista dell’Occidente”, l’incontro con il femminismo attraverso la stesura della Carta delle donne nella stagione in cui Livia Turco guidava la sezione femminile del PCI. L’incontro con le culture ambientaliste che ebbe il suo acme nel 1986, dopo Chernobyl, con la scelta antinucleare attraverso referendum.

Un libro siffatto, nonostante lo sforzo di oggettivazione, fa i conti con un sentimento che grosso modo si può definire nostalgia. Mettere a fuoco le ragioni di questo sentimento è un esercizio che facciamo, credo, quasi quotidianamente, alla lettura mattutina delle notizie politiche. Questo medesimo esercizio, ma attraverso le parole comuni, e quindi proponendo un ragionare non solitario, è l’operazione di Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli. “Ci siamo poste il problema”, mi dice Fulvia al telefono, a proposito della nostalgia e infatti si spiega nell’introduzione: “È una storia finita. Ma anche le mummie, quando sono state scoperte,  ci hanno insegnato qualcosa”. “Giudicherà chi legge se malinconia e nostalgia, sentimenti che noi confessiamo, senza difficoltà, di nutrire, siano solo negativi o conservatori”.

Le domande delle 10 interviste, le stesse per tutti gli interlocutori, insieme alle risposte, laiche, disincantate, sono la parte del libro che più aiuta nel mettere a fuoco il sentimento della nostalgia.Le sintetizzo in tre gruppi. Quelle relative alla formazione della classe dirigente, allora e oggi, quelle relative al rapporto fra i sessi.  Quella relativa alla comunità.

Tre cose colpiscono nelle risposte. La  prima è che la visione più lucida di ciò che, come paese, dobbiamo al PCI, viene proprio dalle donne che hanno compiuto anche percorsi diversi da quello comunista. La seconda è la scarsa presenza dei classici del marxismo nelle letture giovanili degli intervistati: poco Marx, invece molto Gramsci, Togliatti, Simone Weil, e i grandi romanzi dell’800 russo e francese. Guerra e pace è presente in tutti gli elenchi, tanto che viene da chiedersi: ma quella comunità che tanto ci manca era una comunità di tolstoiani? E forse non si è troppo lontani dal vero, pensando agli intenti pedagogici del grande russo e alla scuola di democrazia che fu il PCI. Così Luciana Castellina ricorda l’uso de l’Unità nelle sezioni: “I giornali di partito non erano solo strumenti per formare la classe dirigente, ma anche per costruire un partito che somigliasse il più possibile all’idea di intellettuale collettivo. Pubblicazioni sempre colte e non populiste, anche quando si trattava di un quotidiano come l’Unità che veniva letto da tutti i militanti”.

La terza cosa è quella che ci spiega perché c’è nostalgia ma non ci sono nostalgici attraverso le variegate risposte alle domande: “Pensavi che la comunità del PCI fosse migliore delle altre?”, “Cosa ti manca e cosa non ti manca?”.

Allora, quando nei primi anni Ottanta scoppiò la polemica sulla diversità, si dibatteva di strategia politica. I  contrari vedevano nella difesa della diversità l’arroccamento (tattico?) di Berlinguer nel ruolo di opposizione, i fautori avvertivano come un rischio mortale il ritorno alle politiche di unità nazionale e/o l’avvicinamento al PSI di Craxi. Ora, invece, quella diversità appare pacifica, quali che fossero le posizioni di allora.

Pensavi che la comunità del PCI fosse migliore delle altre?

Maria Luisa Boccia: “Era molto più di una comunità, era un mondo complesso e plurale. Ma era anche un’istituzione, con i suoi apparati, le sue logiche funzionali, gestionali, autoreferenziali. Era insomma una realtà pluridimensionale, differenziata al suo interno, attraversata da contraddizioni e da aporie. Personalmente l’ho vissuto come un luogo vivo e necessario. Perché mi ha consentito, persino costretto, a confrontarmi e mediare con l’altro/a da me, su ciò che è politica”.

Luciana Castellina: “Sono sempre stata convinta che Berlinguer avesse ragione quando insisteva sulla diversità comunista, che non fosse spocchia … Quando si è cominciato a dire che eravamo, o dovevamo essere, normali, abbiamo solo perso la nostra ragion d’essere. E quella per cui la gente si fidava del PCI. “

Lia Cigarini: “Sì. I dirigenti e i funzionari che io ho conosciuto avevano fatto due scelte serissime nella vita: la partecipazione alla Resistenza prima e la povertà poi. Infatti i funzionari di partito erano pagati come operai specializzati, quelli della FGCI come operai giovani”. Lia uscì dal partito comunista alla fine degli anni Sessanta, con la prima rivolta femminista che contestava alla radice “le forme politiche maschili”.

Quindi, certo, non le mancano pratiche e le consuetudini del PCI, eppure riconosce l’importanza del suo apprendistato politico: “Gli operai comunisti sapevano tutto della fabbrica, per prima cosa sapevano dei rapporti di forza reali nella propria e anche nelle altre. Sapevano leggere le buste paga, conoscevano i modi di produzione nei loro settori. In sintesi sapevano i bisogni, gli interessi e i desideri di ogni compagno di lavoro. Interventi brevi, concisi, fatti e riflessioni su di essi. Niente bla bla. Quindi veri intellettuali nel senso che io do alla parola. Ed erano una vera aristocrazia perché anche il più semplice magut (manovale) aveva una visione del mondo. Il punto debole: delegavano sulla politica generale al partito, anzi al segretario generale”.

Emanuele Macaluso: “Sì. Lo pensavo e lo penso ancora. Il PCI era una comunità con una solidarietà diffusa e uno spirito fraterno. Al di là dei conflitti aspri che riuscivamo a gestire con rispetto. Ancora oggi vado a pranzo con compagne e compagni con i quali ho avuto grandi differenze politiche ma una storia comune e una visione generale e condivisa di come fare politica”.

Gianni Cuperlo: “Certo che lo pensavo … Anche se oggi capisco l’errore di leggere quella appartenenza come una superiorità morale. Vi leggo altro. Ritrovo il carattere di una palestra di civismo e insieme i limiti di una militanza che compensava col senso del noi una fragilità nella comprensione del mondo e di dove andava. …Al fondo quel partito a me, più che una lettura aggiornata ha offerto un metodo e uno spirito di parte. Poi, molte cose le ho dovute cercare altrove, fuori da lì. Intere categorie della contemporaneità andavano trovate in ambiti e contesti diversi. Però quella radice ha consentito a tanti di noi di farlo senza smarrire mai la logica di quella ricerca. E nel disordine di adesso quello si è rivelato un piccolo patrimonio che ci portiamo dentro senza rimpianto e senza recriminazione”.

“Quello che più mi manca del PCI – risponde Achille Occhetto –è la sua capacità di inventare un modo di fare politica in sintonia, sia pure radicalmente critica, con la società italiana”, mentre non gli manca “l’idolatria per la linea fissata dall’alto”.

E Marisa Rodano: “Sarebbe ancora valida la consuetudine di discutere nelle assemblee degli iscritti la scelta delle candidature alle cariche elettive negli Enti Locali e in Parlamento”. La comunità, quella comunità politica e di fratellanza manca a Aldo Tortorella: “Considero un grave errore l’aver spezzato questa comunità”. “La discontinuità è poi logicamente giunta alla rottamazione”, poiché “il rinnovamento diventò abiura”.

Insomma, la nostalgia ha a che fare con la perdita di un metodo, di una cultura e di uno strumento complesso e capace di innovarsi. Di questa capacità la costruzione del rapporto con il movimento delle donne fu certamente un esempio, uno dei più recenti, insieme a quello dell’assunzione dei temi ambientali. Livia Turco: “Dopo il successo de La Carta delle donne che… mi aveva coinvolto moltissimo anche umanamente, confesso che nel mio cuore e nella mia testa si affacciò molto concretamente l’idea di costruire un partito delle donne … Respinsi questa ipotesi non solo per la mia primaria e radicata identità comunista ma perché mi convinsi che il nesso forza della sinistra – forza delle donne per costruire una profonda trasformazione sociale e una società più umana fosse inestricabile”. Posso dire, a diversi anni di distanza, che talvolta ha vinto quel dannato sentimento della secondarietà che ci portava ad accontentarci di essere alleate dei “capi” anziché proporci come leader in prima persona”.

Indefinitiva:  una nostalgia non nostalgica di un pensiero strategico e critico, della aspirazione anche al potere ma senza perdere di vista l’obiettivo di viaggiare accompagnati, se non da tutte e tutti, almeno dalla maggioranza degli strati deboli della società.

 

Le parole del PCI

Franca Chiaromonte, Fulvia Bandoli

Harpo, pp. 257, euro 16