Le parole di Dante, quasi per la metà ancora vive dopo 700 anni

Si sa: Dante Alighieri (Firenze 1265 – Ravenna 1321) è il creatore della lingua (e della letteratura) italiana, del vocabolario fondamentale tanto della nostra lingua poetica quanto della nostra prosa scientifico-argomentativa, non solo per l’innegabile condivisione dei tratti fonetici e morfologici. La Divina Commedia non ha così mai cessato di rappresentare un serbatoio linguistico dal quale lettori e letterati hanno continuamente attinto negli ultimi otto secoli.

Il volgare invece del latino

Si può dunque partire dall’assetto testuale per assaggiare la “parola di Dante”, tenendo ben presente che è assente un autografo, che i “contaminati” manoscritti della diffusione planetaria sono oltre ottocento, che sono state effettuate rigorose verifiche critiche dei testimoni, delle biografie, delle vicende storiche e dell’iconografia dell’epoca (pur non sempre con esiti univoci). Scrivere la Commedia in volgare e non in latino fu una scelta rivoluzionaria. Per Dante, come per i suoi contemporanei, il latino non era mai stato una lingua naturale, bensì una lingua artificiale, dotata di regolarità e fissità.

Dovendo far parlare insieme uomini e donne di epoche, culture, lingue, ceti distanti, Dante adotta un moderno patto comunicativo con il lettore, sperimenta una lingua comune, più da commedia che da tragedia, la più inclusiva, dialogica e mimetica possibile, alternando con sapienza registri differenti e variando le situazioni rappresentate nella narrazione (domande di un’anima ai due viaggiatori, meraviglia rispetto alla corporeità del poeta, attenzione su Virgilio e sulle altre guide come Beatrice). Proprio le singole parole usate sono il tramite per capire il valore duraturo e “finora” immortale di Dante. Vanno studiate duttilmente e meticolosamente, è una bella sfida.

Parlare con il poeta e non con le sue opere

Il grande linguista e filologo Luca Serianni (Roma, 30 ottobre 1947) consegna alle stampe un interessante agile testo, nell’anno delle celebrazioni dantesche per i 700 anni dalla morte del poeta. Formalmente riguarda solo il lessico, non le intere biografia e opera. Si parla con l’autentico Dante, non con i saggi su di lui. Alcune (molte) parole del lessico dantesco sono ancora le nostre; altre esistono ma hanno cambiato di significato, altre non esistono (solo) perché oggetti allora comuni non erano attinenti alla narrazione o i referenti proprio non circolavano; altre parole ed espressioni sono state stravolte dagli usi diffusi, pure in riecheggiamenti illustri non solo nazionali.

Parte del lessico dantesco deriva da latinismi attinti a fonti classiche e medievali; molta altra parte costituisce una novità, si tratta di “prime attestazioni” (soprattutto per i verbi parasintetici), attinte dal parlato (muso, felicitare) o dal latino (assenso, collega) o da riformulazioni oppure (molto più di rado) inventate di sana pianta.

La plurivocità come cifra espressiva

La cifra espressiva di Dante è la plurivocità a tutti i livelli, di personaggi e di lingue (o dialetti), di dialoghi e di narrazioni (voci). Il poema adotta principalmente lo stile “comico”, in misura diversa nelle tre cantiche ovviamente, variando i registri a seconda della situazione rappresentata. Il risultato è mirabile e mirabile è pure questo lindo chiaro colto volumetto di linguistica e filologia dantesca, davvero godibile e comprensibile per una platea vasta di lettori non specialisti, ricchissimo di citazioni ed esempi.

L’indice finale delle parole dantesche citate comprende ben oltre cinquecento lemmi, rispetto ai circa dodicimila diversi da lui usati. Dall’interessante sondaggio a campione su quindici canti, tre per cantica, emerge per esempio che le parole nuove, ancora “vive” nell’uso attuale sono ben il 44,8%, la stessa percentuale delle parole uscite d’uso, entrambe superiori alla percentuale di parole vive non sovrapponibili nel significato.

 

Parola di Dante di Luca Serianni, Il Mulino, Pag. 192 euro 15