Le parole di Trump
e la lettera al medico

La Fox tv ha usato dei pudichi asterischi. Lester Holt ha aperto il tg della Nbc avvertendo: i contenuti potevano “non essere adatti ai telespettatori più giovani”. L’Abc se l’è cavata dicendo che Trump aveva usato una parola scurrile “che non ripeteremo”. Ma stavolta la notizia è proprio lì, in quella parola usata da Trump per spiegare il suo modo di intendere l’immigrazione: perché mai prendersi haitiani e africani invece di norvegesi? O meglio: “Perché gli Stati Uniti dovrebbero avere tutta questa gente che arriva da questi Paesi del buco del culo?”. Shithole countries. Il New York Times non ha osato metterlo nei titoli ma l’ha scritto in chiaro, la Cnn l’ha scritto, detto e ripetuto senza pruderie. E così nel resto del mondo, la filosofia di Trump è stata variamente tradotta (Pays de merde, Paises de mierda, Drecksloch, cesso di Paesi). Inevitabili reazioni e polemiche, dalla richiesta di scuse avanzata dall’unica haitiano-americana al Congresso, la repubblicana Mia Love, allo sdegno di Haiti e dei Paesi africani, ambasciatori convocati e autosospesi, il segretario di Stato Tillerson costretto a prendere le distanze. “Non c’è un’altra parola che può essere usata se non razzista”, ha detto il portavoce Onu Rupert Colville. Ed è quello che i giornalisti Usa hanno chiesto a Trump alla prima occasione: “Presidente, è razzista?”.


La Casa Bianca ha smentito l’espressione ed è stata a sua volta smentita da numerosi testimoni: senatori democratici e repubblicani che giovedì scorso erano andati a presentargli una soluzione di compromesso che desse tregua ai rifugiati salvadoregni, haitiani e africani minacciati di deportazione da Trump e anche agli 800.000 dreamer, i figli di immigrati arrivati illegalmente negli Usa da bambini, per i quali si suggeriva un processo di legalizzazione che avrebbe portato alla cittadinanza. In cambio i democratici avrebbero accolto finanziamenti per 2,7 miliardi di dollari in strutture e tecnologie per proteggere le frontiere (il Muro). Accordo tutto da verificare in entrambi i campi, perché troppo permissivo per molti repubblicani e troppo generoso in concessioni per altrettanti democratici, ma la questione è finita del tutto in subordine di fronte alla poetica trumpiana che polverizza l’idea – e la retorica – dell’America multietnica e multiculturale e scopre dietro al ciuffo biondo un revanscismo bianco e triviale.

Ci sono voluti una serie di tweet e le precisazione della Casa Bianca per spiegare che la parola in questione non era stata detta ma che la sostanza non era diversa, che il presidente vuole un “sistema di immigrazione basato sul merito” e non porte aperte per chi arriva da paesi ad “alta criminalità”. Poche righe sul tema prima di prendere la deriva contro i democratici che vogliono sottrarre fondi “ai nostri militari nel momento in cui più ne abbiamo bisogno”. “Fatevi furbi, facciamo di nuovo grande l’America”. Divagazioni da abile comunicatore, armi di distrazione di massa?

Appena 24 ore prima per un’altra serie di tweet si era scatenato l’inferno tra Congresso e Casa Bianca, su tutta un’altra questione, l’autorizzazione ai programmi di spionaggio diffuso, denunciati cinque anni fa da Snowden. Trump ha rischiato di far saltare tutto, mettendo in dubbio la legittimità del programma sostenuto da Cia, Fbi e da tutte le agenzie Usa di spionaggio grazie a un tweet spedito pochi istanti dopo che la Fox aveva trasmesso un commento critico sul provvedimento. “Questa legge potrebbe essere stata usata per sorvegliare e violare la campagna elettorale”, ha twittato il presidente. E ancora: “Dossier confutati e pagati dai democratici. Ha l’Fbi usato questi strumenti di intelligence per influenzare le elezioni? Hanno i democratici o Hillary pagato i russi? Dove sono le email della disonesta Hillary?”. Un pasticcio che per 101 minuti (vedi Cnn) ha mandato in tilt i centralini della Casa Bianca e del Congresso. E lo speaker repubblicano ci ha messo del bello e del buono per spiegare ai suoi che il presidente non aveva cambiato idea, che la legge andava votata, mentre dalla Casa Bianca fioccavano tweet di precisazione.

Più o meno nelle stesse ore, con altri sdegnati tweet, il presidente americano ha cancellato una visita a Londra dove avrebbe dovuto inaugurare la nuova sede dell’ambasciata Usa. Motivo: non condivide la scelta, attribuita ad Obama, di svendere “per qualche nocciolina” il vecchio edificio in una zona prestigiosa e di spendere oltre un miliardo per costruirne uno nuovo. “Pessimo accordo. Vogliono che tagli il nastro, NO”. La decisione in realtà non è stata di Obama ma di Bush, Un dettaglio. Quel che conta qui è il mezzo e le argomentazioni che cancellano un viaggio più volte annunciato in un Paese con il quale gli Usa hanno avuto tradizionalmente una relazione privilegiata – e passi che per diversi commentatori Trump ai minimi storici non poteva fare regalo migliore a Theresa May. Passi anche che a Londra si annunciavano contestazioni.

Con la stessa nonchalance il presidente in un’intervista al Wall Street Journal ieri ha annunciato di avere “probabilmente” un buon rapporto con il leader nordcoreano Kim Jong-Un e che i battibecchi nucleari – non era stato lui a dire che il suo bottone nucleare era più grosso di quello di Kim? – sono intenzionali, parte di una strategia per raggiungere un accordo. Nessun chiarimento ulteriore, a parte una chiosa giornalistica sul fatto che la sua politica asiatica ha rimesso in gioco la Russia nella penisola coreana e non solo. Non è dato sapere se Trump e Kim si sono parlati e se ci sono novità. “Probabilmente” c’è un buon rapporto. Ma davvero?

E un po’ quello di cui parla il libro rivelazione sulla Casa Bianca, Fire and Fury, di Michael Wolff: una presidenza in balia delle onde, un leader imprevedibile e capriccioso, incapace di concentrarsi a lungo e di elaborare concetti complessi. Un po’ rimbambito, insomma. E il dubbio, oltre al volume esaurito prima ancora di arrivare nelle librerie, è lo stesso che serpeggia nella parte d’America che non si rassegna alla corbelleria del giorno. Si passano in rassegna i video di un Trump più giovane, che parlava argomentando con una certa sottigliezza, mostrando al contrario gli inciampi, le parole biascicate, i concetti sgualciti dei discorsi di oggi. Trump che balbetta e sembra aver dimenticato le parole dell’inno nazionale. Trump che trascina le sillabe in suoni indistinti – qualcuno ricorda Reagan e il suo Alzheimer, lui stesso ne raccontò i primi sintomi e ci siamo. E ancora Trump degli eccessi, due sole modalità espressive, l’iperbole e il suo opposto. Trump che si contraddice e va rimesso in riga con se stesso dallo staff della Casa Bianca.

Il dubbio è quello che 70 tra psicologi e psichiatri hanno espresso nero su bianco, invitando il medico della Casa Bianca a prendere in considerazione la salute mentale del presidente, nella visita prevista questo venerdì appena passato. Non c’è una legge che lo richieda e nessuno dei 70 esperti avanza diagnosi. Ma la delicatezza dell’incarico, suggeriscono, dovrebbe consigliare prudenza. “La soglia – scrivono – dovrebbe essere bassa data la posizione del paziente”. Motivi di preoccupazione non mancano: “facoltà declinanti per il pensiero complesso, il discorso sconclusionato, la difficoltà a completare un pensiero”, insieme a “giudizio sospetto, pianificazione, risoluzione dei problemi e controllo degli impulsi”. Shithole, avrebbe detto Trump.